domenica 12 luglio 2026

The end Washington Post

[Sbagliare è una grande libertà. Eugenio Murrali] Il Washington Post, di proprietà del miliardario Jeff Bezos, ha iniziato a licenziare centinaia di giornalisti. Il numero di licenziamenti non è stato reso noto. Secondo il New York Times, circa 300 degli 800 giornalisti saranno licenziati. Questa ristrutturazione, volta a riformare un giornale "di un'altra epoca", secondo quanto riferito dal direttore esecutivo del quotidiano, Matt Murray, "include sostanziali riduzioni di personale" e mira a "garantirne" il futuro, un lavoro ha aggiunto il direttore "difficile, ma essenziale". Murray ha illustrato i cambiamenti in una riunione online aziendale. I membri dello staff hanno quindi iniziato a ricevere email con due oggetti, che informavano della soppressione o meno del loro ruolo. Voci di licenziamenti circolavano da settimane. Il giornale ha perso abbonati in parte a causa delle decisioni prese da Bezos, tra cui il ritiro dall'appoggio alla dem Kamala Harris,  durante le elezioni presidenziali del 2024 contro Donald Trump e l'orientamento più conservatore. Su Facebook Martin Baron, ex caporedattore del quotidiano e figura di spicco del giornalismo americano ha scritto: "Questo è uno dei giorni più bui nella storia del giornale", e ha denunciato senza mezzi termini i "disgustosi tentativi di Jeff Bezos di ingraziarsi Donald Trump". Scrive  Margaret Sullivan del Guardian.  Potreste mai ereditare un raro violino Stradivari, prendervene cura per anni, e poi all’improvviso decidere di distruggerlo a martellate?  Oppure mettere le mani su un prezioso diamante, conservarlo in una scatola foderata di velluto blu, per poi buttarlo in un fiume?  Questi comportamenti incomprensibili non sono molto lontani da ciò che Jeff Bezos sta facendo al Washington Post, danneggiando in modo forse permanente uno dei più importanti quotidiani statunitensi.  Ho lavorato al Post scrivendo di mezzi d’informazione per sei anni, fino al 2022, e prima avevo sempre apprezzato il giornale. È stata un’esperienza entusiasmante che mi dato l’occasione di conoscere a fondo i lettori e la redazione. Mi si spezza il cuore vedendo la direzione in cui stanno andando le cose.  Dopo che la proprietà ha annunciato il licenziamento di 300 persone,   è chiaro che Bezos sta facendo qualcosa che dovrebbe essere impensabile, tra l’altro in un momento in cui il giornalismo solido e basato sui fatti non è mai stato così importante, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.  Il fondatore di Amazon farebbe bene a invertire la rotta, perché può ancora salvare un grande quotidiano e forse anche la propria reputazione come padrone del giornale, una reputazione che era riuscito a costruirsi per anni prima di una strana svolta a favore di Donald Trump. Tutto è cominciato quando Bezos, apparentemente nel tentativo di proteggere i suoi altri interessi commerciali, ha bloccato la pubblicazione di un editoriale che sosteneva Kamala Harris, candidata del Partito democratico, alle presidenziali del 2024. A prescindere da ciò che si possa pensare degli editoriali schierati, la tempistica è stata pessima: il veto di Bezos, infatti, è arrivato all’ultimo minuto, poco prima delle elezioni.  Come prevedibile, centinaia di migliaia di lettori hanno immediatamente cancellato  il loro abbonamento al Washington Post, disgustati dall’evidente tentativo di adulare Trump sacrificando l’indipendenza della redazione.  La fuga degli abbonati è proseguita quando Bezos ha imposto una brusca virata conservatrice alla sezione delle opinioni. Alcuni dei migliori opinionisti del paese hanno lasciato il giornale, seguiti dalla vignettista Ann Telnaes, che aveva proposto una vignetta in cui Bezos e altri miliardari si prostravano davanti a Trump. Per quanto riguarda la cronaca, molti reporter sono andati a lavorare in altri giornali, come l’Atlantic, il New York Times e il Wall Street Journal.  Da allora Bezos ha continuato su questa linea. Amazon ha contribuito all’organizzazione della cerimonia di inaugurazione di Trump e ha sborsato la ridicola cifra di quaranta milioni di dollari per finanziare un pessimo documentario su Melania Trump, presentato qualche giorno fa.  