sabato 19 settembre 2026

MbS preoccupato

[Ogni generazione ha i suoi buontemponi. Talmud] L'Arabia Saudita ha proposto una tregua di due settimane agli Houthi yemeniti, a cui seguiranno colloqui diretti tra il Regno e i leader del gruppo: lo riporta il quotidiano libanese al-Akhbar, vicino a Hezbollah.  La proposta sarebbe giunta agli Houthi tramite mediatori omaniti, dopo diversi giorni di contatti tra l'Arabia Saudita, gli Stati Uniti, l'Egitto, il Pakistan e l'Oman. 

Secondo al-Akhbar, gli Houthi si sono mostrati scettici nei confronti dell'offerta, auspicando una "soluzione definitiva e completa al conflitto". Gli Houthi hanno rivendicato di aver lanciato attacchi contro "siti sensibili" a Riad e contro impianti petroliferi nella città portuale saudita di Yanbu, dopo le esplosioni registrate nella notte nella capitale del Regno.      "In risposta ai tentativi criminali del nemico saudita di colpire la capitale Sana'a, le forze armate yemenite hanno condotto due operazioni militari riuscite, impiegando un gran numero di missili balistici, missili da crociera e droni", ha scritto su Telegram il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree. "La prima ha preso di mira siti sensibili nella capitale saudita, Riad, mentre la seconda ha colpito impianti della Aramco a Yanbu". Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha chiamato due volte il presidente americano Donald Trump, esortandolo a lanciare attacchi contro gli Houthi, nelle stesse ore in cui il gruppo sostenuto dall'Iran conquistava la città portuale di Mocha sul Mar Rosso.     Lo scrive Axios citando due funzionari Usa. Trump ha rifiutato e i funzionari hanno sottolineato che, al momento, l'amministrazione non programma di intervenire direttamente contro gli Houthi, ma uno di loro ha aggiunto che l'amministrazione fornirà all'Arabia Saudita informazioni di intelligence sugli Houthi e dati per l'individuazione degli obiettivi.  Gli Stati Uniti sono preoccupati per la rapida escalation del conflitto in Yemen e stanno intensificando il sostegno all'Arabia Saudita, cercando al contempo di evitare un coinvolgimento militare diretto. Lo scrive Axios. L'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando centrale degli Stati Uniti (CentCom), si è recato in Arabia Saudita per incontri urgenti di coordinamento, secondo quanto riferito da due fonti informate sulla vicenda. L'ambasciata saudita a Washington e la Casa Bianca, aggiunge Barak Ravid, non hanno rilasciato commenti. Anche la Cnn, aveva parlato di "100-200 consiglieri militari Usa in Arabia Saudita contro gli Houthi", per dare supporto in tempo reale su intelligence, individuazione target e dati geospaziali.  Gli Houthi hanno conquistato l'ultimo tratto della costa yemenita sul Mar Rosso, portando a termine un'offensiva durata 18 ore che garantisce loro il pieno controllo dell'intero litorale del Mar Rosso. Lo riferiscono i corrispondenti sul campo di al Jazeera. Anche la France Presse conferma che i ribelli yemeniti sostenuti dall'Iran hanno completato il controllo dell'area di Bab al-Mandeb. 


