[Cosa vuole dire scrittura elegante? Forse vuol dire che è come come un salotto: quando entriamo ci accoglie, ci sprofondiamo, ci restiamo volentieri. Alberto Riva] "Le nuove misure approvate dal gabinetto di sicurezza israeliano per la Cisgiordania sono controproducenti e incompatibili con il diritto internazionale. Rischiano di minare gli sforzi internazionali in corso volti alla stabilizzazione e al progresso degli sforzi di pace nella regione". Lo dichiarano in una nota congiunta l'Alta rappresentante Ue Kaja Kallas e le commissarie alla Gestione delle crisi Hadja Lahbib e al Mediterraneo Dubravka Suica. "Esortiamo tutte le parti ad astenersi da misure unilaterali che aumentano le tensioni e compromettono ulteriormente le possibilità di una soluzione negoziata". Bulldozer israeliani demoliscono gli edifici della sede dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) a Gerusalemme Est. “Un attacco senza precedenti”, lo ha definito l’Unrwa, arrivato al culmine di una battaglia durata mesi col governo israeliano che ha sempre criticato il suo operato nella Striscia di Gaza, sostenendo che il personale dell’agenzia fosse infiltrato da Hamas. Il complesso situato nella parte di Gerusalemme Est annessa da Israele è vuoto dal gennaio 2025, quando è entrata in vigore una legge che ne vietava le attività.Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres "condanna con la massima fermezza" le azioni delle autorità israeliane volte a demolire il complesso di Sheikh Jarrah dell'Unrwa a Gerusalemme Est. In una nota del portavoce si sottolinea come Guterres abbia ripetutamente e inequivocabilmente affermato che il complesso di Sheikh Jarrah "rimane una proprietà delle Nazioni Unite ed è inviolabile e immune da qualsiasi forma di interferenza". Il segretario generale, si legge, "considera del tutto inaccettabili le continue azioni di escalation contro l'Unrwa, che sono incompatibili con i chiari obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale, compresi quelli previsti dalla Carta delle Nazioni Unite". La prima riunione del Board of Peace, voluto dal presidente degli Stati uniti Donald Trump, è in calendario con un incontro fissato per domani giovedì 19 febbraio. L’appuntamento, secondo quanto ricostruito da notizie di stampa e da indicazioni filtrate da fonti governative e diplomatiche in vari paesi, dovrebbe mettere attorno allo stesso tavolo un gruppo eterogeneo di leader e delegazioni, con una componente rilevante di partecipazioni ‘non di vertice’ (ministri, inviati speciali, alti funzionari) e una presenza europea in buona parte in formula di ‘osservatore’. Il Board of Peace nasce come meccanismo politico-diplomatico parallelo, con al centro il dossier Gaza: ricostruzione, sicurezza, gestione civile e coordinamento dei contributi. In questa prima riunione, tuttavia, la definizione del perimetro resta fluida: in diversi casi i governi risultano aver accettato l’invito o aver manifestato disponibilità, ma senza sciogliere fino in fondo i nodi su adesione formale, ruolo, livello della delegazione e mandato operativo. Sul fronte delle partecipazioni con rango di capo di stato o capo di governo, la presenza certa è quella del presidente degli Stati uniti Donald Trump, che ospita la riunione, ne rivendica la regia politica e un potere di veto. Tra i leader che, secondo le ricostruzioni di stampa, dovrebbero essere a Washington figurano il primo ministro ungherese Viktor Orban; il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif; il primo ministro albanese Edi Rama; il presidente argentino Javier Milei; il presidente indonesiano Prabowo Subianto. A questi si aggiunge la Romania, con la presenza del presidente Nicusor Dan, anche se in formula di osservatore. Sul piano delle presenze non di vertice, ma già attribuite a nomi specifici, Israele è indicato come partecipante con il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, mentre per la Commissione europea la partecipazione viene descritta in forma di osservatore con la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Suica. La Grecia, secondo notizie di stampa elleniche, dovrebbe essere rappresentata come osservatore dal viceministro degli Esteri Haris Theoharis. Cipro viene a sua volta indicata in formula di osservatore, con una rappresentanza che, in assenza di conferme nominali consolidate, è ragionevole attendersi di livello ministeriale o alto funzionario. L’Italia non può aderire al Board per un preciso vincolo costituzionale. Tuttavia il governo, tra le polemiche dell’opposizione, intende partecipare in qualità di Paese osservatore. Non è stato ancora definito il nominativo della figura che siederà al tavolo per Roma, e anche le voci di stampa che sostengono che potrebbe andarci il ministro degli Esteri