È vero che il Washington Post è in perdita (forse per cento milioni di dollari all’anno), ma Bezos può chiaramente permettersi di sostenere il quotidiano a prescindere dagli introiti. Per un uomo dal patrimonio sconfinato (attorno ai 250 miliardi di dollari), cento milioni sono spiccioli, o “un errore di arrotondamento”, come ha scritto l’esperto di statistica Nate Silver.  Di recente Silver ha scritto che il Washington Post ha drasticamente perso influenza, o “peso culturale”, dopo aver allontanato gran parte dei suoi lettori più fedeli, cambiato la propria linea editoriale e perso giornalisti importanti.  Le perdite finanziare non sono certo inevitabili. Pensate al caso del New York Times, in attivo e in espansione, o a quello della redazione statunitense del Guardian, in ottima salute.  A quanto pare meno di dieci anni fa il Washington Post generava profitti (il quotidiano non pubblica un resoconto delle sue finanze perché controllato da un privato). Sotto la guida del direttore Marty Baron, ha mantenuto la propria integrità durante la prima amministrazione Trump, competendo ad alti livelli con il suo grande rivale, il New York Times, alla ricerca di scoop e talenti.  Invece di trovare un nuovo modo per continuare a crescere, l’amministratore delegato scelto personalmente da Bezos, William Lewis, ha fatto l’esatto contrario, anche se va detto che i giornalisti del Post hanno trovato e continuano a trovare il modo di fare il loro lavoro in modo eccellente e pubblicare un buon numero di notizie esclusive.  Bezos vuole che il Post sia autosufficiente, e questo è comprensibile. Ma si potrebbe raggiungere l’obiettivo senza distruggere il giornale e alienare i suoi lettori storici. Magari il Post avrebbe potuto ridurre il suo staff e distribuire meglio le risorse disponibili, ma non c’era bisogno di usare l’accetta, indebolendo sezioni fondamentali come la cronaca estera o quella sportiva. Quando ha comprato il giornale, nel 2013, Bezos ha fatto un affare, visto he lo ha pagato appena 250 milioni di dollari. All’improvviso il padrone di Amazon si è trovato nella condizione di essere qualcosa di più che un semplice miliardario. Ha avuto l’occasione di custodire un tesoro nazionale, un quotidiano storico con collaboratori di livello mondiale, che può vantare decine di premi Pulitzer, tra cui quello per le indagini che hanno provocato lo scandalo Watergate  e quello per le rivelazioni   di Edward Snowden sull’apparato di sicurezza e spionaggio statunitense. Per non parlare della splendida sezione culturale e dell’attenta copertura internazionale. È strano. Per anni il fondatore di Amazon aveva dato l’impressione di prendere sul serio questa responsabilità e di capire quanto fosse alta la posta in gioco. Quando Jason Rezaian, il corrispondente del giornale da Teheran, è stato arrestato e imprigionato per mesi,   Bezos si è speso personalmente per ottenerne la liberazione, che ha poi festeggiato insieme allo staff del Post e alla famiglia del giornalista. Quando Trump, durante il suo primo mandato, ha minacciato il Post e ha attaccato il suo proprietario personalmente, Bezos non si è piegato. Per un certo periodo è sembrato che l’imprenditore sapesse addirittura come parlare ai giornalisti della loro missione in una società democratica. Ha perfino usato il tono giusto incitando uno staff orgoglioso ed energetico ad affondare un pò di più i colpi nel momento in cui il giornale si era rimesso in sesto dopo un periodo difficile. Ma ora, a quanto pare, l’unica cosa che importa è risanare il Post dal punto di vista finanziario e restare nelle grazie di Trump, , quando sarebbe molto meglio se Bezos “risanasse” se stesso, curasse le ferite che ha inflitto al giornale e permettesse al giornalismo del Washington Post di sopravvivere e prosperare in un momento cruciale per la democrazia statunitense. Il veterano del Washington Post, Bob Woodward, si è detto "devastato" dai licenziamenti di massa al giornale e ha affermato che l'impatto si farà sentire anche sui lettori, sottolineando che "meritano di più".    "Sono devastato dal fatto che così tanti dei miei amati colleghi abbiano perso il lavoro e che ai nostri lettori vengano offerte meno notizie e analisi approfondite", ha dichiarato Woodward su X. Il giornalista vincitore del Pultizer per lo scoop sul Watergate assieme al collega Carl Bernstein nel 1974 ha assicurato: "Farò tutto ciò che è in mio potere per contribuire a garantire che il Washington Post prosperi e sopravviva". 