Settimana di alto livello all’ONU

[Nei tuoi occhi/La luce il calore. Nei tuoi occhi/Io sono completo. Peter Gabriel] David Zini, nominato da Benjamin Netanyahu direttore dello Shin Bet, parlando  a una cerimonia, ha dichiarato che: “ai pianificatori del massacro, ai suoi attuatori e a tutti coloro che hanno partecipato alla vergogna dell’onore e del sangue dello Stato di Israele, e a tutti coloro che cercano la nostra distruzione, abbiamo un messaggio inflessibile: non c'è posto al mondo troppo lontano, non c'è perdono, e non c'è data di scadenza”. Ha poi aggiunto: “abbiamo inseguito, stiamo inseguendo, e continueremo a inseguirti fino all'ultimo co-cospiratore. Il lungo e determinato braccio dell’apparato di difesa israeliano raggiungerà chiunque ci faccia del male - in profondità di un tunnel, in centri di comando nascosti e in ogni angolo del globo”. A L’ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite, Danny Danon, accusa il sindaco di New York, Zohran Mamdani, di incitare le persone a manifestare contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la prossima settimana. “Come tutti sapete, la Settimana di Alto Livello si avvicina rapidamente. La prossima settimana, il primo ministro Netanyahu si rivolgerà con orgoglio all’Assemblea Generale. Lo farà nonostante le minacce, l’istigazione e la retorica antisemita che abbiamo sentito dal sindaco di New York. Sapete, il sindaco dovrebbe garantire una settimana tranquilla e con meno problemi di traffico, ma sta facendo esattamente l’opposto: sta istigando, invitando le persone a manifestare contro il nostro primo ministro”. “Credo che lui abbia già istigato, avanzando l’assurda pretesa di poter o dover arrestare il primo ministro (Netanyahu). Se c’è qualcuno che dovrebbe essere arrestato, è il sindaco Mamdani, per aver istigato e per aver collaborato concretamente con i nemici degli Stati Uniti. Ha inviato i suoi funzionari a incontrare l’ambasciatore iraniano qui all’ONU. E spero che si renda conto delle proprie responsabilità: non quella di incitare le persone a manifestare, bensì quella di prendersi cura della città e di garantire che la prossima settimana trascorra in modo tranquillo e ordinato per le migliaia di persone che arriveranno da ogni parte del mondo per partecipare alla Settimana di alto livello dell’ONU”. Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ribadisce la determinazione di Israele a eliminare i terroristi di Hamas nella Striscia di Gaza, nonché a sconfiggere il regime iraniano e l'affiliato Hezbollah.     "Stiamo regolando i conti con questi assassini che hanno ucciso la nostra gente, le nostre figlie, le nostre donne e i nostri bambini il 7 ottobre", aggiungendo: "Non ne sono rimasti molti, perché ce ne stiamo occupando noi", ha detto il premier, scrive Times of Israel, durante un discorso tenuto alla cerimonia in onore dei funzionari dello Shin Bet presso la residenza del presidente.     Queste dichiarazioni giungono nel contesto di una serie di recenti attacchi dell'Idf contro esponenti di Hamas a Gaza, operazioni che Israele ha continuato a condurre anche durante la tregua, diventando un crescente motivo di attrito con il 'Board of Peace' sostenuto dagli Stati Uniti, impegnato a promuovere il piano del presidente Usa Donald Trump per la Striscia.     "Elimineremo Hamas e, innanzitutto, sconfiggeremo il regime iraniano. Lo abbatteremo, crollerà. Ci occuperemo anche di Hezbollah, e anch'esso crollerà", ha aggiunto Netanyahu.  Dopo più di sette mesi, l’Onu si è accorta che le cifre diramate da Hamas non sono attendibili e da un giorno all’altro ha dovuto più che dimezzare la stima delle vittime palestinesi donne e “bambini”. Non senza qualche imbarazzo: “Le revisioni vengono prese… ehm, ovviamente, nella nebbia della guerra, è difficile fornire numeri”, ha balbettato venerdì scorso Farhan Haq, vice portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, interpellato da JNS. Per inciso, i “bambini” delle statistiche Onu/Hamas sono più esattamente “minorenni”. Come ricorda Times of Israel, “il ministero di Hamas considera bambini tutti coloro che hanno meno di 18 anni, ma gli osservatori sottolineano che un numero non trascurabile di combattenti sono adolescenti”. Il che significa che almeno una parte dei “bambini, sono in realtà dei ragazzi indottrinati, addestrati e mandati a combattere dai terroristi di Hamas e Jihad Islamica.Vale la pena ricordare che le cifre di Hamas che l’Onu ora ha drasticamente ridimensionato sono quelle che da mesi vengono ripetute ogni giorno da tutti i mass-media per condannare Israele, e vengono usate per fomentare le accuse di “genocidio”. Alla luce dell’imbarazzata marcia indietro delle fonti Onu, molto più verosimili appaiono le stime diffuse da Israele. Lunedì, il portavoce del governo israeliano Avi Hyman ha ribadito che le Forze di Difesa israeliane stimano d’aver intenzionalmente ucciso più di 14.000 terroristi (cui vanno aggiunti gli oltre mille terroristi uccisi all’interno di Israele il 7 ottobre) e non intenzionalmente circa 16.000 civili. Un tasso di vittime combattenti/non combattenti che si avvicina al rapporto 1 : 1 è in assoluto uno dei più bassi mai registrati in tutte le guerre urbane moderne. “La realtà – ha detto Avi Hyman – è che Israele sta stabilendo un nuovo standard di riferimento per la guerra urbana, con quello che appare il più basso rapporto vittime civili e combattenti della storia”. C’è solo da sperare che altri paesi civili, costretti a combattere in analoghe condizioni, siano capaci di eguagliarlo.