Antonio Tajani non hanno ancora trovato alcuna conferma ufficiale. Sul Giappone, le indicazioni più aggiornate delineano una linea prudente ma politicamente significativa. Tokyo sta valutando l’invio dell’ambasciatore incaricato della ricostruzione di Gaza, Takeshi Okubo, alla prima riunione di Washington. Le fonti governative citate dalla stampa sottolineano che la decisione finale sull’adesione del Giappone al Board of Peace non è ancora stata presa. Il capitolo più delicato riguarda il Medio Oriente. In più ricostruzioni di stampa, diversi attori regionali vengono indicati come aderenti o comunque coinvolti nel perimetro del Board. In molti casi, però, non è stato ancora chiarito se la rappresentanza sarà affidata a capi di stato o di governo, o a figure di livello ministeriale e tecnico. In assenza di annunci ufficiali su leader in arrivo, lo schema più probabile è quello di una partecipazione affidata ai ministeri degli Esteri o a inviati speciali con delega su Gaza e ricostruzione. È un profilo coerente con la natura dell’incontro inaugurale: un tavolo che mira a definire impegni, contributi e coordinate operative, prima di eventuali passaggi di livello politico più alto. Tra i paesi dell’area mediorientale citati come partecipanti o aderenti compaiono, secondo ricostruzioni giornalistiche, Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Qatar, Giordania, Egitto e Turchia. Per ciascuno di questi attori, se non dovessero arrivare i leader, l’opzione più verosimile è l’invio del ministro degli Esteri o di un ministro di stato/consigliere con delega specifica, eventualmente accompagnato da un capo intelligence o da un consigliere per la sicurezza nazionale, formule già sperimentate in precedenti round negoziali e conferenze multilaterali sulla regione. Il quadro resta, però, soggetto a oscillazioni fino all’ultimo: alcuni governi mantengono margini di manovra per calibrare il livello della delegazione in funzione del formato definitivo dell’incontro, dell’agenda e della presenza o meno di altri attori regionali. Oltre al Medio Oriente, le ricostruzioni di stampa accreditano una partecipazione di paesi di Asia centrale e altre aree con delegazioni in larga misura ministeriali o tecniche. In diverse liste circolate nei giorni scorsi, compaiono paesi come Uzbekistan e Kazakistan, oltre ad altri attori che, in assenza di annuncio di leader, tendono a essere rappresentati da ministri degli Esteri o da inviati speciali. Accanto all’elenco delle presenze, l’altro dato politico rilevante riguarda chi non ci sarà o non ha reso nota una posizione. Cina e Russia risultano, nel quadro pubblico, senza un’adesione formalizzata e senza indicazioni di presenza alla riunione inaugurale. In termini politici, l’assenza o la mancata definizione della posizione di Pechino e Mosca pesa sia sul profilo geopolitico dell’iniziativa sia sulla sua pretesa di rappresentatività globale. Sul Brasile, le informazioni disponibili parlano di contatti e di un dialogo in corso, ma senza annuncio di adesione o di partecipazione alla prima riunione. Anche l’India rientra tra i grandi attori per i quali non emerge una decisione pubblica univoca su adesione e livello di presenza. Nel campo dei paesi occidentali, alcune capitali europee hanno assunto posizioni di distacco o di rifiuto nella forma attuale. Il Regno unito viene indicato come non disponibile a sottoscrivere il testo o l’impianto del Board; la Francia è descritta come orientata a declinare l’invito; la Germania viene rappresentata come non in grado di accettare l’architettura proposta ‘nella forma attuale’, richiamando vincoli e valutazioni di governance. La Polonia, secondo ricostruzioni di stampa, ha escluso l’adesione ‘nelle circostanze attuali’, lasciando teoricamente aperti spiragli futuri ma non per la fase inaugurale. In questo stesso orizzonte, si collocano anche paesi nordici indicati come non aderenti o scettici. Il fatto che, allo stato attuale, nel G7 solo gli Stati uniti risultino aver aderito a pieno titolo al Board of Peace è un elemento che incide sulla lettura dell’iniziativa. Da un lato, segnala la cautela di alleati e partner nel legarsi a un meccanismo percepito come esterno ai formati multilaterali tradizionali; dall’altro, spiega la scelta di diversi governi di ‘stare dentro’ senza essere membri, optando per lo status di osservatore o per l’invio di figure tecniche di alto profilo. In questo senso, la riunione di Washington assomiglia a un test politico prima che a un summit conclusivo: un passaggio in cui si misureranno la capacità statunitense di aggregazione, la disponibilità dei paesi a sedersi in un formato guidato da Washington e la sostenibilità del Board come canale capace di produrre risultati concreti su ricostruzione e sicurezza.