684mila frane in Italia

[Com’era bello un divorzio senza liti! Sopratutto, com’era inebriante la libertà riconquistata. Maria Teresa Giaveri]La croce, nel quartiere "Sante Croci" a Niscemi (Caltanissetta), è crollata lungo il fronte di frana. Era diventata, in queste settimane di emergenza dopo la frana che ha sconvolto il paese un simbolo di resistenza. Il sindaco Massimiliano Conti ha confermato che la croce è crollata, finendo nel vuoto. Era stata apposta nel ricordo della chiesa colpita dalla frana del 1997. "Purtroppo  è caduta ….. questo appesantisce ancora di più il nostro già triste cuore" dice il sindaco.  Il movimento No Muos, insieme a sigle sindacali di base e a cittadini  è sceso in piazza, a Niscemi (Caltanissetta), con un corteo "per denunciare ciò che negli anni non è stato fatto per salvaguardare il territorio", hanno detto gli organizzatori. Il corteo ha preso il via da largo Mascione. "Niscemi non cade", così riportava lo striscione di apertura. "La frana non è stata conseguenza del caso o del maltempo - hanno detto alcuni manifestanti - ma il risultato di anni di abbandono del territorio e di mancanza di pianificazione". La manifestazione è servita a denunciare il "doppio livello" messo in campo per Niscemi. "Ancora oggi, vengono autorizzati interventi di adeguamento e ampliamento per l'area militare americana che ospita il sistema di telecomunicazioni Muos - hanno detto gli organizzatori - mentre per la città nulla è stato fatto nel tempo, nonostante la frana del 1997". I manifestanti chiedono la sospensione immediata dei lavori all'interno della base e la pubblicazione di dati sulle verifiche idrogeologiche, da fonti indipendenti, compresi quelli dell'area del Muos.  Non solo Niscemi: il pericolo di frane riguarda moltissimi territori in Italia e nel complesso alluvioni, valanghe ed erosione costiera riguardano il 94,5% dei comuni e quasi 6 milioni di cittadini. Nel 2024 la superficie in pericolo è aumentata del 15% rispetto al 2021 e i territori maggiormente coinvolti sono nella Provincia Autonoma di Bolzano (+61,2%), in Toscana (+52,8%), Sardegna (+29,4%), Sicilia (+20,2%). E secondo i dati aggiornati dell'Inventario dei fenomeni franosi in Italia (Iffi) dell'Ispra le frane hanno superato quota 684mila e costituiscono una minaccia per quasi 1,3 milioni di persone, pari al 2,2% della popolazione, e per più di 742mila edifici. In un caso su tre (33%) avvengono per scivolamento, come è avvenuto a Niscemi, oppure per colamento lento (18,3%), comune nell'Appennino Emiliano, in Basilicata e in Liguria. Non sono rare (12,1%) le frane a colamento rapido, di solito innescate da piogge intense su terreni argillosi e distruttive come quelle avvenute nel 1998 a Sarno e Quindici, o quelle del 1987 in Valtellina e ancora quelle registrate in Liguria, Umbria. Piemonte, Toscana e Molise. Secondo i dati del Rapporto Ispra presentato a luglio scorso l'Italia si conferma tra i Paesi europei più esposti al rischio frane: il 28% ha "una dinamica estremamente rapida e un elevato potenziale distruttivo" anche per le vite umane. Secondo i Piani di Assetto Idrogeologico (Pai), si è passati dai 55.400 chilometri quadrati del 2021 ai 69.500 del 2024, pari al 23% del territorio nazionale a rischio smottamento. Secondo l'analisi, in Italia 5,7 milioni di persone abitavano in zone pericolose nel 2024; oltre 582mila famiglie, 742.000 edifici, quasi 75.000 unità locali di impresa e 14.000 beni culturali esposti a rischio nelle aree a maggiore pericolosità da frana. Una piattaforma dell'Ispra, IdroGEO, consente ai cittadini anche da smartphone "di verificare i rischi che interessano il proprio territorio, cercando un indirizzo o geolocalizzandosi in mappa e identificando così il livello di pericolosità per frane e alluvioni in un raggio di 500 metri dal punto di interesse (abitazione, attività economica o produttiva).        


