[Non importa a cosa hai dovuto rinunciare è invece avresti voluto tenere per sempre; non importa che cosa hai tenuto è invece avresti lasciare andare; non importa cosa ti ha reso felice. Comunque sia andata, non puoi desiderare che fosse andata diversamente. Michael McDowell] Dopo una lunga attesa la Commissione è tornata a muoversi nei confronti del governo Netanyahu "in linea con quanto indicato dal Consiglio europeo" e, soprattutto, sulla spinta di diversi Paesi membri. L'esecutivo comunitario ha infatti presentato alle 27 capitali il cosiddetto 'option paper' per vietare o ridurre l'import dei prodotti degli insediamenti israeliani. Insediamenti che Israele, in maniera unilaterale e nonostante la contrarietà delle Nazioni Unite e le numerose prese di posizioni Ue, continua ad espandere. Il documento, per ora classificato come riservato, contiene tre diverse proposte che lunedì finiranno al centro delle discussioni del Consiglio Affari Esteri dell'Unione. Già venerdì, tuttavia, il paper approderà alla riunione del Coreper II dei Rappresentanti Permanenti. È sarà quello un primo membro per valutare se, come è successo nei mesi scorsi, il quorum della maggioranza qualificata per il via libera sarà irraggiungibile. Il documento della Commissione individua tre opzioni di intervento. Con una ratio: colpire non in maniera indiscriminata la popolazione israeliana ma chi sta violando i diritti dei palestinesi in Cisgiordania. Tra queste le opzioni, anticipate da Euractiv, figura innanzitutto un sistema ad hoc di licenze di importazione per le merci provenienti dagli insediamenti. In questo modo prima si renderebbe necessaria un'approvazione da parte delle autorità nazionali per le aziende intenzionate a importare. La seconda strada prevede dazi punitivi per rendere questi prodotti non competitivi sul mercato Ue. L'obiettivo è di fatto quello di un regime di dazi specifico per i prodotti provenienti dalle colonie israeliane tale da escluderle di fatto dal mercato europeo. La terza proposta disciplina invece il divieto di importazione, transito e commercializzazione delle merci prodotte negli insediamenti israeliani. Ora che le 'options' sono nero su bianco, il confronto politico tra i Paesi - e all'interno degli stessi governi nazionali - può entrare nel vivo. E i fari si accendono in particolare su chi in passato ha già fatto muro di fronte alle azioni punitive verso Israele proposte dalla Commissione: Italia e Germania, in primis. Per l'esecutivo Ue, infatti, si tratta del terzo tentativo. Sul tavolo dei 27 sono già arrivate due proposte da Palazzo Berlaymont, entrambe naufragate nelle divisioni tra i Paesi membri. La prima è stata il rapporto dell'Alta rappresentante Kaja Kallas, base legale per la sospensione dell'accordo di partenariato Ue-Israele. Il secondo tentativo è stato quelle delle sanzioni al ministro israeliano Itamar Ben-Gvir: in questo caso si rendeva necessaria l'unanimità dei 27, che non è arrivata nonostante il parere favorevole dell'Italia. Nell'iniziativa sui prodotti delle colonie la Commissione suggerirebbe ai Paesi Ue di inquadrarla nella cornice delle sanzioni in materia di politica estera, che quindi richiederebbero un'approvazione unanime. La soglia, dunque, rispetto alla maggioranza qualificata richiesta per le misure di natura commerciale, sarebbe decisamente più alta. La strada di chi, dalla Francia alla Spagna fino all'Irlanda, da mesi chiede un intervento di questo tipo, si preannuncia molto in salita. E l'Italia, nelle ore subito successive alla presentazione del paper, non si è espressa.
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