sabato 28 febbraio 2026

Regolamento di conti

[Un campione è qualcuno che si rialza quando non può. Jack Dempsey"Ci sono segnali" che il leader iraniano Khamenei sia morto. Lo ha detto il premier israeliano Benyamin Netanyahu in un discorso a Paese. "Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo iraniano". Lo ha detto Donald Trump in una breve intervista telefonica col Washington Post poco dopo le 4 del mattino. "Voglio una nazione sicura, ed è ciò che avremo", ha detto il presidente nelle sue prime dichiarazioni degne di nota dopo aver annunciato l'attacco contro l'Iran. Sarebbero stati uccisi in raid mirati il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh. Secondo l'Idf, colpiti 'centinaia di obiettivi' nell'Iran occidentale. Teheran ha risposto subito colpendo basi militari americane in molti Paesi del Golfo Persico. Un morto ad Abu Dhabi, secondo i media degli Emirati. Esplosioni anche a Doha, in Kuwait e Barehin. Oltre che in Israele, dove però le autorità escludono che missili iraniani siano atterrati.     Da Teheran arriva intanto la notizia di un attacco israeliano che avrebbe colpito una scuola elementare femminile a Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, provocando 40 morti, tra cui molti studenti. Almeno 45 i feriti. A Minab ha una sede il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica iraniana, che sarebbe stato l'obiettivo dell'attacco finito poi su strutture civili. I pasdaran hanno reagito annunciando l'Operazione Truth Promise 4 'in risposta all'aggressione americano-sionista'. Il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein sarebbe stato attaccato con missili e droni e anche le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, 'oltre ai centri militari e di sicurezza nel cuore di Israele'.     Il presidente Trump parlerà oggi alla Nazione dell'attacco all'Iran. ha riferito ad Axios un funzionario americano. 'Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo iraniano', ha detto intanto in una breve intervista telefonica col Washington Post registrata poco dopo le 4 del mattino. 'Voglio una nazione sicura ed è ciò che avremo', ha aggiunto.     Dura la reazione della Russia. Il ministero degli Esteri di Mosca ha condannato gli attacchi all'Iran come 'atti di aggressione armata pianificati e immotivati contro uno Stato membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite, in violazione dei principi e delle norme fondamentali del diritto internazionale'. Il ministro degli Esteri Lavrov ha parlato al telefono con il collega iraniano Araghchi 'condannando' i raid di Stati Uniti e Israele decisi 'in violazione dei principi e delle norme del diritto internazionale e ignorando completamente le gravi conseguenze per la stabilità e la sicurezza regionali e globali'. Lavrov ha chiesto di 'porre immediatamente fine agli attacchi' e ha dichiarato 'la disponibilità della Russia a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche'.     L'Alta rappresentante Ue per la politica estera Kallas ha scritto su X che la missione navale europea Aspides 'rimane in stato di massima allerta nel Mar Rosso ed è pronta a contribuire a mantenere aperto il corridoio marittimo'. Mentre il ministro degli Esteri dell'Oman Albusaidi, che ha mediato i colloqui indiretti sul nucleare tra Stati Uniti e Iran nell'ultimo mese, si è detto 'sgomento' per la violenza scoppiata in Medio Oriente. 'Negoziati seri e attivi sono stati ancora una volta compromessi. Esorto gli Stati Uniti a non farsi ulteriormente coinvolgere. Questa non è la vostra guerra', ha dichiarato.   Difendere e proteggere l'ideologia e l'integrità Repubblica islamica è da sempre la missione del Sepah-e Pasdaran, nome in persiano del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica. La formazione del gruppo risale al 1979, anno di fondazione della Repubblica islamica, voluta dallo stesso ayatollah Ruhollah Khomeini e, dopo avere ricoperto un ruolo importante nel conflitto tra Iran e Iraq degli anni '80, i pasdaran rappresentano ancora oggi il nucleo del sistema khomeinista. Sono noti per il loro ruolo a livello militare, nella repressione del dissenso e nello sviluppo del programma missilistico e nucleare di Teheran, non rispondono ai governi eletti ma direttamente alla Guida suprema, Ali Khamenei. Il corpo delle Guardie della rivoluzione è formato da centinaia di miglia di membri ed è organizzato in sei dipartimenti, tra cui quello delle milizie paramilitari volontarie Basij, che assistono le forze dell'ordine per vigilare sull'osservazione delle norme islamiche sull'abbigliamento, come il controverso obbligo di indossare il velo in pubblico per le donne, e sono regolarmente coinvolte nella brutale repressione delle proteste antigovernative.  Gli altri dipartimenti dei pasdaran sono le forze di terra, le forze navali, le forze aerospaziali, l'organizzazione di intelligence e le forze Quds, che si occupano delle missioni all'estero. Questo dipartimento lavora a stretto contatto con il cosiddetto "asse della resistenza", formato dalle milizie sciite filo iraniane in Libano, Siria, Iraq e Yemen e per anni è stato guidato da Qasem Soleimani, ucciso in un attacco degli Stati Uniti a Baghdad nel 2020 e diventato poi una figura mitica della Repubblica islamica.  I vari dipartimenti militari dei pasdaran rappresentano un esercito parallelo a quello regolare e i suoi membri superano per numero quelli delle forze armate. Esclusi i Basij, si stima che i pasdaran siano formati da 190mila membri, a cui si aggiungono 150mila soldati di terra, circa 100mila militari della marina e 15mila militari dell'aeronautica, mentre i principali leader dei guardiani della rivoluzione sono stati uccisi da Israele durante la "guerra dei 12 giorni" del giugno 2025. Oltre ad essere una forza militare, i pasdaran mantengono una forte influenza anche sull'ambiente politico, su varie università e centri di ricerca.  Il potere economico dei pasdaran è invece rappresentato dal Khatam al-Anbiya, compagnia affiliata alle guardie rivoluzionarie che controlla centinaia di aziende attive nella costruzione di infrastrutture, i cui proventi servono per finanziare lo sviluppo del programma nucleare e sostenere le milizie sciite nella regione, secondo i rapporti degli Usa.