OTTOBRE ROSSO
mercoledì 18 febbraio 2026
Ancora Epstein
[Proviamo a esercitarci con saggezza e con follia. Senza avere più paura. Pippo Civati] Il principe William e la consorte Kate hanno espresso la loro "profonda preoccupazione" per le "continue rivelazioni"emerse dai file sullo scandalo del defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein. È quanto emerge da una nota pubblicata da Kensington Palace che rappresenta la loro prima dichiarazione ufficiale sulla spinosa vicenda per la famiglia reale britannica, nella quale è direttamente coinvolto l'ex principe Andrea. Nel breve comunicato viene sottolineato come il pensiero dei principi di Galles sia "rivolto alle vittime" dello scandalo Epstein e soprattutto non viene mai citato Andrea. Anche se c'è un riferimento indiretto ai numerosi imbarazzi da lui provocati, che si riverberano inevitabilmente sugli impegni dei vertici della monarchia sulla scena internazionale: da quello di William a quello di re Carlo. Dalla pubblicazione degli ultimi file negli Usa sullo scandalo Epstein, poco più di una settimana fa, i membri più in vista della famiglia reale avevano evitato di commentare direttamente la serie di rivelazioni vergognose sul conto dell'ex duca di York, già caduto definitivamente in disgrazia per il suo legame a doppio filo col faccendiere pedofilo morto suicida in carcere. Mentre il principe Edoardo nei giorni scorsi aveva rotto il silenzio dei Windsor affermando che "è necessario ricordare le vittime", per poi sottolineare che "sono state moltissime". Lo stesso Carlo III era stato contestato, mentre era in una visita pubblica con la regina Camilla nel villaggio di Dedham nell'Essex, per il coinvolgimento del fratello nella vicenda. "Carlo, hai sollecitato la polizia ad avviare un'indagine su Andrea?", aveva chiesto un uomo fra la folla rivolgendosi al sovrano che stava salutando i sudditi. Re Carlo è stato nuovamente contestato per il coinvolgimento del fratello Andrea nello scandalo Epstein. "Da quanto tempo sai di Andrea ed Epstein?", ha gridato un uomo in mezzo alla folla durante la visita del sovrano a Clitheroe, nel Lancashire. Le altre persone intorno hanno fischiato e molti hanno intimato all'uomo di "stare zitto". Re Carlo ha proseguito salutando i sudditi e ignorando quanto era accaduto. Giovedì scorso il sovrano era stato contestato due volte mentre era in visita con la regina Camilla nel villaggio di Dedham nell'Essex. L’onda d’urto delle rivelazioni dei cosiddetti Epstein files non smette di farsi sentire, anche in ambiti improbabili. In un primo momento avevamo seguito la vicenda da lontano, domandandoci se lo scandalo potesse danneggiare Donald Trump o un qualche esponente della famiglia reale britannica. Tuttavia, i milioni di documenti resi pubblici negli Stati Uniti svelano una realtà molto più vasta, con una rete d’influenza che coinvolgeva paesi e ambiti imprevisti. Certo, la presenza di un nome all’interno delle email non significa necessariamente che la persona in questione abbia commesso qualcosa di illegale, ma l’ampiezza delle ramificazioni e dei contatti di Jeffrey Epstein, insieme alle sue donazioni finanziarie e all’ambiguità permanente delle sue manovre – tra predazione sessuale, influenza politica e affari più o meno leciti – solleva enormi dubbi. La maglia di contatti costruita nel corso degli anni da Epstein, anche dopo essere stato condannato per reati legati alla pedofilia, getta una luce sinistra sulla cecità di una certa élite occidentale (e non solo), un’élite che evidentemente era facile da comprare e che ha confermato tutti i cliché della nostra epoca turbolenta. La mappa dei legami personali stabiliti da Epstein è impressionante: Tel Aviv, Parigi, Londra, Oslo, Mosca, Beirut. A volte è difficile cogliere il filo conduttore di una rete che lega la principessa ereditaria di Norvegia, una banchiera Rothschild, un barone della politica britannica e un ex ministro della cultura francese. L’elemento in comune è che tutte queste persone hanno aperto le porte a Epstein, garantendogli un accesso ad ambienti sempre più grandi e la possibilità di fare nuovi affari e soddisfare nuovi desideri. La politica, in tutto