Tempi supplementari truccati

[Vengono il tempo e l'occasione, vengono quando due persone si fermano: allora si incontrano. Dal libro "Non ora non qui”, di Erri De Luca] Continua a fornire nuovi scenari la 'partita' in seno alla Fifa del presidente Gianni Infantino che, sotto attacco da parte delle federazioni europee dopo la scoperta del progetto segreto di vendere i diritti di Mondiale, sempre alla ricerca di consensi in vista delle elezioni del 2027 del massimo organo calcistico a livello globale. E così mentre il manager italo svizzero, che l'Uefa vuole denunciare penalmente per il suo piano, ha incassato  il sostegno del presidente della Federcalcio namibiana, Robert Shimooshili, l'occhio del ciclone si sposta anche sulla figura di Greg Maffei, ex ceo di Liberty Media, società che detiene i diritti della Formula 1, considerato architetto finanziario dell'operazione finita sotto accusa. Maffei - secondo quanto scritto nella richiesta della Uefa alla Corte distrettuale Usa per avere accesso alla documentazione di due società della Fifa - è attualmente Ceo di BANN Ventures ed è stato incaricato come 'consulente commerciale chiave' di Infantino per la transazione. Il manager americano, che ha trasformato la Formula 1 in un prodotto globale acquistandola per conto del miliardario John Malone nel 2017 da Bernie Ecclestone per la cifra di 8 miliardi di dollari, ha un curriculum stellare che include ruoli di vertice in colossi quali Microsoft, Oracle, Electronic Arts e Starbucks. Nel 2024 ha finalizzato anche l'acquisto dell'86% della MotoGP (Dorna) per 4,2 miliardi euro per poi dimettersi alla fine dello stesso anno 2024 e restare Senior Advisor di Liberty. Nato nel 1960 a New York, di lontane origini italiane,laurea a Dartmouth e MBA ad Harvard, nonché discepolo di Bill Gates e John Malone, Maffei è conosciuto come il più grande "deal-maker" dello sport/entertainment americano, mentre si è distinto per avere uno stile molto riservato ed essere un super tecnico sui numeri. A lui è attribuito il merito d'aver fatto diventare la F1 da sport europeo di nicchia a show globale da 2,5 miliardi di ricavi annui. Insomma un uomo business first che in passato è arrivato a infastidire alcuni pesi massimi che nessuno vorrebbe avere contro come l'Antitrust americano, l'Unione Europea e Donald Trump. Uno dei nemici di Maffei è lo spagnolo Alejandro Agag, capo della Formula E, che non ha gradito la parziale acquisizione della MotoGp da parte di Liberty Media rivolgendosi all'Unione Europea per la concentrazione di potere in sede della futura contrattazione dei diritti televisivi. 


