venerdì 5 giugno 2026

Parla Yossi Cohen

[Nessuna arma forgiata contro di te prospererà, e tu confuterai ogni lingua che ti accusa. Isaia 54:17] Almeno sette persone sono morte in attacchi israeliani notturni sulla città di Tiro, nel sud del Libano: è quanto riferito all'Afp da una fonte della Difesa civile. Un attacco nei pressi dell'ospedale Jabal Amel, secondo la stessa fonte ha provocato quattro morti e sette feriti, causando anche lievi danni alla struttura sanitaria.    Un altro attacco ha ucciso tre persone e ne ha ferite altre cinque, tra cui due bambini. L’ex capo del Mossad torna al centro dell’attenzione dopo un’intervista inedita in cui riflette sulle operazioni segrete e sulle strategie di sicurezza nazionale adottate durante il suo mandato. Yossi Cohen, che ha guidato il Mossad tra il 2016 e il 2021, ha affrontato temi delicati come gli attacchi mirati contro figure legate a programmi di terrorismo e alla proliferazione nucleare. Ha spiegato che durante la sua leadership l’agenzia ha operato con il principio di essere “prima e decisa”, puntando a neutralizzare minacce concrete prima che potessero danneggiare Israele. In varie occasioni, Yossi Cohen ha sottolineato che le operazioni non erano motivate da vendetta, ma dalla necessità di proteggere i cittadini israeliani e gli interessi strategici del Paese. Nel corso dell’intervista, ha descritto come il Mossad abbia affrontato la sfida rappresentata dal programma nucleare iraniano, evidenziando che l’agenzia ha monitorato a lungo figure chiave e siti sensibili, contribuendo a operazioni di sabotaggio e raccolta di informazioni critiche. Le sue dichiarazioni offrono uno sguardo raro su come l’intelligence israeliana abbia raccolto dati e agito contro individui ritenuti pericolosi, inclusi esperti militari e tecnici legati allo sviluppo di capacità nucleari ostili.  Pur non confermando ufficialmente responsabilità specifiche, Cohen ha indicato che, se un individuo rappresenta un serio rischio per la sicurezza nazionale, i servizi israeliani ritengono necessario intervenire per “fermarne l’esistenza” prima che possa causare danni. Questo approccio spiega perché negli anni recenti ci sono stati numerosi attacchi attribuiti ad agenti israeliani contro dirigenti di organizzazioni ostili all’interno e all’estero, operazioni che suscitano spesso dibattito internazionale per il modo in cui sono condotte e per le implicazioni legali e diplomatiche.  Cohen ha anche parlato del rapporto tra l’intelligence e i partner globali, evidenziando l’importanza dello scambio di informazioni con alleati per impedire complotti terroristici e proteggere gli interessi condivisi. Ha ricordato che Mossad non ha la responsabilità di commentare pubblicamente o rivendicare tali operazioni, ma ha sottolineato che la cooperazione con servizi di sicurezza esteri è fondamentale per affrontare minacce internazionali complesse. Pur essendo una figura nota per la sua riservatezza, l’ex capo del Mossad ha voluto spiegare che la strategia dell’agenzia non punta alla vendetta, ma alla prevenzione, cercando di neutralizzare coloro che potrebbero pianificare o facilitare attacchi contro Israele. La logica di certe operazioni rientra in un approccio di difesa proattiva, in cui l’intelligence guida l’azione per limitare i rischi a lungo termine, includendo anche la cooperazione tecnica e informativa con Stati amici.  Queste dichiarazioni mettono in luce come la sicurezza nazionale israeliana sia stata modellata negli ultimi anni da un equilibrio tra raccolta di dati, analisi strategica e capacità di agire con precisione, evitando rischi e cercando di anticipare mosse ostili. L’intervista ha anche attirato l’attenzione sulla delicatezza del ruolo dei servizi segreti nel definire quali minacce richiedano una risposta diretta, e su come queste scelte influenzino le relazioni diplomatiche in Medio Oriente e oltre.  Nel contesto di tensioni regionali e globali, le riflessioni di un ex capo del Mossad offrono una rara prospettiva interna su come vengono valutate e gestite le minacce, ricordando al pubblico l’importanza delle operazioni coperte per la difesa dello Stato e la salvaguardia della sicurezza interna. 