questo, non è mai stata distante. Abbiamo scoperto che Epstein discuteva con il capo del forum di Davos per capire se il vertice dei miliardari potesse “sostituire le Nazioni Unite”. Suggestione? È proprio a Davos che il mese scorso Trump ha presentato il suo consiglio per la pace, a tutti gli effetti un concorrente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nei file scopriamo che Steve Bannon, guru dell’estrema destra statunitense, ha agito come intermediario con Epstein per trovare finanziamenti destinati a Marine Le Pen, leader dell’estrema destra francese, e Matteo Salvini, capo di uno dei partiti di estrema destra in Italia. Al momento non sappiamo se questa manovra fosse stata sollecitata dagli interessati e se abbia avuto effetti concreti. Questi elementi politici dimostrano che la vicenda Epstein non si limita alla pedofilia e agli stratagemmi finanziari, ma evidenzia una visione del mondo che coinvolge persone che pure ne sono lontane. Al di là dei casi singoli – come quello di Jack Lang in Francia, dimessosi dalla presidenza dell’Institut du monde arabe, o quello del primo ministro britannico Keir Starmer, colpevole quanto meno d’ingenuità nella sua scelta di Peter Mandelson, uomo vicino a Epstein, come ambasciatore a Washington – vale la pena interrogarsi sulle conseguenze politiche generali della vicenda. Il caso Epstein, nella sua globalità, sta alimentando il ritornello del “sono tutti marci”, che ingrossa l’onda populista, ma in questo senso è giusto ricordare che negli Epstein files sono citate poche persone (di cui alcune effettivamente molto potenti) e che nessuna corrente politica sfugge allo scandalo, compresa quella populista. Resta il fatto che le nostre democrazie, a questo punto, devono avviare un’indagine profonda e fare i conti con i mostri che prosperano al loro interno. La vicenda Epstein è lo specchio di un mondo insopportabile che ci obbliga a ridefinire i nostri valori e le nostre scelte, in un momento in cui i venti di tempesta in arrivo da Washington rimettono tutto in discussione. Nuova scossa nell'entourage del premier laburista britannico Keir Starmer, sempre più in difficoltà. Tim Allan, direttore della comunicazione del primo ministro, ha rassegnato le dimissioni dopo che aveva lasciato l'incarico di capo dello staff Morgan McSweeney per lo scandalo di Peter Mandelson, ex controversa eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, riciclato circa un anno fa dallo stesso sir Keir come ambasciatore negli Usa e finito sotto accusa anche in un'indagine penale di Scotland Yard per i suoi legami a doppio filo col defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein. "Ho deciso di farmi da parte per permettere la costruzione di un nuovo team a Downing Street", ha dichiarato Allan, che era in carica solo dallo scorso settembre. Allan, veterano della comunicazione politica, aveva lavorato per Tony Blair tra il 1992 e il 1998, ed è il quarto direttore della comunicazione a dimettersi da quando Starmer è premier. Gli investigatori dell'Fbi "hanno raccolto ampie prove che Epstein avesse abusato sessualmente di minorenni" ma "hanno trovato scarse prove che il finanziere fosse a capo di un'organizzazione dedita al traffico sessuale al servizio di uomini potenti, come dimostra un'analisi dei registri interni del Dipartimento di Giustizia condotta dall'Associated Press". È quanto si legge sul sito dell'Ap. I video e le foto sequestrati dalle case di Epstein a New York, in Florida e nelle Isole Vergini non mostravano vittime abusate né implicavano altri nei suoi crimini, ha scritto un pubblico ministero in una nota del 2025. Un esame dei registri finanziari di Epstein, compresi i pagamenti effettuati a entità collegate a personaggi influenti del mondo accademico, della finanza e della diplomazia globale, non ha rilevato alcun collegamento con attività criminali, secondo quanto riportato da un altro promemoria interno del 2019. Sebbene una vittima di Epstein abbia dichiarato pubblicamente di essere stata "prestata" ai suoi ricchi amici, gli agenti non hanno potuto confermarlo e non hanno trovato altre vittime che raccontassero una storia simile, si legge nei registri.