Ali Khamenei è morto

[Cadi sette volte, rialzati otto. Proverbio giapponese] Israele “valuta” che la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, sia stata probabilmente uccisa in un attacco israeliano questa mattina: lo afferma Channel 12, citando fonti israeliane anonime e riferendo che ci sono “crescenti indicazioni” in tal senso. Al momento non c’è alcuna conferma ufficiale della notizia sulla presunta morte della Guida Suprema iraniana. Secondo quanto comunicato, Khamenei dovrebbe pronunciare a breve un discorso, ma l’emittente televisiva suggerisce che, se così dovesse essere, lo stesso discorso dovrebbe essere stato registrato in anticipo. Channel 12 riferisce inoltre che gli attacchi di oggi hanno causato “danni molto significativi” alla leadership del regime iraniano e ai suoi comandanti militari. Stati Uniti e Israele hanno lanciato su vasta scala contro l’Iran, dando seguito alle minacce da parte di Trump, che aveva avvertito Teheran di possibili raid in assenza di concessioni, in particolare sul programma nucleare. Il Pentagono ha denominato l’offensiva “Operation Epic Fury”questo secondo attacco statunitense in meno di un anno: lo scorso giugno Washington aveva bombardato tre siti nucleari iraniani.  Trump ha presentato l’operazione come necessaria per bloccare le ambizioni nucleari iraniane e come un’opportunità di cambiamento a Teheran, alludendo chiaramente a un cambio di regime. “Probabilmente è la vostra unica occasione per generazioni”, ha detto rivolgendosi agli iraniani, invitandoli a “prendere il controllo del vostro governo” al termine delle operazioni.  Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’Iran una “minaccia esistenziale” e ha affermato che l’operazione congiunta può “creare le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda il proprio destino nelle sue mani”.  Esplosioni sono state segnalate in diverse città iraniane, oltre a Teheran a tra Qom, Kermanshah, Isfahan e Karaj, secondo i media locali.  Immagini postate da Teheran hanno mostrato dense colonne di fumo. Video verificati dal New York Times indicano raid in un’area che ospita il palazzo presidenziale e il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, oltre a un attacco nei pressi del Ministero dell’Intelligence.  Secondo diversi funzionari israeliani, uno degli obiettivi della prima ondata era colpire il maggior numero possibile di leader militari. L’aeronautica israeliana ha parlato di “una vasta ondata di attacchi” su obiettivi militari nell’ovest dell’Iran. Fonti dei due Paesi prevedono che l’offensiva durerà diversi giorni. Immagini satellitari hanno evidenziato danni e una colonna di fumo nel complesso protetto della Guida Suprema Ali Khamenei a Teheran, che secondo le autorità iraniane sarebbe tuttavia al sicuro, come pure il presidente Masoud Pezeshkian, definito “in buone condizioni. Colpita anche un’area residenziale di Narmak, dove risiede l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato il lancio di una raffica di missili e droni contro Israele. Secondo Fars, Teheran ha colpito anche basi americane nella regione, tra cui Al Udeid (Qatar), Ali Al Salem (Kuwait), Al Dhafra (Emirati Arabi Uniti) e il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein.  Il ministero della Difesa del Qatar ha dichiarato di aver “intercettato con successo diversi attacchi”. Un funzionario di Kata’ib Hezbollah in Iraq ha riferito di raid contro basi del gruppo filoiraniano, con almeno tre morti.