Via da Damasco

[Chi vive senza follia non è così saggio come crede. François de La Rochefoucauld] L'amministrazione Trump sta valutando il ritiro completo delle truppe americane dalla Siria.    Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense. Il ritiro metterebbe fine all'operazione americana in Siria iniziata nel 2014. L’11 gennaio il governo siriano si è assicurato il controllo di Aleppo, nel nord della Siria, dopo giorni di combattimenti mortali in due quartieri curdi. I combattenti curdi sono stati trasferiti nell’area autonoma gestita da questa minoranza nel nordest del paese. I combattimenti, i più violenti nella seconda città della Siria dalla caduta del regime di Bashar al Assad nel dicembre 2024, rischiavano di compromettere la difficile transizione in corso nel paese, devastato da quasi quattordici anni di guerra civile. Erano scoppiati in un momento in cui i negoziati per l’attuazione di un accordo firmato nel marzo 2025, il cui obiettivo è integrare le istituzioni dell’amministrazione autonoma curda nel nuovo stato siriano, erano a un punto morto. Dopo aver rifiutato di arrendersi per ore, i combattenti curdi asserragliati nella loro roccaforte del quartiere di Sheikh Maqsoud hanno lasciato Aleppo nella notte tra il 10 e l’11 gennaio, salendo su pullman diretti verso il nordest del paese.  In totale le forze siriane hanno trasferito 419 combattenti, 59 dei quali feriti, ha dichiarato all’Afp un funzionario del ministero dell’interno che ha chiesto di rimanere anonimo. Sui pullman c’erano anche i corpi di un numero imprecisato di combattenti morti.  Nella città curda di Qamishli, nel nordest del paese, centinaia di persone hanno accolto i pullman tra rabbia e promesse di vendetta, ha riferito un giornalista dell’Afp presente sul posto.  “Vendicheremo i nostri martiri”, ha affermato Oum Dalil, una donna di 55 anni, mentre la folla gridava slogan contro il presidente Ahmed al Sharaa.  Oltre ai combattenti trasferiti, altri trecento curdi sono stati arrestati ad Aleppo, secondo il funzionario del ministero. I combattimenti scoppiati il 6 gennaio ad Aleppo hanno causato almeno 24 morti e 129 feriti, oltre a circa 155mila sfollati, secondo le autorità. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, un’ong con sede all’estero ma che dispone di una vasta rete d’informatori nel paese, ha invece fornito un bilancio più alto, di 60 morti tra combattenti curdi e soldati, oltre a 45 civili.  Ha anche denunciato “esecuzioni extragiudiziali” compiute dalle forze governative nel quartiere di Sheikh Maqsoud. Le nuove autorità siriane si erano più volte impegnate a proteggere le minoranze. Ma i combattimenti ad Aleppo sono il terzo episodio di violenze contro le minoranze, dopo i massacri di alawiti nell’ovest del paese a marzo e gli scontri con i drusi nel sud a luglio. Per i curdi nessuna Flotilla, nessun corteo, zero scioperi… i bambini curdi non interessano nessuno.