Dana Eden è morta
[Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.Michael Jordan] Aveva 52 anni ed è stata trovata senza vita da suo fratello nella camera d’albergo ad Atene dove alloggiava per lavoro dal 4 febbraio. Si indaga sulle cause del decesso. Dana Eden, ideatrice e produttrice israeliana della serie “Teheran”, è stata trovata morta nella sua camera d’hotel ad Atene in Grecia, dove si trovava per girare la quarta stagione della fiction. Aveva 52 anni. A riportarlo, diversi media israeliani, tra cui Haaretz e Time of Israel. "Negli ultimi giorni, la quarta stagione della serie è stata girata in Grecia, una produzione complessa e significativa, che Dana si è recata a supervisionare da vicino", si legge nella dichiarazione della rete Kan.Eden è stata trovata senza vita domenica 15 febbraio da suo fratello che, non riuscendo a contattarla al telefono, l’ha raggiunta in hotel dove ha trovato il corpo senza vita. Non c’è stato nulla da fare. Le autorità locali indagano sulla dinamica della morte della produttrice. È stato disposto un ordine di autopsia per stabilire le cause del decesso. Gli inquirenti stanno raccogliendo filmati delle telecamere di sicurezza e testimonianze del personale dell'hotel. Notiziari greci, come Ta Nea, Documento e Proto Tema, hanno riferito che sono stati trovati lividi sul collo e sugli arti e che nella stanza sono state trovate delle pillole. Al momento non si esclude alcuna pista ma, sottolinea la casa di produzione di Eden, le notizie che circolano sul web risultano infondate in merito al coinvolgimento dell’Iran. La serie televisiva sul ruolo dei servizi segreti israeliani in Iran “Tehran”, è una serie televisiva israeliana prodotta da Donna and Shula Productions che ha riscosso molto successo a livello internazionale e che parla del ruolo dei servizi del Mossad in Iran. È disponibile in streaming su Apple TV. La terza stagione della fiction è stata presentata lo scorso mese. Eden, considerata una delle produttrici più prolifiche in Israele, ha lavorato a programmi come "Saving the Wildlife", "She Has It", "Magpie" e "Shakshouka". "Siamo scioccati e addolorati per la prematura scomparsa della nostra amata amica e compagna, Dana Eden", hanno dichiarato Donna and Shula Productions a Walla. Eden ha iniziato la sua carriera presso la Dana Productions, fondata da suo padre, Yoram Levy, dove ha prodotto la sua prima serie, "Youthful Dreams". Da allora, è diventata una delle donne più in vista del settore.
Jerome Too Late Powell
[Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre. Platone] Il prezzo dell'oro corre senza freni. Dopo le decisioni della Fed e le nuove tensioni sull'Iran, il prezzo è lanciato verso i 5.600 dollari l'oncia. Le quotazioni spot sono in rialzo del 2,7% e salgono a 5.564 dollari. Sul Comex il contratto per aprile è invece in impennata del 4,87% a 5.599,3 dollari. Le quotazioni dei metalli preziosi sono tutte in netto rialzo questa mattina. Oltre all'oro, corre anche l'argento che sfonda quota 120 dollari per poi rallentare leggermente portandosi a 118 dollari l'oncia, in rialzo di oltre il 4%. Il rame vola a 630 dollari a libbra (+6,34%) mentre il platino segna +2,2% a 2.759 dollari l'oncia. Il prezzo del petrolio sale dopo le minacce di Donald Trump all'Iran. Il Wti americano guadagna l'1,55% portandosi a 64,14 dollari e registrando i massimi da settembre scorso. Simile l'andamento del Brent che si avvicina a 70 dollari al barile. Il contratto per marzo del greggio di riferimento europeo è infatti in rialzo dell'1,49% a 69,42 dollari. Per il Brent i livelli attuali sono i più alti da luglio. "Venti contrari da dollaro e incertezza: export debole, consumi frenati, industria volatile, investimenti tirati dal Pnrr"; con l'economia italiana "quasi ferma", "debole" nell'Eurozona. È il quadro delineato nella congiuntura flash dal Centro studi di Confindustria, che sottolinea la risalita dei prezzi di petrolio e gas e la volata dell'oro che, sottolinea, tipicamente registra rialzi marcati nei momenti di crisi economica, rappresentando il bene rifugio per eccellenza perché considerato asset privo di rischio. "Le tensioni gonfiano l'oro e non fermano la Borsa", evidenzia il Csc. "Il prezzo del petrolio non scende più, il dollaro debole compromette l'export, i casi di Venezuela e Groenlandia alimentano l'incertezza che in Italia spinge le famiglie a risparmiare frenando i consumi. In positivo agisce l'ultima accelerazione sul Pnrr, la riduzione dei tassi sovrani, la risalita del credito. L'industria resta volatile" anche a fine 2025, "gli investimenti sono l'unica spinta per il Pil", evidenzia il Csc. "Anche il prezzo del gas - aggiunge - non scende più, su livelli più che doppi rispetto al 2019". Nel complesso, il Centro studi di Confindustria evidenzia la crescita "debole" nell'Eurozona, mentre gli Usa fanno meglio del previsto e la Cina ha centrato l'obiettivo di crescita (il Pil viaggia al +5,0% nel 2025). In un focus dedicato alla volata dell'oro, il Csc evidenzia gli effetti della "sfiducia" negli Usa. "La recente perdita di fiducia verso gli Usa origina dalle politiche commerciali adottate, dai dubbi sulla sostenibilità del debito (salito al 120% del Pil nel 2025), dalle tensioni geopolitiche con altri paesi, dalle pressioni interne sulla Fed. Questi fattori hanno innescato vendite dei titoli pubblici Usa (in dollari), causando l'aumento dei rendimenti dei Treasuries (sui decennali al 4,29% nel 2025, da 2,40% medio nel 2010-2019). Sul fronte valutario, la 'fuga dagli Usa' ha indebolito il dollaro rispetto all'euro: a gennaio 2026 la svalutazione è del 13% su gennaio 2025 (1,17 dollari per euro già a luglio, da 1,04)". I prezzi di Borsa, intanto, restano su un trend positivo. "Dal 2025 non sembra esserci una fuga da asset rischiosi come le azioni, ma piuttosto una penalizzazione delle quotazioni Usa rispetto a quelle del Vecchio Continente, che rientra nel fenomeno di sfiducia verso gli asset americani. Infatti, nel corso del 2025 la Borsa Usa è salita, ma - rileva il Csc - decisamente meno di quelle europee: +14,0%, rispetto a +20,0% in Germania e addirittura +28,4% in Italia, che invece storicamente mostrava performance più deboli". ”È improbabile che l'attuale volatilità del mercato sia un segnale di un 'momento euro globale', ma piuttosto di una correzione meccanica. Mentre la Fed ha perseguito un ciclo di allentamento monetario di sei mesi, la Bce ha mantenuto un approccio più cauto, riducendo in ultima analisi l'attrattiva del rendimento del dollaro USA rispetto all'euro. Stiamo assistendo a un'impennata degli asset denominati in euro, con i nostri prodotti di risparmio che registrano una crescita del 20% su base mensile." Lo afferma Victor Mascha, Head of Treasury di Revolut Business secondo cui "l'accresciuta incertezza negli Stati Uniti ha reso gli investitori più cauti nel detenere tutto il loro denaro in dollari Usa, probabilmente riallocando il capitale in euro per mitigare il rischio. Stiamo assistendo ai primi segnali di un'evoluzione dello status del dollaro come gold standard; in un mercato in cui un singolo tweet può innescare enormi cambiamenti, la diversificazione e il monitoraggio del mercato sono più importanti che mai. A sua volta, stiamo assistendo a una domanda record da parte delle aziende di bloccare i tassi di cambio tramite forward FX (i quali permettono di fissare un tasso di cambio per un determinato importo e una data futura) sulle valute per proteggersi da questa volatilità." Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato durante la riunione di gabinetto che "la prossima settimana" annuncerà la sua scelta per sostituire Jerome Powell alla presidenza della Federal Reserve. Trump ha affermato che la sua scelta farà un "buon lavoro" e che vuole che la Fed tagli i tassi quando ci saranno segnali di crescita economica. Anche se il mandato di Powell come presidente termina a maggio, potrebbe rimanere nel consiglio dei governatori fino al 2028 e impedire a Trump di nominare un nuovo membro del consiglio come presidente. Qualche ora fa, sul suo profilo Truth Social, è tornato ad accattare Powell, continuando a chiamarlo Jerome "Too Late" Powell. "Si è nuovamente rifiutato di tagliare i tassi di interesse, nonostante non abbia assolutamente alcun motivo per mantenerli così alti - ha scritto - Sta danneggiando il nostro Paese e la sua sicurezza nazionale. Dovremmo avere un tasso sostanzialmente più basso ora che persino questo idiota ammette che l'inflazione non è più un problema o una minaccia. Sta costando all'America centinaia di miliardi di dollari all'anno in spese per interessi totalmente inutili e ingiustificate". "A causa delle enormi quantità di denaro che affluiscono nel nostro Paese a causa dei dazi doganali, dovremmo pagare il tasso di interesse più basso di qualsiasi paese al mondo - ha sostenuto, benché le cose non siano direttamente collegate - La maggior parte di questi Paesi sono bancomat a basso tasso di interesse, considerati eleganti, solidi e di prima qualità, solo perché gli Stati Uniti lo permettono. I dazi doganali che vengono loro imposti, pur portandoci miliardi di dollari, consentono comunque alla maggior parte di loro di avere un surplus commerciale significativo, seppur molto inferiore, con il nostro splendido Paese, un tempo maltrattato. In altre parole, sono stato molto gentile e premuroso con i Paesi di tutto il mondo. Con un semplice colpo di penna, miliardi di dollari in più entrerebbero negli Stati Uniti, e questi Paesi dovrebbero tornare a fare soldi alla vecchia maniera, non sulle spalle dell'America. Spero che tutti apprezzino, anche se molti non lo fanno, ciò che il nostro grande Paese ha fatto per loro. La Fed dovrebbe abbassare sostanzialmente i tassi di interesse, ora! I dazi hanno reso l'America di nuovo forte e potente, molto più forte e potente di qualsiasi altra nazione. In proporzione a questa forza, sia finanziaria che di altro tipo, dovremmo pagare il tasso di interesse più basso di qualsiasi paese al mondo".
A breve attacco Usa all'Iran
[Le menzogne degli adulti non erano grosse né tantomeno crudeli, anzi erano dettate dalla convenienza, servivano ad ammorbidire, a compiacere. Salet Shahaf Poleg] "Due funzionari europei hanno affermato che un intervento militare statunitense" in Iran "appare probabile" e per uno dei due "potrebbe avvenire nelle prossime 24 ore": lo scrive l'agenzia di stampa Reuters sul suo sito. "Anche un funzionario israeliano - scrive sempre la Reuters - ha affermato che Trump sembra aver preso la decisione di intervenire, sebbene la portata e i tempi non siano ancora stati chiariti". Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riferito che a Ginevra Teheran e Washington hanno concordato sui "principi guida" per l'accordo. ”Gli Stati Uniti ritengono che "sono stati fatti progressi nei colloqui con l'Iran, ma che ci sono ancora molti dettagli da discutere". "Gli iraniani hanno detto che sarebbero tornati nelle prossime due settimane con proposte dettagliate per colmare alcune distanze dalle nostre posizioni", ha detto un funzionario Usa ad Axios.L’Iran sta elaborando un quadro coerente per portare avanti i futuri colloqui con gli Stati Uniti": lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi durante una conversazione telefonica con il direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) Rafael Grossi. Araghchi e Grossi, che si sono incontrati a Ginevra il giorno prima del secondo round di colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti, tenutosi martedì in Svizzera, hanno discusso i risultati dei colloqui durante la conversazione telefonica. Secondo Irna, Grossi ha valutato positivamente l'esito dei colloqui e ha espresso la disponibilità dell'Aiea a fornire sostegno e cooperazione per elaborare il quadro dei futuri colloqui tra Iran e Stati Uniti. "Il capo (Donald Trump) si sta stufando. Alcune persone intorno a lui lo mettono in guardia dal dichiarare guerra all'Iran, ma credo che ci sia il 90% di possibilità di assistere a un'azione concreta nelle prossime settimane", lo ha affermato un consigliere del presidente americano ad Axios. Secondo il media, inoltre, un'operazione militare statunitense in Iran sarebbe probabilmente una campagna massiccia, della durata di settimane, che assomiglierebbe più a una guerra vera e propria rispetto all'operazione mirata del mese scorso in Venezuela. Le fonti hanno sottolineato che si tratterebbe probabilmente di una campagna congiunta Usa-Israele di portata molto più ampia (e più esistenziale per il regime) rispetto alla guerra di 12 giorni guidata da Israele lo scorso giugno, a cui gli Stati Uniti si sono poi uniti per distruggere le strutture nucleari sotterranee dell'Iran. I consiglieri di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno incontrato ieri a Ginevra per tre ore il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Sebbene entrambe le parti abbiano affermato che i colloqui hanno "fatto progressi", le divergenze, scrive Axios, sono ampie e i funzionari statunitensi non sono ottimisti sulla possibilità di colmarle.
C’è sempre un piano B
[Buona parte del nostro tempo, a volte, lo utilizziamo per evitare la vita che noi stessi ci siamo programmati un momento di eccessivo entusiasmo. Rex Stout] Il Dipartimento di Stato americano ha indurito i toni nei confronti del Messico, definendo inaccettabili i "progressi graduali" nella gestione della sicurezza alla frontiera. In una nota, Washington ha esplicitamente richiesto risultati "concreti e verificabili" per lo smantellamento delle reti di narcoterrorismo e per una reale riduzione del traffico di fentanyl. La presa di posizione accompagna un comunicato congiunto emesso dopo una telefonata tra il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri messicano Juan Ramón de la Fuente, colloquio che segue i recenti contatti tra i presidenti Trump e Sheinbaum. Mentre la nota ufficiale condivisa ha mantenuto toni diplomatici basati sul rispetto della sovranità, il messaggio unilaterale degli Stati Uniti ha marcato una netta richiesta di efficienza immediata. Per affrontare queste sfide, i due governi hanno concordato due appuntamenti strategici: una riunione del gruppo operativo e un vertice ministeriale di alto livello che si terrà a Washington nel mese di febbraio. L'obiettivo è intensificare la cooperazione per fermare i cartelli e il traffico illecito di armi e droga. La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha ricevuto a Palazzo Nazionale una delegazione di alto livello guidata dal ministro del Commercio canadese, Dominic LeBlanc, e dal ministro dell'Agricoltura, Heath MacDonald. L'incontro, a cui hanno partecipato anche il ministri messicani dell'Economia e dell'Energia, Marcelo Ebrard e Luz Elena González, mira a consolidare le relazioni economiche e dare continuità agli impegni presi con il primo ministro Mark Carney. Al centro dei colloqui la presenza di oltre 400 imprenditori canadesi giunti nel Paese per esplorare nuove opportunità, un segnale che il governo ha definito come prova che "c'è fiducia nella nostra economia". La riunione assume un valore strategico in vista della revisione del trattato commerciale nordamericano Usmca prevista per luglio. Sheinbaum ha respinto l'ipotesi di strategie alternative per aggirare le pressioni di Washington. "Più che un piano B, stiamo rafforzando la relazione con il Canada. Da ieri ci sono 400 imprenditori canadesi in Messico per investire nel nostro Paese", ha dichiarato la titolare dell'esecutivo.
La libertà secondo Milei
[Nella nostra famiglia tutto si discuteva, si analizzava, si sviscerava. Pochissimo era intimo, in noi si affiancavano tante identità e ogni volta bisognava prima metterle a confronto e poi d’accordo. Denise Pardo] La decisione del governo argentino di Javier Milei di creare un 'Ufficio contro la disinformazione' per 'smascherare operazioni dei media e dell'opposizione' ha destato la preoccupazione delle principali associazioni della stampa locale. Il Foro del giornalismo argentino (Fopea) avverte in una nota che "il tentativo del Governo di stabilire una verità ufficiale indiscutibile si scontra frontalmente con l'essenza di una società libera". Fopea sottolinea quindi "la gravità istituzionale che rappresenta la creazione di un tribunale della verità da parte dello Stato" e del fatto che "risorse pubbliche vengano utilizzate per monitorare, prendere di mira e stigmatizzare il giornalismo dissidente o critico". Allo stesso modo l'Associazione delle entità giornalistiche che racchiude le principali testate (Adepa) ha manifestato "inquietudine per il potenziale utilizzo che potrebbe avere il nuovo organismo approvato dal potere esecutivo". L'ultimo rapporto della ong Human Right Watch sull'Argentina segnala il "clima di aggressione contro la stampa promosso dal governo di Javier Milei" e afferma che "il presidente e alti funzionari governativi hanno utilizzato spesso una retorica ostile per stigmatizzare i giornalisti". Hrw ricorda che "lo stesso Milei ha ripetutamente affermato che gli argentini 'non odiano abbastanza i giornalisti' accusando molti di questi, senza prove, di aver accettato tangenti". Il ministero della Sicurezza nazionale argentino ha rilasciato una dichiarazione in cui delinea misure specifiche per i giornalisti che seguiranno le proteste annunciate per domani da sindacati e movimenti di sinistra durante il dibattito sulla riforma del lavoro al Congresso. L'amministrazione guidata dal presidente ultraliberista Javier Milei ha avvertito che, in caso di violenza, "le nostre forze agiranno" nell'ambito di un piano che, ha affermato, mira a "preservare l'integrità fisica" degli operatori della stampa. Secondo il quotidiano Página 12, il dicastero ha istituito una zona di parcheggio esclusiva per i veicoli delle agenzie di stampa.Inoltre, ha raccomandato di evitare di posizionarsi tra potenziali focolai di violenza e il personale di sicurezza coinvolto nell'operazione, affermando che il mancato rispetto di queste istruzioni potrebbe costituire "autolesionismo".Il governo ultraliberista di Javier Milei ha annunciato oggi la creazione di un vero e proprio ufficio governativo per la lotta alla presunta disinformazione sul suo operato che diffonderebbero media e opposizione argentine. "L'Ufficio di risposta ufficiale della Repubblica Argentina è stato creato per smentire attivamente la menzogna, segnalare falsità concrete e mettere in evidenza le operazioni dei media e della casta politica", si legge in una nota dove si precisa che "la libertà di espressione è un diritto sacro" e che la creazione dell'ufficio rappresenta una decisione che "contrariamente alla censura, incorpora una voce ufficiale". "L'Ufficio di risposta ufficiale esiste per questo: affinché la disinformazione non rimanga senza risposta e perché la verità torni ad essere informazione", conclude la nota. La prima 'risposta' ufficiale che arriva dal nuovo Ufficio governativo è la secca smentita a un articolo del quotidiano Clarín che riferisce del ritardo nell'applicazione del programma di sostituzione di sussidi alla disoccupazione con 'vouchers' di formazione. L'informazione viene definita dall'ufficio come "un'operazione grossolana" affermando che il programma in questione "è attivo e finanziato".