Un accordo per Nuuk

[Mentre la libertà ha un prezzo elevato, la schiavitù costa ancora di più. VOLODYMYR ZELENSKY] “Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti prevedono di firmare, nel corso della prossima settimana, un accordo volto a rafforzare la sicurezza nell'Artico e nella regione del Nord Atlantico. La firma dell'accordo da parte dei tre governi è prevista per la prossima settimana, a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Una volta sottoscritto, l'accordo dovrà seguire le necessarie procedure parlamentari per entrare in vigore". È  quanto si legge in un comunicato del governo danese.  In base all'accordo raggiunto tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia "d'ora in avanti, nessun avversario degli Stati Uniti potrà mai stabilire una base o una presenza militare sull'isola né effettuare investimenti sensibili nell'area, senza la nostra espressa approvazione scritta degli Stati Uniti", ha scritto Donald Trump su Truth annunciando l'intesa. "Si tratta di un sogno che si realizza per l'America", ha aggiunto. "Sono lieta che si stia delineando un accordo positivo per la Groenlandia, il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti. Un accordo che rafforza la nostra sicurezza condivisa nell'Artico e nella regione del Nord Atlantico, risultando così vantaggioso anche per la Nato e per l'Europa. Un accordo che, al contempo, riconosce la sovranità e l'integrità territoriale del Regno, nonché il diritto del popolo groenlandese all'autodeterminazione". Lo afferma in una nota la premier danese Mette Frederiksen dopo che Donald Trump ha annunciato un accordo con la Danimarca e la Groenlandia, che conferisce agli Usa "il controllo permanente sulla sicurezza" dell'isola.  Il nuovo accordo sulla Groenlandia annunciato da Donald Trump arriva a pochi giorni dal previsto vertice di Washington con Xi Jinping e a meno di due mesi dalle elezioni di midterm negli Stati uniti. Una coincidenza temporale che, secondo diversi analisti cinesi citati dal South China Morning Post, risponde anche alla volontà del presidente americano di rafforzare la propria posizione negoziale nei confronti di Pechino, proiettando il controllo strategico degli Stati uniti su una delle aree destinate ad assumere un peso crescente nella competizione tra le grandi potenze. Secondo quanto riferito da fonti americane, l’intesa dovrebbe ampliare e rendere permanenti i diritti statunitensi di accesso, dispiegamento e sorvolo, oltre a introdurre meccanismi per impedire a Paesi non appartenenti alla Nato di stabilire basi o effettuare investimenti considerati strategicamente sensibili. Gli Stati uniti dispongono già di ampi diritti militari in Groenlandia in base all’accordo di difesa con la Danimarca del 1951, successivamente modificato nel 2004, e mantengono sull’isola la base spaziale di Pituffik. Per Wang Yiwei, direttore dell’Istituto di Affari internazionali dell’Università Renmin di Pechino, il momento scelto da Trump non è casuale: l’annuncio servirebbe ad aumentare le “carte negoziali” americane prima dell’incontro con Xi, previsto il 24 settembre a Washington. Il vertice, il secondo tra i due leader quest’anno dopo quello di maggio a Pechino, dovrebbe affrontare commercio, terre rare, Taiwan e soprattutto la crescente competizione sull’Ia. Secondo Wang, il tentativo americano di blindare la Groenlandia risponde alla stessa logica geopolitica che ha portato Trump a insistere sul controllo del Canale di Panama. Ma l’argomento della minaccia cinese, sostiene l’accademico, sarebbe sovradimensionato rispetto alla presenza effettiva di Pechino nell’area. Un dato recente sembra confermare almeno in parte questa valutazione. A marzo la ministra groenlandese per le Risorse minerarie Naaja Nathanielsen aveva spiegato che soltanto due società cinesi possedevano licenze minerarie sull’isola e che entrambe erano inattive. Negli anni passati diverse aziende cinesi hanno mostrato interesse per i giacimenti groenlandesi, ma senza arrivare a una produzione mineraria su scala commerciale. Nel 2018 anche China Communications Construction Company era entrata nella corsa per la costruzione e l’ampliamento degli aeroporti di Nuuk e Ilulissat, suscitando forti preoccupazioni a Washington e Copenaghen; la Danimarca intervenne poi direttamente nel finanziamento del progetto. Il quadro cambia, tuttavia, se dalla Groenlandia si allarga lo sguardo all’intero Artico. La cooperazione tra Cina e Russia nella regione sta crescendo. In agosto Mosca ha autorizzato sette navi cinesi a utilizzare la Rotta del Mare del Nord e la compagnia Sea Legend Shipping ha annunciato il primo servizio container regolare tra Cina ed Europa lungo la costa artica russa. Cina e Russia hanno inoltre realizzato quest’estate, a bordo del rompighiaccio cinese Xuelong 2, la loro prima osservazione congiunta sul campo dei ghiacci marini artici. È  proprio questa prospettiva di lungo periodo che preoccupa gli analisti cinesi citati dallo Scmp. Wang Yong, direttore del Centro per l’Economia politica internazionale dell’Università di Pechino, ritiene improbabile che la questione Groenlandia faccia deragliare il vertice Trump-Xi, ma avverte che la crescente trasformazione dell’Artico in uno spazio di competizione strategica potrebbe pesare sulla fiducia tra Washington e Pechino. Per la Cina, sostiene Wang, la risposta dovrebbe essere quella di difendere l’accesso alla navigazione internazionale e alla ricerca scientifica e, parallelamente, rafforzare la cooperazione multilaterale su clima, pesca e scienza polare. 