Pasticiedda desaparecido

[Impara tutto, vedrai che poi nulla è superfluo. Ugo di San Vittore] Meno di un mese e Ita ritorna in gh a punta rasi e fontanarossa. La macchina della clausola sociale si sta mettendo in moto e non mancano le varie opzioni che si accavallano e si smentiscono a vicenda. Sembra ieri, ottobre 2023, che asc acquisiva ita a Catania e Palermo … però senza un piano industriale non si va lontano.   Vero che oggi Ita ha meno voli da quando ha lasciato gh (complessivamente parliamo di 1300 voli in meno), è questo dovrebbe incidere in negativo nel quantificare il numero della clausola sociale. Se escludiamo gli amministrativi, che da sempre non rientrano nella clausola sociale, un numero ancora imprecisato dovrebbero restare fuori, in tutto i dipendenti asc sono circa 120 solo a Palermo. Gira anche voce che gh potrebbe prenderli tutti e il giorno dopo aprire la cig. Comunque vada a restare fregato è il dipendente part time indeterminato che sognava un contratto migliore.   Nel frattempo Mascamanciata aspetta con fiducia Bradley Cooper per dargli il benvenuto … 


Indagine Cpi su Venezuela

[L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità. Adorno, "Minima moralia"]  La Corte penale internazionale (Cpi) ha confermato che l'indagine "Venezuela I" sui presunti crimini contro l'umanità commessi nel Paese continua senza interruzioni. Il viceprocuratore Mame Mandiaye Niang, che guida le indagini, ha dichiarato che il procedimento "prosegue in modo soddisfacente", con "pieno ritmo e totale dedizione".    L'inchiesta, la prima aperta formalmente dalla Corte in un Paese del continente americano, riguarda presunti crimini contro l'umanità commessi almeno dal 2017 da autorità civili, forze di sicurezza e gruppi filogovernativi, i cosiddetti colectivos.Tra le accuse figurano detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali e persecuzioni per motivi politici.    L'indagine era stata avviata nel 2021 dall'allora procuratore Karim Khan, dopo il rinvio del caso da parte di Argentina, Canada, Cile, Colombia, Paraguay e Perù. Dopo una sospensione temporanea richiesta da Caracas, la Corte ne ha autorizzato la ripresa nel 2023, decisione confermata in appello nel 2024.    Niang ha sottolineato che la prudenza procedurale è essenziale per garantire la legittimità delle future decisioni giudiziarie e ha riconosciuto le aspettative delle vittime e delle organizzazioni per i diritti umani che chiedono giustizia per gli abusi denunciati nel Paese. L'ong ha spiegato di aver monitorato 719 beni in 21 Paesi (tra cui l'Italia), collegati a indagini per corruzione originate in Venezuela, nel periodo 2009-2026. L'importo di quasi 4 miliardi di dollari rappresenta "la somma complessiva di tutti i beni sotto controllo giudiziario o amministrativo". Del totale dei beni, 287 sono stati sequestrati e 423 sono congelati o in fase di confisca. "Gli Stati Uniti sono responsabili della maggior parte dei sequestri (274), a causa della trama che coinvolge Petróleos de Venezuela (Pdvsa, la compagnia statale del petrolio, ndr)", afferma Transparency Venezuela.    Nell'agosto del 2025, l'allora procuratrice generale americana, Pamela Bondi, annunciò il sequestro di circa 700 milioni di dollari in "ville, automobili, aerei e gioielli" appartenenti a una rete controllata da Nicolás Maduro, catturato dagli Usa a Caracas il 3 gennaio e attualmente detenuto a New York.
   