Gerace Visit Italy

[Nascere è come venire rapiti. E poi essere venduti come schiavi. Andy Warhol] Gerace, piccolo comune della Locride, è stato inserito tra le destinazioni da visitare da Visit Italy, portale per la promozione e valorizzazione del turismo in Italia, nel settore Luminous Destinations, iniziativa che risponde all'overtourism selezionando dieci destinazioni italiane rappresentative di un modello di turismo più consapevole, autentico e sostenibile.  Il progetto Luminous Destinations, è scritto in una nota, si inserisce nel quadro delineato dal nuovo report dell'Osservatorio Turismo di Visit Italy, che fotografa un settore ancora in crescita ma segnato da forti squilibri. Nel 2025 le presenze turistiche in Italia superano i 479 milioni, collocando il Paese tra i più performanti in Europa, ma anche tra quelli con il più alto livello di saturazione turistica. In questo contesto emerge il ruolo dei lifer, le persone che vivono quotidianamente i territori e ne custodiscono identità e relazioni: un elemento centrale per la qualità dell'esperienza turistica e per la sostenibilità dei luoghi nel lungo periodo. "Con Luminous Destinations vogliamo valorizzare quei territori che dimostrano come il turismo possa generare valore senza compromettere l'identità dei luoghi. Non si tratta di contrapporre destinazioni o di proporre alternative preconfezionate, ma di promuovere un approccio diverso, in cui il benessere delle comunità locali diventa parte integrante della qualità dell'esperienza turistica", spiega Ruben Santopietro, Ceo e founder di Visit Italy.     L'Italia è costellata di territori meno conosciuti, ricchi di storia e tradizioni, che conservano un forte legame con la propria identità e, in questo contesto, Visit Italy ha selezionato Gerace tra le dieci Luminous Destinations 2026, riconoscendone il potenziale come meta capace di interpretare un modello di turismo più consapevole e sostenibile.     Gerace si erge su una rupe che domina la Locride, agendo come porta d'accesso alle meraviglie dell'Aspromonte. La scelta del borgo risiede nella sua natura di "città della pietra", dove la maestosità della sua Cattedrale normanna non è un monumento isolato, ma il perno di un centro medievale rimasto incredibilmente intatto. Gerace risponde perfettamente alla domanda di un turismo che cerca verità e narrazione, offrendo un'esperienza dove il patrimonio architettonico dialoga costantemente con un paesaggio selvaggio e potente.    La maestria artigiana, è ancora viva nelle botteghe che punteggiano i vicoli e che tramandano la lavorazione della ceramica e della tessitura. 

