[Se una donna vi dice “5 minuti e scendo” vuol dire che tra 5 minuti scenderà. È inutile citofonare ogni mezz’ora. ceciliaseppia, Twitter] Almeno 100.000 bambini in Libano potrebbero ritrovarsi senza scuola all'inizio del prossimo anno scolastico, a meno che non vengano intraprese misure urgenti prima di settembre per riparare e ripristinare le scuole danneggiate dal recente conflitto. Lo scrive l'Unicef in un comunicato, citando uno studio del governo locale. L'analisi ha rilevato che 340 scuole pubbliche, private e per l'istruzione e la formazione tecnica e professionale hanno subito danni, tra cui 17 scuole che sono state completamente distrutte. La valutazione è stata elaborata con il supporto tecnico dell'Unicef. I danni interessano molte delle province più colpite dal conflitto, tra cui Nabatiyeh, il Libano meridionale, la Bekaa, Baalbek-Hermel, Beirut e il Monte Libano. "Le scuole sono molto più che semplici edifici", ha dichiarato Marcoluigi Corsi, rappresentante dell'Unicef in Libano. "Sono luoghi in cui i bambini imparano, si sentono al sicuro e iniziano a riprendersi dalla crisi. Sono necessari investimenti urgenti per ripristinare le scuole danneggiate e garantire che i bambini possano tornare a studiare senza ritardi". I risultati emergono dopo anni di ripetute interruzioni dell'istruzione dei bambini in Libano, causate da crisi e conflitti che si sono susseguiti senza sosta. Per molti bambini, sostiene l'Unicef, un'altra interruzione prolungata dell'apprendimento comporterebbe conseguenze durature per la loro istruzione, il loro benessere, la loro salute mentale e le loro opportunità future. La mancanza di accesso all'istruzione aumenta inoltre la loro vulnerabilità ai rischi legati alla protezione, quali i matrimoni precoci e il lavoro minorile. "Sono appena tornata dalla Siria. Scriverlo oggi non è scontato", afferma Arianna Martini, presidente di Support and Sustain Children. "Chi arriva in Siria può ripartire. Le persone che vivono lì, invece, convivono ogni giorno con l'incertezza. È questa la normalità che affrontano. Per questo continuiamo a lavorare affinché la speranza si traduca in interventi concreti." Nel corso della missione sono stati visitati i cantieri del progetto Espero, che sostiene giovani donne ingegnere siriane nello sviluppo di iniziative imprenditoriali e sociali. Le beneficiarie stanno realizzando un centro per bambini, una fattoria e una piccola attività di setacciatura, con l'obiettivo di creare opportunità di lavoro e servizi per le rispettive comunità. La delegazione ha inoltre seguito i casi medici sostenuti dall'associazione, visitato l'Help Point e organizzato distribuzioni di aiuti destinate agli orfani e alle famiglie più vulnerabili. Particolare attenzione è stata dedicata ai bambini ustionati o feriti da mine e ordigni esplosivi, che continuano a necessitare di cure specialistiche e percorsi riabilitativi. Durante la missione è stato avviato anche Karuna, un progetto di sostegno psicologico e psicosociale rivolto alle donne siriane. Il percorso accompagnerà madri e vedove nell'elaborazione dei traumi della guerra, affinché possano diventare, a loro volta, punti di riferimento per altre donne dei propri villaggi, con il supporto di professionisti italiani e del team locale. “La ricostruzione non riguarda soltanto edifici e infrastrutture”, conclude Arianna Martini. “Riguarda soprattutto le persone. I bambini che devono poter tornare a vivere la loro infanzia e le donne che ogni giorno tengono unite le proprie famiglie. Investire su di loro significa costruire le basi di una pace duratura e di un futuro possibile”. Support and Sustain Children è un'organizzazione di volontariato indipendente che opera in contesti di guerra e di grave vulnerabilità, offrendo assistenza umanitaria, sanitaria e sociale a famiglie, bambini e adolescenti colpiti dai conflitti, dalla povertà estrema e dalle crisi umanitarie. L'associazione è presente in Siria fin dall'inizio del conflitto. In questi anni ha preso in carico bambini feriti, malati, orfani e profondamente segnati dalla guerra. Molti non hanno accesso alle cure mediche, altri convivono con traumi psicologici o con le conseguenze permanenti delle esplosioni.