Chatbot pericolosi

[Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, quindi non si può combattere il male con il male. Una lezione etica potente e non negoziabile. La vendetta, la durezza, la violenza non redimono: replicano il problema. Solo chi sceglie strade alternative, giustizia, educazione, parola, può davvero interrompere il ciclo. Questa frase è una bussola per chi si muove nel buio e cerca di non diventare ciò che combatte.] Un rapporto di intelligence creato con l'intelligence artificiale e diffuso tra i vertici delle forze armate americane la scorsa primavera, nel pieno della guerra con l'Iran, ha fatto scattare l'allarme e ha quasi scatenato una guerra contro la Cina. Lo rivela la Cnn in esclusiva. Secondo il rapporto, una nave cinese in Medio Oriente stava trasportando componenti destinati a un programma di armi nucleari. La notizia ha subito fatto mobilitare l'esercito Usa: personale militare armato si è preparato a salire a bordo della nave, mentre jet militari sono decollati dalle basi nella regione. Ma poco prima che l'operazione ricevesse il via libera ufficiale, funzionari dell'esercito hanno analizzato il rapporto e scoperto che era stato generato con l'ausilio dell'intelligenza artificiale. In particolare è emerso che il chatbot utilizzato dall'analista aveva identificato in modo errato il carico trasportato dalla nave cinese. La conclusione è stata che il rapporto era "completamente falso" ma ha "rischiato di scatenare una guerra" con la Cina, secondo quanto riferito dalle fonti. Negli ultimi mesi, Iran, Cina e gruppi in Israele hanno utilizzato l’intelligenza artificiale in modi innovativi per creare campagne di influenza sui social media, le prime del loro genere, accrescendo le preoccupazioni tra i funzionari statunitensi e i ricercatori nel campo della sicurezza riguardo a questa tecnologia in rapida evoluzione. Secondo quanto riferito al New York Times da funzionari statunitensi e ricercatori nel campo della sicurezza a conoscenza di queste attività, Iran, Cina e aziende private israeliane hanno iniziato a schierare “eserciti di bot” basati sull’intelligenza artificiale che operano in modo completamente autonomo, creando profili falsi, scrivendo post e partecipando a dibattiti sui social media senza alcun intervento umano. Questo nuovo sviluppo ha sollevato serie preoccupazioni a Washington in merito a una potenziale interferenza nelle elezioni di medio termine statunitensi. Il Nyt riporta che la campagna iraniana, sostenuta da Teheran, è stata particolarmente preoccupante, hanno affermato funzionari e ricercatori nel campo della sicurezza. L’Iran ha preso di mira il pubblico statunitense, utilizzando account falsi generati da agenti che si spacciavano per normali cittadini americani residenti nelle principali città. Gli account taggavano giornalisti e politici nei commenti, diffondendo meme popolari e opinioni anti-Partito Repubblicano, hanno aggiunto le fonti. Quasi 80.000 persone seguivano gli account creati dall’intelligenza artificiale, attivi nella prima metà dell’anno. Inoltre, delle due campagne di spionaggio riconducibili ad aziende israeliane, una è stata generata durante l’estate da IntelEye, una società con sede a Tel Aviv fondata nel 2023 da ex dipendenti del gruppo NSO, un’azienda di spyware inserita nella lista nera degli Stati Uniti, secondo quanto riferito da due persone a conoscenza della campagna. La società, riporta il Nyt, ha rappresentato che si è trattato di alcuni test. 