Guido Harari a Vicenza

[Fare denaro è un’arte: lavorare è un’arte: un buon affare è il massimo di tutte le arti. Andy Warhol] Un evento molto atteso è quello che sarà ospitato per quattro mesi, dal 27 marzo al 26 luglio, alla Basilica Palladiana di Vicenza: si tratta di "Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti", mostra antologica che attraversa mezzo secolo di fotografia come pratica umanistica prima ancora che visiva.  La mostra è organizzata dal Comune e Musei Civici di Vicenza, in collaborazione con New Conversations-Vicenza Jazz, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of sound Gallery.     Durante la rassegna saranno esposte oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni e memorabilia, ripercorrendo la carriera del fotografo in un nuovo e suggestivo allestimento che dialoga con l'architettura della Basilica. Inoltre   saranno raccontate tutte le fasi della carriera eclettica di Harari, dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale, ai ritratti intesi come luoghi di prossimità e ascolto, fino a un lavoro che nel tempo ha attraversato editoria, pubblicità, moda e reportage.     La mostra si articola in cinque sezioni, a partire dagli anni Settanta quando Harari, ancora adolescente, inizia a coniugare le sue due grandi passioni: la musica e la fotografia. Da qui il racconto procede attraverso immagini e sequenze inedite, intrecciate a filmati d'epoca, videointerviste e al documentario di Sky Arte a lui dedicato. La visita sarà fruibile attraverso un'audioguida con la voce narrante dello stesso artista, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.    


Wikimedia Ucraina

[Chi non conosce la storia è costretto a riviverla . Anonimo] Almeno cinque esplosioni sono state udite nelle prime ore di sabato a Kiev, dove le autorità hanno lanciato l'allarme per un attacco missilistico russo, secondo quanto riportato dai giornalisti dell'AFP presenti sul posto. Le sirene antiaeree hanno iniziato a suonare diversi minuti dopo la prima esplosione.     "Il nemico sta attaccando la capitale con missili. Restate in luoghi sicuri!", ha scritto su Telegram Tymur Tkachenko, capo dell'amministrazione militare della capitale. Lo Stato maggiore delle forze armate ucraine ha reso noto che sono stati lanciati raid aerei contro infrastrutture russe situate nei territori occupati. Nel bollettino viene confermato che tra i mezzi colpiti figura un velivolo A-50 — il platform da sorveglianza ed allerta precoce (Aew) della VKS— danneggiato  uno stabilimento aeronautico russo.  Secondo Kiev, l’A-50 si trovava presso un sito aziendale per interventi di manutenzione e probabilmente era in lista per un aggiornamento. Contestualmente, le forze ucraine hanno preso di mira l’acciaieria di Alchevsk, nella regione di Luhansk. Lo stabilimento è indicato come parte della catena produttiva di componenti militari: esegue la fusione e la prima lavorazione di billette per proiettili d’artiglieria di grosso calibro e si occupa della produzione e della riparazione di acciai blindati destinati a mezzi ed attrezzature dell’occupante. Il comando ucraino sottolinea il carattere duale dell’obiettivo —capacità industriale con ricadute dirette sulla logistica e sul rifornimento di sistemi d’arma. Il rapporto non fornisce al momento dettagli visivi o tecnici sull’entità dei danni all’A-50 né sulla portata operativa dell’impianto di Alchevsk dopo i colpi. Le informazioni rilasciate rispecchiano l’intento di colpire nodi critici della catena di produzione e comando avversaria, con impatti potenzialmente significativi sul ciclo manutentivo dei velivoli Aew e sulla disponibilità di munizionamento pesante. Le verifiche indipendenti e le conferme sul campo restano in corso. Raccontare attraverso le fotografie le tradizioni e custodire l'identità storica dell'Ucraina. È il progetto di Wikimedia Italia in collaborazione con Wikimedia Ucraina, una mostra fotografica con le immagini libere raccolte negli anni dai concorsi Wikimedia: Wiki Loves Monuments con oltre 447.450 immagini in 14 anni, Wiki Loves Earth con 132.773 immagini in 12 anni, Wiki Loves Folklore con 3.389 immagini in 3 anni. Il percorso espositivo è in programma  nella Biblioteca Civica Antonio Tiraboschi di Bergamo, con il patrocinio del Consolato Generale d'Ucraina. Si snoda tra monumenti, paesaggi e tradizioni, in grado di restituire la bellezza e la resilienza di un paese segnato dalla guerra ma che ancora custodisce la propria identità. Dall'inizio del conflitto più di 2.000 beni culturali, tra cui edifici storici, musei e collezioni, chiese, teatri e statue, sono stati distrutti o danneggiati - spiega una nota dell'iniziativa -. Così come le aree naturali protette, il cui 30% è stato colpito da operazioni militari o occupazioni. Le fotografie diventano così un mezzo per custodire questi beni e renderli accessibili anche alle generazioni future. "È per noi un onore collaborare con una comunità così attiva e resiliente che nonostante le varie difficoltà continua a produrre contenuti di qualità e a impegnarsi per la conoscenza libera. Con questa mostra diffondiamo la testimonianza del lavoro di Wikimedia Ucraina", afferma Ferdinando Traversa, presidente di Wikimedia Italia. "Questa iniziativa è un segno di come la comunità di Wikimedia Ucraina continui a vivere e lavorare nonostante le sfide della guerra. Siamo grati a Wikimedia Italia per questa idea, per la loro disponibilità e per aver reso tutto questo possibile. Speriamo che la collaborazione abbia successo e contribuisca a far ascoltare la nostra voce anche all'interno della comunità italiana", dice Ilya Korniyko, presidente del Consiglio dell'Ong Wikimedia Ucraina. 