venerdì 27 febbraio 2026

La Francia cambia idea

[Ci sono giornate in cui la via è lastricata di pietre aguzze e i ricordi ci fanno male, altre in cui le ombre riflettono i nostri desideri e le felicità che  abbiamo condiviso. Jacqueline Winspear "Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea. Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile". È  quanto afferma Francesca Albanese, intervistata da Bfmtv dopo la retromarcia della Francia sulla richiesta di dimissioni all'Onu di Ginevra.  La Francia aveva chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi Francesca Albanese. "La Francia condanna senza riserva alcuna le parole oltraggiose e irresponsabili della signora Albanese" pronunciate sabato scorso, "che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo è in quanto nazione", ha detto il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, intervenendo all'Assemblea Nazionale di Parigi, annunciando che la Francia chiederà le dimissioni di Albanese  al Consiglio dei diritti umani dell'Onu.  In una lettera aperta pubblicata ieri, una quarantina di deputati del campo macroniano avevano chiesto al capo della diplomazia francese, Jean-Noel Barrot, di chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, per le sue parole riguardanti Israele pronunciate il 7 febbraio scorso durante un forum organizzato da Al-Jazira a Doha. Tra i firmatari, deputati come Constance Le Grip, Olivia Grégoire, Sylvain Maillard o l'ex premier Élisabeth Borne. C'è una lettera di un gruppo di parlamentari francesi, inviata il 10 febbraio al ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot, all'origine della risposta positiva del capo della diplomazia francese sul caso Francesca Albanese. Nel testo, i deputati chiedono che la Francia si faccia promotrice di sanzioni contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi e della sua immediata decadenza da ogni mandato Onu, contestandole prese di posizione pubbliche giudicate incompatibili con l'imparzialità e la credibilità richieste dal suo incarico e accusandola di aver reiterato dichiarazioni di natura antisemita e di aver assunto una postura "sistematicamente a carico contro lo Stato di Israele". La lettera cita in particolare un intervento tenuto il 7 febbraio a Doha, in un forum organizzato da Al Jazeera, nel corso del quale Albanese avrebbe definito Israele "nemico comune dell'umanità", affermazione che - secondo i firmatari - rientra in una retorica riconducibile all'antisemitismo contemporaneo, come definito dall'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). I parlamentari chiedono a Parigi di agire in difesa dell'integrità morale e istituzionale delle Nazioni Unite e della responsabilità politica della Francia sulla scena internazionale. Tra i firmatari figura anche Sandro Gozi, eurodeputato italiano eletto in Francia e segretario generale del Partito Democratico Europeo."Stavolta a mettere in discussione l'idolo della sinistra Francesca Albanese non ci sono gli Usa di Donald Trump ma la Francia del progressista Macron, che intende chiedere le dimissioni della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati dopo l'ennesimo attacco contro Israele, che sabato scorso Albanese ha definito "nemico comune dell'umanità" parlando all'Al Jazeera forum. Allo stesso evento, tra l'altro, partecipava anche il capo di Hamas all'Estero, Khaled Meshaal. Nonostante faccia una gaffe dopo l'altra, il M5S, il Pd e AVS continuano a portare Albanese in trionfo tra cittadinanze onorarie e convegni nei palazzi delle istituzioni, l'ultimo alla Camera la settimana scorsa. Ormai è palese che si sia passato totalmente il limite: un conto è la difesa del popolo