Le profezie di O’Leary

[Se voi, cari leader europei, cari leader mondiali,leader  del mondo  libero, non ci aiutate oggi, domani la guerra busserà alla vostra porta. VOLODYMYR ZELENSKY] La compagnia aerea lettone Air Baltic, che collabora con Swiss, ha presentato istanza di protezione ai sensi del capitolo 11 della legge sui fallimenti degli Stati Uniti. I voli proseguono regolarmente. Air Baltic, che fornisce aeromobili e personale alla filiale svizzera di Lufthansa in base ad accordi di “wet-lease”  (ovvero il noleggio di aerei incluse le prestazioni accessorie), si avvale di questo quadro giuridico che consente alle imprese di ristrutturarsi e raccogliere capitali proseguendo le proprie attività. In un comunicato pubblicato oggi, la compagnia spiega di voler “far fronte ai propri obblighi finanziari e raggiungere una struttura patrimoniale più sostenibile”. L'iniziativa “non avrà ripercussioni sui passeggeri e le operazioni proseguiranno normalmente”, ha assicurato la compagnia, di proprietà dello Stato lettone e nella quale Lufthansa detiene una partecipazione del 10%. Contattata dall'agenzia finanziaria AWP, una portavoce di Swiss ha sottolineato che la compagnia rossocrociata sta seguendo “molto da vicino l'attuale evoluzione della situazione presso Air Baltic e rimaniamo in stretto contatto con il nostro partner di wet-lease di lunga data”. Aggiunge inoltre che il gruppo lettone è “un partner affidabile e apprezzato da Swiss da diversi anni. La collaborazione funziona molto bene”. Allo stesso tempo, Swiss “sta lavorando da tempo affinché un numero sempre maggiore di voli venga effettuato con i propri aerei e il proprio personale di bordo e affinché la quota di capacità in wet-lease venga progressivamente ridotta. Questa evoluzione strategica non ha nulla a che vedere con l'attuale situazione finanziaria di Air Baltic né con la qualità dei suoi servizi”. La compagnia baltica spera di uscire da tale quadro giuridico per giugno 2027. Ryanair non è nuova agli attacchi contro i concorrenti, come scrive il portale specializzato aeroTELEGRAPH, ma questa volta il bersaglio è una compagnia che sta attraversando una fase particolarmente delicata. Il vettore low cost irlandese ha definito Air Baltic una “compagnia zombie”, accusando lo Stato lettone di avervi investito centinaia di milioni di euro. Dietro la provocazione, però, c’è una strategia commerciale precisa: approfittare della crisi della compagnia baltica per rafforzare la propria presenza in Lettonia, Estonia e Lituania. Air Baltic è infatti impegnata in una procedura di ristrutturazione sotto la protezione del Chapter 11 statunitense. Il piano prevede anche un ridimensionamento della flotta, che entro la fine del 2026 dovrebbe passare da 54 a 36 aeromobili. Ryanair sostiene che dal maggio 2020 il governo lettone abbia destinato oltre 550 milioni di euro alla compagnia, oggi controllata dallo Stato con una partecipazione dell’88%. Mentre Air Baltic riduce le proprie dimensioni, Ryanair annuncia di voler raddoppiare la capacità offerta nel Baltico, arrivando a circa 11 milioni di posti all’anno nell’arco di cinque anni. Gli aerei basati nella regione dovrebbero passare da sette a sedici, per investimenti annunciati nell’ordine di 1,4 miliardi di euro. Il piano è tuttavia legato a precise condizioni. La compagnia irlandese chiede ai governi baltici di ridurre le tasse sul trasporto aereo e agli aeroporti di abbassare i diritti aeroportuali. Secondo la lettura di Ryanair, le risorse pubbliche non dovrebbero essere destinate a mantenere in vita un vettore in difficoltà, ma a rendere più competitivo l’intero sistema, attirando nuovi aerei, investimenti privati e collegamenti. La differenza di approccio è evidente soprattutto a Riga. Per l’estate 2026 Ryanair aveva ridotto del 20% la propria offerta nella capitale lettone, lamentando costi troppo elevati. Dopo l’introduzione da parte dell’aeroporto di un nuovo sistema di incentivi e tariffe più favorevoli, la compagnia ha annunciato il mantenimento di due aeromobili basati a Riga e un aumento invernale della capacità, pari a circa il 6%, ovvero 40 mila posti supplementari. Negli altri due Paesi baltici, invece, la strategia è opposta. In Estonia e Lituania Ryanair prevede di ridurre del 25% la capacità invernale, attribuendo la decisione all’aumento dei costi aeroportuali. La compagnia afferma che a Tallinn le tariffe siano cresciute del 70% nel 2025 e che a Vilnius siano aumentate di oltre il 30% dal 2023. La crisi di air Baltic  era già emersa nei mesi scorsi. La compagnia lettone, partner di Swiss per le operazioni in wet lease, ha dovuto ricorrere alla protezione del Chapter 11 dopo aver valutato insufficienti le alternative di finanziamento. Il vettore ha ottenuto un finanziamento “debtor-in-possession” da 350 milioni di euro, con un tasso vicino al 12%, per continuare a operare durante la ristrutturazione. Al 31 marzo 2026 Air Baltic registrava 472,3 milioni di euro di debiti finanziari e 883,8 milioni di euro di obblighi legati ai contratti di leasing. In precedenza, il governo lettone aveva valutato anche un prestito ponte da 257 milioni di euro, ma le condizioni, con un interesse annuo del 25%, erano state giudicate insostenibili perché avrebbero offerto una soluzione temporanea senza risolvere i problemi