Guai cileni

[Due cose riempiono l'animo con sempre nuovo e crescente stupore e venerazione, quanto più spesso e accuratamente la riflessione se ne occupa: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Kant] Il governo cileno ha rilevato criticità fiscali per oltre 9,2 miliardi di dollari dopo una maxi-audit interna sui conti pubblici relativi al periodo 2022-2026, durante la presidenza di Gabriel Boric.    Parallelamente, il Ministero delle Finanze ha segnalato un errore nelle proiezioni del debito fino al 2030, pari a circa 10 miliardi di dollari, che inciderebbe sul quadro fiscale di medio termine.    Secondo le autorità, riferisce Radio BioBio, le verifiche hanno evidenziato "errori, incoerenze e possibili irregolarità", oltre a debolezze nei sistemi di controllo. L'analisi ha coinvolto oltre 913 milioni di dati e più di 500 enti pubblici, portando all'apertura di indagini su quattro organismi statali, tra cui il ministero della Donna e quello dei Trasporti.    Il dicastero delle Finanze ha precisato che l'errore riguarda le proiezioni di deficit e debito contenute in un precedente rapporto, che non risultavano coerenti con l'evoluzione attesa ed è stata avviata un'inchiesta amministrativa interna per accertare eventuali responsabilità.Il Cile ospiterà giovedì prossimo un vertice regionale di alto livello con le autorità di Argentina, Bolivia, Ecuador e Perù per coordinare le azioni contro la criminalità organizzata transnazionale e il narcotraffico, mentre si registra l'aumento dell'influenza delle gang in diversi Paesi sudamericani L'incontro mirerà a stabilire meccanismi di cooperazione congiunta in materia di sicurezza delle frontiere, condivisione di informazioni e identificazione dei flussi finanziari illeciti, secondo quanto dichiarato dal ministero degli Esteri cileno. La riunione si svolge in un contesto caratterizzato dall'espansione di organizzazioni criminali come il cartello venezuelano Tren de Aragua, un fenomeno associato all'aumento dei flussi migratori e al rafforzamento delle reti di narcotraffico e dei crimini transfrontalieri nella regione.     "La criminalità organizzata transnazionale è una delle principali minacce alla stabilità e allo sviluppo dei Paesi e alla sicurezza degli individui", ha affermato il ministro degli Esteri cileno, Francisco Pérez Mackenna, il quale ha ribadito che gli sforzi individuali degli Stati "sono insufficienti" di fronte alle organizzazioni criminali che operano oltre i confini nazionali.  Cile, Argentina, Perù, Ecuador e Bolivia hanno firmato il "Compromesso di Santiago", un accordo regionale per rafforzare la cooperazione contro il crimine organizzato transnazionale. L'intesa, siglata da ministri degli Esteri e responsabili della sicurezza dei cinque Paesi, punta a coordinare intelligence, controllo delle frontiere e contrasto ai flussi finanziari illeciti.   Ad aprire il vertice è stato il presidente cileno José Antonio Kast, che ha definito il crimine organizzato una minaccia capace di "sottomettere quartieri e corrompere istituzioni". Il ministro degli Esteri cileno Francisco Pérez Mackenna ha sottolineato che gli sforzi nazionali non sono più sufficienti di fronte a organizzazioni criminali con attività transfrontaliere.     L'accordo prevede la creazione di un gruppo di lavoro congiunto e una verifica dei risultati entro 180 giorni. Tra le priorità figurano lo scambio di informazioni tra intelligence, polizie e procure, il coordinamento alle frontiere e il rafforzamento dei meccanismi regionali di risposta.  Il governo cileno ha avviato il nuovo "Piano di abbandono volontario" destinato ai migranti in situazione irregolare, una misura annunciata dal presidente José Antonio Kast durante il suo primo discorso sullo stato della nazione.    Il programma, riferiscono i media locali, consente agli stranieri entrati nel Paese attraverso passaggi non autorizzati o rimasti oltre la scadenza del visto turistico di lasciare il territorio senza incorrere in sanzioni economiche né nel divieto di un futuro rientro legale. Inoltre, saranno revocati gli eventuali provvedimenti di espulsione legati esclusivamente all'ingresso irregolare, a condizione che la partenza avvenga entro i termini stabiliti dalle autorità.    Per aderire sarà necessario dimostrare la propria identità tramite passaporto, documento nazionale d'identità, lasciapassare consolare o titolo di viaggio. Restano esclusi coloro che hanno precedenti penali o di polizia in Cile o all'estero. Chi possiede legami familiari con cittadini cileni o residenti permanenti, oppure un contratto di lavoro valido, potrà invece richiedere un permesso di residenza temporanea che sarà attivato dopo l'uscita dal Paese.  