palestinese, un altro è propagandare odio fondato sull'antisemitismo. Se ne sono accorti dalle parti di Macron: chissà se anche la nostra sinistra si darà finalmente una svegliata. Non abbiamo bisogno di cattivi maestri". Così Sara Kelany, deputato di Fratelli d'Italia alla Camera e responsabile Immigrazione del partito. "Bene che anche una voce governativa francese si aggiunga a quelle nostre invitando a riconoscere nelle folli parole pronunciate dalla Albanese un odio profondo e demolitivo non solo del diritto di Israele e del popolo ebraico di esistere, ma anche delle nostre democrazie. La Albanese con la vicinanza manifestata verso i più alti ranghi di Hamas, rappresenta un reale pericolo e duole che ci sia, anche nella compagine parlamentare e istituzionale italiana chi la considera un'autentica "relatrice" da onorare". Così  la presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni commenta la decisione della Francia di chiedere le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, Francesca Albanese,  al Consiglio dei diritti umani dell'Onu. Dopo la Francia, anche la Germania ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi, Francesca Albanese, dopo le sue parole su Israele "nemico comune dell'umanità" rilasciate sabato scorso alla presenza di un terrorista di Hamas e del ministro degli Esteri iraniano. "La signora Albanese si è già permessa in passato numerose uscite fuori luogo. Condanno le sue recenti dichiarazioni su Israele: non può ricoprire questo incarico", ha scritto su X il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul. L’emittente France24 ha ricostruito come “è stata erroneamente attribuita a Francesca Albanese la frase ‘Israele è il nemico comune dell’umanità'”, che ha spinto ieri il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, a bollare come “oltraggiose e riprovevoli” tali parole, annunciando che chiederà le dimissioni della Relatrice Onu alla prossima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Al question time tenuto ieri all’Assemblea nazionale, Barrot ha risposto a una domanda presentata da Caroline Yadan, parlamentare che rappresenta francesi residenti all’estero, “tra i primi ad affermare che Francesca Albanese avesse rilasciato una simile dichiarazione”, postando lo scorso 8 febbraio su X una foto della Relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi con la citazione “Israele è il nemico comune dell’umanità”, e aggiungendo: “Queste dichiarazioni antisemite fatte in Qatar sono inqualificabili”.  "Io credo che sia inevitabile" che il governo chieda le dimissioni di Francesca Albanese come fatto da Francia e Germania. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlando coi giornalisti a Monaco. "Mi sembra che le sue dichiarazioni e il suo comportamento non siano adeguati al rango che ha. Non faccio mai fatti personali, però quando hai un ruolo del genere puoi dare dei giudizi anche severi, ma non avere un comportamento che sembra più da capo fazione". In ogni caso "non è nominata dal governo, è una scelta dell'Onu però esprime posizioni che non sono del governo". L'Austria si unisce a Francia e Germania e chiede le dimissioni della relatrice dell'ONU Francesca Albanese. Il Ministro degli Esteri Beate Meinl-Reisinger: "Francesca Albanese bolla Israele come 'nemico dell'umanità'. Le critiche alle azioni di Israele sono legittime e l'Austria ha sempre richiesto il rispetto del diritto internazionale. Albanese, tuttavia, sta diffondendo discorsi d'odio. Tale linguaggio mina l'imparzialità e gli standard più elevati richiesti a un rappresentante delle Nazioni Unite. Purtroppo, la signora Albanese ha ripetutamente mancato di rispettare questi standard." 