strutturali della compagnia, come ricostruito dal CdT. Il futuro del vettore resta quindi importante anche per Swiss. La compagnia elvetica utilizza Air Baltic per alcune operazioni in wet lease, cioè con aerei, equipaggi e parte dei servizi messi a disposizione dal partner. Swiss ha riconosciuto che Air Baltic rappresenta ancora una soluzione necessaria, anche se nel medio periodo intende ridurre la propria dipendenza da fornitori esterni a causa della carenza di aeromobili disponibili. La contesa nel Baltico è lontana geograficamente, ma il suo sviluppo interessa anche il pubblico ticinese. Ryanair è infatti una delle compagnie più utilizzate dai viaggiatori della regione, grazie alla presenza negli aeroporti di Milano-Malpensa e soprattutto Bergamo. Il rafforzamento nel Nord Europa potrebbe tradursi in nuove rotte e maggiore concorrenza, ma anche in una crescente pressione sugli aeroporti affinché mantengano basse tasse e tariffe. È questo il “metodo Ryanair”  già osservato in altri scali europei: la compagnia porta capacità e passeggeri, ma lega la propria permanenza alla struttura dei costi. Quando le condizioni cambiano, gli aerei possono essere trasferiti rapidamente altrove. La dinamica è emersa anche a Berlino, dove Ryanair ha deciso di dimezzare la propria capacità, e in diversi aeroporti regionali francesi dai quali il vettore ha ritirato i collegamenti dopo l’aumento delle tariffe. Il caso Air Baltic mostra così due modelli in competizione. Da una parte una compagnia nazionale considerata strategica dal proprio governo, ma appesantita dai debiti e dai costi della flotta. Dall’altra un vettore privato e aggressivo, pronto a investire dove trova condizioni favorevoli e a spostarsi quando il conto economico non torna. La sfida, per i Paesi baltici, non sarà soltanto salvare airBaltic. Sarà capire quale equilibrio trovare tra una compagnia di bandiera, la connettività del territorio e un mercato nel quale Ryanair promette di giocare sempre più da protagonista.Dopo un periodo di silenzio lungo, almeno per lui, il ceo di Ryanair Michael O’Leary torna a parlare in pubblico e rilancia una delle sue profezie: “Quello che si sta per aprire sarà un durissimo inverno” ha rivelato nel corso dell’incontro con gli analisti dopo la pubblicazione dei dati semestrali.  E mette subito nel mirino i competitor, spiegando che la guerra dei prezzi che ci sarà a causa di un eccesso di offerta potrà mietere delle vittime in Europa. E non manca di dare anche qualche indicazione più precisa: “Credo che qualche problema potrebbe averlo una compagnia scandinava: è sul punto di cadere e potrebbe succedere questo inverno”. Nessun nome specifico, quindi, anche se ancora una volta il riferimento sembra chiaro nei confronti di Norwegian, da diverso tempo nel mirino del manager.  Facendo invece riferimento a Ryanair, O’Leary ha spiegato che il vettore sarà in prima fila nella battaglia delle tariffe al ribasso, mentre sul fronte delle dispute con i sindacati per i contratti di lavoro ha specificato che non cederà ad assimilare questi ultimi a quelli delle altre compagnie, altrimenti verrebbe meno il modello che ha portato Ryanair dove è oggi.Rispondendo ad alcune domande del Corriere, O'Leary ha spiegato che nei prossimi mesi tremeranno alcune piccole e medie compagnie facendo i nomi di Wizz Air, la low cost ungherese, facendo anche l'esempio di alcuni fallimenti nelle ultime ore tra cui l'islandese low cost Play e una parte di Braathens, compagnia svedese. "Il problema in Europa è che ci sono molte compagnie che fingono di voler essere low cost, ma hanno una struttura dei costi elevata. Play non ha mai fatto utili. E ci saranno altri piccoli operatori che faranno fatica nel mercato. Ci saranno altri fallimenti prima di Natale. Penso anche che Wizz Air sia in difficoltà", ha dichiarato. Alla precisa domanda su come finirà la vicenda Wizz Air, il Ceo di Ryanair ha risposto di non creder che possa fallire "nelle prossime settimane, ma penso sia inevitabile che o fallisca o venga acquisita da qualcuno a un certo punto". Uno dei mercati a cui stanno puntando è quello dell'Est Europa che potrebbe dare una mano a risollevarsi ma è tutto da vedere. O'Leary, però, ha tanti sassolini dentro le scarpe quando si parla della compagnia ungherese spiegando che avrebbero messo in crisi il loro futuro facendo tutto da soli. "Durante il Covid hanno venduto i loro aerei e li hanno riaffittati a tassi elevati. Negli ultimi anni hanno fatto crescere la flotta comprando i jet dal loro principale azionista. Poi si sono rivolti a una banca per rifinanziarli con questi costosi contratti di vendita e riaffitto. Negli ultimi cinque anni, Wizz ha registrato profitti derivanti da queste operazioni nel loro bilancio, come se fosse una specie di schema Ponzi. Più cresci, più profitti fai. Ma ora ha smesso di crescere e non può più fare questo". O'Leary ha detto la sua al quotidiano anche sulla low cost EasyJet che, seppur non navighi in acque così agitate, avrebbe smesso di crescere avendo soltanto forti presenze all'aeroporto Gatwick di Londra, negli aeroporti di Parigi Charles de Gaulle e Orly e in Svizzera. "Nel medio periodo penso che Air France-Klm comprerà le operazioni di EasyJet a Parigi e in Svizzera. E magari British Airways comprerà quelle a Gatwick".


venerdì 18 settembre 2026

Mosca non si ferma

[Donna chi posa mal'pensa. Donna che riposa, mal pensa.]  In seguito agli attacchi con droni nella parte occidentale dell’Ucraina, le forze armate polacche hanno fatto decollare aerei da combattimento, dichiarato l’allerta aerea e sospeso i voli in due aeroporti. Secondo quanto riportato dai media polacchi, gli aeroporti di Lublino e Rzeszow hanno dovuto sospendere temporaneamente le operazioni. “Per garantire la libertà d’azione dell’aviazione militare, gli aeroporti di Lublino e Rzeszow hanno temporaneamente sospeso le attività di volo”, ha comunicato l’Agenzia polacca per il controllo del traffico aereo. “La situazione è grave”. La Russia continuerà a ricorrere a nuove provocazioni, ha dichiarato oggi il ministro della Difesa polacca Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, aggiungendo che Mosca “non si fermerà all’Ucraina”. “Nelle ultime settimane, o meglio nelle ultime ore, ciò che sta accadendo e la pressione che la Federazione Russa sta esercitando sui paesi della NATO non sono più atti isolati, incidenti o coincidenze, ma una strategia specifica della Russia, volta a distruggere la comunità occidentale, ha affermato il ministro della Difesa. “Ci troviamo di fronte a un’aggressione contro la NATO, un’aggressione contro l’Unione Europea, un’aggressione contro la Polonia, un’aggressione sistemica, non episodica”, ha sottolineato Kosiniak-Kamysz. “La situazione è estremamente pericolosa”, ha proseguito il ministro polacco. “Non sono venuto per spaventarvi, non voglio spaventare nessuno. Voglio rassicurarvi, ma non posso ignorare la situazione, perché altrimenti in seguito direte che nessuno vi aveva avvertito”, ha concluso.