giovedì 4 giugno 2026

Censurato Erri De Luca

[Ante senectutem curavi ut bene viverem,in senectute ut bene moriam:bene autem mori est libenter mori. Seneca] Lo scrittore Erri De Luca non parteciperà al Festival Salerno Letteratura, come conseguenza delle sue dichiarazioni su Israele, il sionismo e la Palestina, che già forti polemiche avevano suscitato nel dibattito culturale e politico oltre che sui social. La rassegna lo ha escluso dalla prolusione di apertura che gli era stata affidata, invitandolo a partecipare lo stesso ma in un'altra sezione, ipotesi che lo scrittore a quel punto ha declinato. Una decisione che ha indotto anche lo scrittore Roberto Cotroneo a ritirarsi. " I festival culturali non sono dei giornali, tantomeno dei partiti, e non hanno 'una linea': sono dei luoghi di cultura, di dibattito e di incontro. Sono presidi della democrazia. Da questa linea non si passa" dice lo scrittore che annuncia: "Io, per questo motivo, ho deciso di non tenere più il mio intervento a Salerno Letteratura. Avrei dovuto parlare di Umberto Eco, che sarebbe davvero inorridito solo all'idea di bruciare un libro, qualsiasi libro, o di togliere la parola a qualcuno". E anche l'Unione delle Comunità ebraiche italiane esprime solidarietà e sostegno a De Luca.     "Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me", il breve commento rilasciato oggi da Erri De Luca. Gli organizzatori dell'evento non hanno voluto controreplicare, per evitare di alimentare ulteriori polemiche anche al fine di salvaguardare la natura di un evento che è "totalmente aperto ed inclusivo". Le ultime dichiarazioni dello scrittore, secondo il Festival Salerno Letteratura, avrebbero potuto prestare il fianco a strumentalizzazioni: "La prolusione implica una certa identità di vedute con chi te le commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza", ha spiegato Gennaro Carillo, condirettore artistico della manifestazione "La prolusione è l'atto che apre il festival e in un certo senso ne detta la linea. Per questo abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria, anche per evitare strumentalizzazioni". Il Festival Salerno Letteratura, dal 13 al 20 giugno, vedrà arrivare in città decine di ospiti, tra cui Emanuele Trevi, Giuseppe Culicchia, Paolo Flores d'Arcais, Anna Foa.    All'origine dello strappo le riflessioni che, lo scorso 26 maggio, De Luca aveva espresso in un'intervista all'ANSA.     "Sionismo è diventato un termine dispregiativo per la politica di Israele. Invece per me è quel movimento politico che ha operato per la costituzione dello Stato di Israele. Sionista è chi crede a questo diritto. Chi parla di una soluzione a due Stati riconosce che uno di questi è Israele. Sionismo non è espansionismo, che invece lo tradisce", aveva detto Erri De Luca ribadendo poi a sua contrarietà ad utilizzare il termine genocidio per Gaza. "Non uso questo termine per definire la distruzione di vite umane in un conflitto che si svolge dentro centri abitati. A Gaza, la popolazione civile è stata continuamente spostata, costretta a essere profuga. Un genocidio l'avrebbe lasciata sul posto. Oppure estendiamo la parola genocidio alle battaglie di Rakka, Mosul, Mariupol, Aleppo". 