giovedì 26 febbraio 2026

Eremeev accusa Putin

[Tieniti i sogni: i saggi non ne hanno di così belli come i pazzi! Charles Pierre Baudelaire] "Ho parlato con gli inviati del presidente Trump Steve Witkoff e Jared Kushner in seguito agli esiti dei loro incontri odierni con Rustem Umerov e David Arakhamia. Siamo grati al presidente per il suo impegno personale nel porre fine a questa guerra". Così su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.    "Dobbiamo finalizzare tutto ciò che è stato realizzato finora per reali garanzie di sicurezza e preparare un incontro a livello di leader. Questo è il formato che può risolvere molte questioni - aggiunge - In fin dei conti, sono i leader a decidere le questioni chiave e quando si tratta della Russia - un regime così personalista - questo è ancora più rilevante che in altri Paesi. Ringrazio gli Stati Uniti per l'impegno nel trovare una via verso la pace".  Putin disse al suo popolo che la Russia pensava di vincere facilmente la guerra e che l'Ucraina sarebbe crollata sotto la potenza militare russa. Non è successo e ora l'impensabile sta accadendo in Russia. I membri del Parlamento regionale russo stanno ammettendo che la guerra è persa. Regna il panico e il caos, mentre i funzionari lo affermano: "Una guerra che ha superato la seconda guerra mondiale è ora una da cui Putin deve fuggire". Le voci dissidenti si fanno sempre più forti e una di queste appartiene a Grigorie Eremeev. A 69 anni Eremeev ha visto quasi tutto ciò che Putin ha visto in Russia. Ha assistito ai giorni di gloria dell'Unione Sovietica quando la Russia dominava un impero che Putin vuole disperatamente restaurare. Eremeev era presente al crollo dell'Unione Sovietica e alla ricostruzione della Russia.  Anche l'ascesa al potere di Putin è avvenuta sotto lo sguardo di questo politico. Dopo 4 anni di guerre in Ucraina, Eremeev ha inviato un forte messaggio al leader russo e al collega parlamentare, ammettendo che nessun obiettivo strategico di Putin è stato raggiunto. Vedremo presto le prove a favore di Eremeev e perché l'Ucraina oggi rappresenta per la Russia una situazione peggiore della Seconda Guerra Mondiale sotto vari aspetti. Prima però è importante analizzare le dichiarazioni di Eremeev. Secondo Rfu News, il 5 febbraio il politico russo ha dichiarato ai colleghi che gli obiettivi della guerra in Ucraina non solo non sono stati raggiunti, ma ora sono irraggiungibili. In altre parole, la Russia non può vincere e per quanto riguarda Putin lui sta solo continuando la guerra. Fermarla significherebbe passare alla storia come presidente sconfitto da una nazione che nessuno pensava potesse resistere alla Russia. Definire questi commenti controversi è un eufemismo. Amnesty International evidenzia che chi protesta pacificamente contro la guerra di Putin spesso subisce accuse false, mentre il Cremlino tenta di silenziarli.  Sono frequenti le false accuse di violenza contro la polizia. Putin non può usare questo trucco contro un parlamentare che ha parlato in parlamento. Il Kremlino può accusare di incitamento all'odio, come spesso fa contro le voci contrarie alla guerra. Potrebbe persino arrivare a dire che Yeremav è un traditore perché ha osato parlare di Putin, ma queste accuse non cambieranno il potere simbolico di ciò che Yeremav ha fatto. Si è alzato davanti ai colleghi, molti dei quali cercano disperatamente l'attenzione di Putin, svelando la realtà che tutti vogliono nascondere al presidente. Ci piacerebbe dirvi che le parole di Yeremav hanno ispirato una ribellione. I membri della duma russa, che lo sostenevano si sono uniti e hanno coraggiosamente dichiarato il fallimento della guerra di Putin. Purtroppo questo non è successo. Come previsto, i politici, o meglio gli arrampicatori di carriera intenti a compiacere Putin, hanno subito zittito Yeremav appena ha iniziato a parlare. Altri deputati lo hanno coperto di urla. Il suo microfono è stato prima coperto e poi spento. Dimostrazione disperata del Cremlino di controllare una narrazione che il politico stava per distruggere.