Militari cinesi a Managua

[Nella sua arroganza l'uomo attribuisce la propria origine a un piano divino; io credo più umile e verosimile vederci creati dagli animali. Darwin] Il regime di Daniel Ortega ha autorizzato, per la prima volta, l'ingresso in Nicaragua di personale militare della Repubblica popolare cinese a partire da questo semestre.  Questa decisione consolida il riavvicinamento tra Managua e Pechino e aggiunge una dimensione militare a un'alleanza che, in meno di cinque anni, si è ampliata fino a includere cooperazione commerciale, infrastrutturale, tecnologica, di sicurezza e di polizia.    Il provvedimento coincide con l'avanzamento di progetti strategici promossi da aziende cinesi, tra cui la modernizzazione dell'aeroporto di Punta Huete e i lavori al porto di Corinto, due infrastrutture che gli analisti considerano di potenziale interesse militare data la loro vicinanza agli Stati Uniti.     Il decreto presidenziale autorizza l'ingresso di "personale militare, navi e velivoli" per partecipare a esercitazioni congiunte, scambi di esperienze e missioni di assistenza umanitaria.     Da quando il Nicaragua ha ristabilito le relazioni diplomatiche con Pechino nel dicembre 2021, entrambi i governi hanno rapidamente rafforzato la cooperazione politica ed economica, ma l'ingresso di personale militare cinese nel territorio nicaraguense non è mai stato ufficialmente autorizzato.Il governo del Nicaragua ha concesso una nuova licenza mineraria a una società cinese per lo sfruttamento di minerali nel dipartimento di Madriz, nel nord del Paese, vicino al confine con Honduras. Lo riferisce il sito di notizie 100% Noticias. Il permesso, pubblicato nella Gazzetta ufficiale, riguarda un'area di circa 2.500 ettari nel lotto denominato "La Guadalupana", situato nel municipio di San Juan del Río Coco. Con questa nuova concessione salgono a 72 i lotti assegnati dal 2021 a imprese cinesi, per una superficie complessiva di oltre un milione di ettari, pari all'8,5% del territorio nazionale.     Le licenze sono state rilasciate dal governo guidato dal presidente Daniel Ortega e dalla vicepresidente, nonché sua moglie, Rosario Murillo, con il coinvolgimento del figlio Laureano Ortega Murillo, incaricato di seguire i rapporti con Pechino. Organizzazioni ambientaliste come la Fundación del Río denunciano che alcune concessioni riguardano aree protette e territori indigeni, criticando la mancanza di trasparenza e l'assenza di studi economici e ambientali approfonditi. Secondo l'Ong, l'interesse delle compagnie non si limita a oro e argento, ma comprende anche minerali strategici come rame, cobalto e nichel. In Nicaragua, il regime di Daniel Ortega e Rosario Murillo ha cancellato senza spiegazioni le licenze di circa 2.000 avvocati. Secondo il quotidiano La Prensa, i nomi dei legali interessati sono stati tolti dal registro della Corte suprema, privandoli così della possibilità di esercitare la loro professione.    La misura fa parte di un piano del governo volto a reprimere i cittadini "associati alla difesa della democrazia", ha detto ai media una legale in esilio sotto anonimato. Il messaggio ai nicaraguensi è che "non possono scegliere un avvocato qualsiasi", ma solo quelli che "godono di privilegi con il regime", ha aggiunto.     Ortega e Murilo hanno esercitato uno stretto controllo sugli oppositori sin dalle proteste del 2018, che secondo le Nazioni Unite hanno causato la morte di circa 300 persone mentre centinaia di altre sono state incarcerate. 