L’impotenza di Trump

[Nessun piacere è di per se stesso un male: però i mezzi per procurarsi certi piaceri arrecano molti più tormenti che piaceri. Epicuro] Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sarebbe scagliato contro il primo ministro Benjamin Netanyahu durante la loro telefonata di ieri l’altro, definendolo “fottutamente pazzo” e dicendogli che tutti “odiano Israele”, mentre chiedeva a Israele di accettare un cessate il fuoco con Hezbollah. Axios ha citato un funzionario statunitense che ha riassunto il messaggio di Trump a Netanyahu come segue: “Sei fottutamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo”. Una seconda fonte informata sulla telefonata ha riferito alla testata che il presidente degli Stati Uniti era “furioso” e a un certo punto ha urlato a Netanyahu: “Che c…o stai facendo?”. Due fonti hanno anche affermato che Trump ha accusato Netanyahu di ingratitudine durante la telefonata sull’escalation dei combattimenti in Libano, telefonata che Axios ha descritto come “piena di parolacce”. Sebbene funzionari statunitensi abbiano dichiarato al sito di notizie che Trump era consapevole che Hezbollah aveva ripetutamente sparato contro Israele e che Gerusalemme ha il diritto di rispondere, il presidente riterrebbe che le Forze di Difesa Israeliane hanno reagito in modo sproporzionato negli ultimi giorni, mettendo a rischio gli sforzi di Washington per ottenere una proroga del cessate il fuoco con l’Iran, che subordina l’accordo a una tregua in Libano. "Ho parlato con il presidente Trump questa sera e gli ho detto che se Hezbollah non smetterà di attaccare le nostre città e i nostri cittadini, Israele colpirà gli obiettivi terroristici a Beirut": lo ha dichiarato il premier israeliano Benyamin Netanyahu.   "La nostra posizione rimane invariata. Benjamin Netanyahu ha minimizzato l'ipotesi di una frattura con Donald Trump sull'Iran, affermando che, sebbene a volte vi siano "disaccordi tattici" lui e il presidente "concordano sulle questioni fondamentali". Tra queste rientra l'impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare e di minacciare Israele. "A volte abbiamo, come accade nelle migliori famiglie, questi disaccordi tattici" ha detto il premier israeliano in un'intervista a Cnbc. "Ma troviamo sempre il modo di appianarli, e lo facciamo come grandi amici". Fonti dell'entourage del primo ministro israeliano smentiscono che il presidente Donald Trump abbia fatto affermazioni personali nei confronti di Benjamin Netanyahu durante le due conversazioni telefoniche di ieri l’altro. Lo riferisce Channel 12. Le fonti hanno affermato che le telefonate sono state "tese" ma "contrariamente a quanto riportato, Trump non ha detto a Netanyahu nulla di personale, né frasi riguardanti il rischio di finire in prigione, né affermazioni secondo cui Netanyahu sarebbe odiato nel mondo". "Trump ha effettivamente affermato durante la telefonata che è difficile presentare la posizione di Israele al mondo e che ciò genera ostilità nei suoi confronti", ma tra i due leader vi sarebbe stato un accordo: Israele non attaccherà Dahyeh finché il suo territorio non sarà oggetto di attacchi. Trump si sarebbe lamentato del fatto che dal messaggio pubblicato da Netanyahu si potesse dedurre che, a eccezione degli attacchi a Beirut, la guerra continuasse a piena intensità. Netanyahu, dal canto suo, si sarebbe lamentato del fatto che dal post di Donald Trump emergesse l'impressione che Israele avesse cessato il fuoco su tutti i fronti, mentre Hezbollah continua a tentare di colpire le forze israeliane e i residenti del nord del Paese.    Allo stesso tempo, le Forze di Difesa israeliane continueranno a operare come previsto nel Libano meridionale", ha affermato il premier come riporta Haaretz. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la cattura del castello di Beaufort nel sud del Libano segna una "svolta drammatica" nella campagna di Israele contro Hezbollah in Libano. "Oggi siamo tornati a Beaufort in un modo diverso. Siamo tornati uniti, determinati e più forti che mai", ha affermato Netanyahu in una dichiarazione video. "La cattura di Beaufort è una fase drammatica e una svolta drammatica nella politica che stiamo conducendo. Abbiamo infranto la barriera della paura. Stiamo prendendo l'iniziativa, stiamo operando su tutti i fronti: in Siria, a Gaza, in Libano", ha aggiunto Netanyahu. "Nulla giustifica la grave escalation in corso nel Libano meridionale. La Francia continuerà a sostenere le autorità libanesi nei loro sforzi per ripristinare la sovranità statale e l'integrità territoriale del Paese". Così il presidente francese Emmanuel Macron, in un messaggio sulla sua pagina X.   