Roya a Evin

[Il poeta vi racconterà sempre la sua verità da un altare di follia. Antonio Aschiarolo]  Le posizioni fra Iran e Stati Uniti sono ancora lontane su alcune questioni chiave per un possibile accordo. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali Teheran ha respinto l'idea di trasferire le scorte di uranio all'estero, si è opposto alle fine dell'arricchimento e allo smantellamento dei suoi impianti nucleari, oltre che a restrizioni permanenti al suo programma. Il capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi hanno avuto stamani una conversazione telefonica per discutere i recenti sviluppi nei colloqui Teheran-Washington. Le due parti hanno scambiato opinioni sull'attuale traiettoria del processo diplomatico e sugli sviluppi regionali legati ai negoziati. Secondo Mehr, hanno sottolineato l'importanza di un'interazione costruttiva e dell'uso del dialogo come meccanismo per far avanzare i negoziati e raggiungere un'intesa sostenibile. Donald Trump ha ricevuto nelle ultime ore un briefing sulle opzioni militari a disposizione in Iran dall'ammiraglio Brad Cooper, il numero uno del Central Command. Lo riporta Abc citando alcune fonti, secondo le quali all'incontro era presente al capo dello stato maggiore congiunto Dan Caine. Abc aggiunge inoltre che molti repubblicani e alcuni dei consiglieri stanno suggerendo a Trump di far attaccare l'Iran prima da Israele. Sullo sfondo della sanguinosa repressione delle manifestazioni antigovernative in Iran e delle minacce di un intervento militare da parte degli Stati Uniti, il film “Roya” dell’iraniana Mahnaz Mohammadi, presentato fuori concorso quest’anno al Festival del cinema di Berlino, appare particolarmente attuale. La repressione dello Stato è il filo conduttore di “Roya”, che esplora il trauma di una prigioniera politica dopo il suo passaggio nel famigerato carcere di Evin a Teheran. La regista sa bene di cosa parla, essendo stata lei stessa rinchiusa a Evin. La sequenza iniziale è sconvolgente: girata dal punto di vista della protagonista Roya, rivela il trattamento degradante che le viene inflitto dai carcerieri.“Penso che la maggior parte dei miei colleghi ora stia riflettendo su come ritrovare la pace. Su come liberarsi di questo brutale regime mafioso. Dico brutale regime mafioso perché in realtà non è uno Stato. Quando uccidono persone innocenti, che sono scese in strada solo per manifestare pacificamente, si tratta di un massacro, ha dichiarato in un’intervista ad Afp. “Non sono preoccupata, ma penso che ci siano due strade davanti a me. Una è tornare in prigione, l’altra è uccidermi immediatamente. Sto solo pensando a queste due possibilità. E penso che no, non voglio ancora morire. Ci sono ancora così tante voci silenziose nella mia mente. Ero lì, ho sentito e voglio raccontarlo prima. E se mi tengono in prigione, non mi importa più. L’Iran è una grande prigione. Non importa se si vive dentro o fuori dalla cella. L’unica cosa che conta è che non voglio morire. Voglio andarmene e vedere un giorno il popolo iraniano che ce l’ha fatta. Che è felice e in pace”, ha aggiunto.


mercoledì 25 febbraio 2026

Italia corrotta

[Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Nelson Mandela]  Il punteggio dell'Italia nell'Indice di percezione della corruzione (Cpi) nel settore pubblico continua a calare: da 54, nel 2024, passa a 53 nell'edizione 2025 pubblicata oggi da Transparency International. Viene confermata, dunque, la 52/esima posizione nella classifica globale che conta 182 Paesi/territori in tutto il mondo e la 19/esima nell'Unione Europea dove il punteggio medio è di 62 su 100. Tra i Paesi Ocse è 31/esima su 38.  Secondo Transparency International il sistema di prevenzione della corruzione italiano risente delle ripercussioni dell'indebolimento delle misure anticorruzione, tra cui la depenalizzazione dell'abuso di ufficio. Nel 2024 il punteggio nazionale aveva subito la prima inversione di tendenza dal 2012, dopo una crescita durata tredici anni con +14 punti. A livello globale poi, al primo posto della classifica, con un punteggio di 89 - in una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello) - c'è anche quest'anno la Danimarca, mentre all'ultima posizione si riconferma il Sud Sudan. In base a quanto emerge dal report, la corruzione sta peggiorando a livello mondiale con un aumento dei fenomeni corruttivi anche nelle democrazie consolidate. I dati globali del Cpi 2025 mostrano che le democrazie, "solitamente più forti nella lotta alla corruzione rispetto alle autocrazie o alle democrazie imperfette, stanno registrando un preoccupante calo delle prestazioni". Una tendenza che riguarda paesi come gli Stati Uniti (64), il Canada (75) e la Nuova Zelanda (81), nonché varie parti d'Europa, come il Regno Unito (70), la Francia (66) e la Svezia (80). In aumento poi "le restrizioni da parte di molti Stati alla libertà di espressione, di associazione e di riunione. Dal 2012, 36 dei 50 paesi con un calo significativo dei punteggi Cpi hanno anche registrato una riduzione dello spazio civico". 