sabato 11 luglio 2026

Donaldo contro il quarto potere

[Si ha più potere quando si tace, perché così la gente comincia a dubitare di se stessa. Andy Warhol] L’amministrazione Trump ha emesso mandati di comparizione contro diversi giornalisti del New York Times, dopo che il quotidiano ha pubblicato nei giorni scorsi articoli su problemi di sicurezza relativi al nuovo Air Force One, donato dal Qatar al presidente Trump. Lo denuncia il quotidiano Usa, sottolineando che i mandati mirano a costringere i giornalisti a testimoniare mercoledì davanti a un gran giurì federale a Manhattan e rappresentano "una straordinaria escalation negli sforzi del presidente Trump per minacciare e intimidire le testate giornalistiche indipendenti", scrive Nyt.Arthur Gregg Sulzberger ha parlato durante un evento della Yale Law School a New York. Il presidente Usa “ha utilizzato una gamma sempre più ampia di strumenti e poteri per attaccare la stampa in modo molto più aggressivo rispetto ai suoi predecessori", ha dichiarato l’editore della storica testata newyorkese. E ai media ha detto: piegarsi alla Casa Bianca "serve unicamente a incoraggiare gli attacchi contro la stampa" . Botta e risposta tra il quotidiano New York Times  e il presidente Usa Donald Trump sul suo stato di salute fisica. Il giornale ha rivelato in un'analisi che il presidente americano starebbe gradualmente riducendo le apparizioni pubblico, con eventi ufficiali ridotti del  39% rispetto al 2017, all'inizio del suo primo mandato. Il primo  appuntamento della giornata viene fissato mediamente più tardi (12:08  anziché 10:31) e le sue apparizioni pubbliche si concentrano quasi  ormai tutte tra mezzogiorno e le 17, con alcune che mostrerebbero  "chiari segni di stanchezza". Il tycoon ha risposto su Truth Social  definendo il giornale "nemico del popolo": "Quello che faccio richiede molto lavoro ed energia, e non ho mai lavorato così duramente come sto facendo ora".  Il presidente, oggi 80enne e il più anziano mai eletto  alla Casa Bianca, ha attaccato il "quotidiano, ormai prossimo al  fallimento", in mano a "lunatici della sinistra radicale", per aver  scritto "un pezzo su di me in cui sostengono che starei perdendo  energia, quando i fatti mostrano l'esatto opposto".  "Sanno che è  falso, come quasi tutto ciò che scrivono su di me", ha aggiunto,  criticando in particolare la giornalista autrice dell'articolo Katie  Rogers, "incaricata di scrivere solo cose negative su di me", e  definita "brutta sia dentro che fuori".        L'analisi del New York Times evidenzia anche cambiamenti nel  calendario presidenziale: meno eventi e meno viaggi interni rispetto  al passato, compensati da un maggior numero di spostamenti  internazionali. Durante un evento nell'Oval Office dello scorso 6  novembre, Trump ha persino dato l'impressione di addormentarsi per  alcuni secondi.        Secondo una fonte vicina al presidente, Trump continua a recarsi  regolarmente nello Studio Ovale dopo le 11 del mattino, una routine  che risale al primo mandato: dopo essersi lamentato di avere troppi  impegni al mattino, ha scelto di ritagliarsi "tempo esecutivo" per sé  stesso nella residenza della Casa Bianca prima di scendere al piano di lavoro. Matthew Dallek, storico politico della George Washington University, ha sottolineato che Trump non si discosta molto dai suoi  predecessori: "Le persone che lo circondano sono simili agli assistenti di Biden. Parlano come se vivessimo in un mondo un po'  fantastico. Trump, in questo modo, con l'aiuto dei suoi collaboratori  e dei suoi medici, ha creato una finzione sulla sua salute per nascondere la dura realtà: ha 80 anni ed è una delle persone più  anziane ad aver mai occupato lo Studio Ovale".        "Ci sarà un giorno in cui mi mancherà l'energia, succede a tutti, ma  avendo appena svolto una visita medica perfetta e un test cognitivo  superato a pieni voti, sicuramente quell'ora non è adesso!", ha  concluso il presidente nel post di replica al giornale.Donald Trump attacca la stampa, lancia restrizioni ai media, intenta cause e intimorisce i conduttori. È una dura critica quella che l’editore del New York Times, Arthur Gregg Sulzberger, ha rivolto al presidente degli Stati Uniti, protagonista da quando è alla Casa Bianca di incursioni che minano la libertà di stampa. Sulzberger ha parlato durante un evento della Yale Law School a New York e non ha risparmiato le critiche anche verso quelle testate giornalistiche che, a suo parere, si sono piegate alle pressioni dell’amministrazione Usa. "Non serve a nessuno aggirare la realtà che il presidente Trump ha utilizzato una gamma sempre più ampia di strumenti e poteri per attaccare la stampa in modo molto più aggressivo rispetto ai suoi predecessori", ha detto l'editore elencando una serie di episodi che convalidano il suo parere. Sulzberger ha citato tutte quelle restrizioni del Pentagono ai media che poi, a marzo, un giudice federale ha dichiarato incostituzionali: come l’obbligo imposto ai giornalisti di firmare policy che autorizzano esclusivamente le comunicazioni ufficiali, pena la revoca delle credenziali stampa. Ci sono state poi le cause che Trump ha intentato contro il Des Moines Register, il Wall Street Journal e la Bbc, per non parlare dei cambiamenti di programmazione, personale e politiche avvenuti alla Cbs con il nuovo proprietario, David Ellison. L'editore della storica testata giornalistica newyorkese, inoltre, ha criticato i media che, secondo lui, hanno accettato accordi in cause "vincibili" con il presidente, ridimensionato le loro pagine editoriali riducendo le critiche alla Casa Bianca e adottato il linguaggio preferito da Trump nei loro articoli. A.G. Sulzberger cita ad esempio coloro che hanno sostituito "Golfo del Messico" con "Golfo d'America" allo scopo di "accontentare l'amministrazione o promuovere i propri interessi commerciali". Il numero uno del New York Times ha quindi lanciato un appello alla stampa statunitense: "Non capitolate" a Donald Trump e alla sua amministrazione: farlo "serve unicamente a incoraggiare gli attacchi contro la stampa".