Macron ha poi rivolto un messaggio al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il sultano dell'Oman Haitham bin Tariq, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi: "è essenziale raggiungere rapidamente un accordo tra Stati Uniti e Iran. Bisogna cogliere questa opportunità ora - si legge su X-.     La priorità deve essere la conclusione di un cessate il fuoco e l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, senza precondizioni e nel rispetto del diritto internazionale".     Per Macron, "i colloqui devono poi proseguire per raggiungere un accordo globale e solido su altre questioni, in particolare sui programmi nucleari e missilistici balistici e sulla stabilità regionale".     La Francia è pronta a fare la sua parte, "assistendo alla ripresa del traffico marittimo con la missione multinazionale indipendente istituita con il Regno Unito - ha dichiarato -, sostenendo i colloqui sul nucleare con la sua esperienza e le sue capacità e contribuendo alla necessaria creazione di un quadro di sicurezza regionale, insieme ai partner la cui protezione ha contribuito a garantire negli ultimi mesi".    "Si deve partire dal Libano, dove è urgente che tutte le armi tacciano, per sempre", ha infine chiosato il presidente francese auspicando stabilità regionale. Un avviso urgente ai residenti del Libano meridionale è stato appena diffuso dal portavoce in lingua araba dell'Idf: "i combattimenti nel Libano meridionale continuano, mentre l'esercito israeliano prosegue nel colpire strutture e infrastrutture di Hezbollah presenti nei vostri villaggi e nelle loro vicinanze. L'Idf non intende arrecare danno alla popolazione civile. Per la vostra sicurezza, evitate di dirigervi a sud del fiume Zahrani fino a nuovo avviso.     Chiunque si rechi verso sud mette a rischio la propria vita". L’Iran ha interrotto i colloqui mediati con gli Stati Uniti a causa degli attacchi israeliani in Libano: lo scrive l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Una fonte ha detto a Tasnim che, in considerazione della prosecuzione dei “crimini del regime sionista in Libano” e “tenuto conto che il Libano era una delle condizioni preliminari per il cessate il fuoco”, “e che attualmente questo cessate il fuoco è stato violato in tutti i fronti, inclusi quello libanese”, “la squadra negoziale iraniana sospende i colloqui e lo scambio di testi tramite intermediari”. “L’immediata cessazione delle operazioni aggressive e brutali dell’esercito del regime sionista a Gaza e in Libano, e la necessità di un completo ritiro del regime dalle aree occupate in Libano, sono state sottolineate dalle autorità e dai negoziatori iraniani, e finché la posizione dell’Iran e della resistenza non sarà soddisfatta su questo punto, non vi sarà alcun negoziato”, si legge ancora sul profilo X di Tasnim.  L'accordo con l'Iran per l'estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire nel corso della "prossima settimana". Lo ha detto Donald Trump in un'intervista ad Abc sottolineando che un accordo di pace potrebbe essere migliore di una vittoria militare. "Sembra mettersi bene", ha aggiunto. Un accordo di pace con l'Iran potrebbe essere "persino migliore di una vittoria militare. Non è una cosa semplice. È  una paese molto grande che stringe un accordo", ha detto Trump. "Per loro non è una cosa facile. Non è facile neanche dal nostro punto di vista, ma stiamo ottenendo quello che di serve", ha aggiunto. Hezbollah ha rivendicato la responsabilità di un attacco contro un obiettivo israeliano avvenuti stamattina presto nel Libano meridionale, così come di altri attacchi avvenuti ieri sera, dopo che Donald Trump aveva promesso la cessazione delle ostilità tra le due parti. L'agenzia di stampa ufficiale libanese Ani ha inoltre riferito nella notte che gli attacchi israeliani avevano preso di mira i villaggi di Marwaniyeh, Sidiqine, Yater e Mansouri, nel sud del Paese, e che una "fortissima esplosione" era stata udita a Debbine.