Ucraina verso l’UE

[Non sognare la vittoria, allenati per ottenerla. Anonimo ]  "Comprendo molto bene che per voi sia importante anche" avere "una data chiara" per entrare nell'Ue, "una scadenza che rappresenti un obiettivo da raggiungere. Sapete però che, da parte nostra, non è possibile fissare date in quanto tali". Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in conferenza stampa a Kiev, accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky.    "L'Ucraina è sulla buona strada per diventare membro dell'Ue.    Da parte mia c'è un forte incoraggiamento a mantenere questo buon ritmo" da parte di Kiev nelle riforme necessarie, "sono fiduciosa in questo processo", ha sottolineato.  Le forze armate ucraine affermano di aver colpito tre piattaforme di trivellazione nel Mar Caspio, sostenendo che le strutture appartengano alla società petrolifera russa Lukoil. Lo riporta l'agenzia di stampa ucraina Ukrinform.Nelle ultime ore del 𝟭𝟬 𝗴𝗲𝗻𝗻𝗮𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟲, un 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼 composto dalle navi cargo 𝗠𝘆𝘀 𝗭𝗵𝗲𝗹𝗮𝗻𝗶𝘆𝗮 e 𝗦𝗽𝗮𝗿𝘁𝗮 𝗜𝗩 (entrambe battenti 𝗯𝗮𝗻𝗱𝗶𝗲𝗿𝗮 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗮) e scortato dal cacciatorpediniere 𝗥𝗙𝗦 𝗦𝗲𝘃𝗲𝗿𝗼𝗺𝗼𝗿𝘀𝗸 ha attraversato lo 𝗦𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗚𝗶𝗯𝗶𝗹𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮 ed è entrato nel 𝗠𝗮𝗿 𝗠𝗲𝗱𝗶𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗲𝗼. I 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝘁𝗿𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗺𝗮𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗼 (riportati da 𝗜𝘁𝗮𝗺𝗶𝗹𝗿𝗮𝗱𝗮𝗿 e confermati da 𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗮𝗲𝗿𝗲𝗲 𝗡𝗮𝘁𝗼) mostrano chiaramente la posizione attuale del gruppo già all’interno del bacino, dopo aver percorso la 𝗠𝗮𝗻𝗶𝗰𝗮 tra fine 𝟮𝟬𝟮𝟱 e inizio 𝟮𝟬𝟮𝟲. Il 𝗦𝗲𝘃𝗲𝗿𝗼𝗺𝗼𝗿𝘀𝗸, unità di punta della 𝗙𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗡𝗼𝗿𝗱 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗮, fornisce 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗿𝗺𝗮𝘁𝗮 al convoglio in un momento di 𝗮𝗹𝘁𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮 𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 da parte dell’𝗔𝗹𝗹𝗲𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗔𝘁𝗹𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮: da settimane 𝗮𝗲𝗿𝗲𝗶 𝗱𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗴𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 decollano dalla base siciliana di 𝗦𝗶𝗴𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 per monitorare ogni 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗻𝗮𝘃𝗮𝗹𝗲 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼 nel Mediterraneo 𝗼𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 e 𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗹𝗲. Le due cargo, in particolare la 𝗦𝗽𝗮𝗿𝘁𝗮 𝗜𝗩, sono note per aver trasportato in passato 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮𝗹𝗶 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶 (inclusi 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗶 𝗱𝗮𝗿𝗺𝗮) verso 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶 𝘀𝗶𝗿𝗶𝗮𝗻𝗶 e 𝗹𝗶𝗯𝗶𝗰𝗶, alimentando 𝘀𝗽𝗲𝗰𝘂𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 sulla 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗶𝗰𝗼 𝗮𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲. La 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗹𝗲 resta incerta: possibili ipotesi puntano verso 𝗯𝗮𝘀𝗶 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗲 𝗶𝗻 𝗦𝗶𝗿𝗶𝗮 (𝗧𝗮𝗿𝘁𝘂𝘀 e 𝗟𝗮𝘁𝗮𝗸𝗶𝗮) o verso altri 𝘀𝗰𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗠𝗲𝗱𝗶𝗼 𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 e 𝗡𝗼𝗿𝗱 𝗔𝗳𝗿𝗶𝗰𝗮. Il transito avviene in un 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝗰𝗮𝗹𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻: la 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗶𝗮 rafforza la 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗻𝗮𝘃𝗮𝗹𝗲 nel Mediterraneo mentre la 𝗡𝗮𝘁𝗼 intensifica 𝗽𝗮𝘁𝘁𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 e 𝘀𝗼𝗿𝘃𝗲𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝘇𝗮, temendo 𝗿𝗶𝗳𝗼𝗿𝗻𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 per operazioni in 𝗠𝗲𝗱𝗶𝗼 𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 o 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗺𝗶 con la 𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶 𝘂𝗰𝗿𝗮𝗶𝗻𝗮. Un 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 che non passa inosservato e che aumenta il 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗳𝗿𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶 tra flotte in 𝗮𝗰𝗾𝘂𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝗲.