[Perché nasca una prateria, bastano un trifoglio, un’ape e un sogno. E se non ci sono le api e il trifoglio, può bastare anche il sogno. Emily Dickinson] Le forze di sicurezza egiziane hanno arrestato la nota giornalista Lina Attalah, fondatrice e caporedattrice del sito di informazione indipendente 'Mada Masr', al termine di un'udienza in tribunale, secondo quanto riferito dalla stessa testata. Attalah è stata condannata al pagamento di una multa di tre milioni di sterline egiziane (circa 48.000 euro) per aver gestito il sito web senza licenza - la pena massima prevista per il reato contestato - e ne ha ordinato la chiusura. "Gli agenti di sicurezza hanno circondato Attalah, l'hanno sollevata di peso e portata fuori dall'aula; al momento si trova ancora in stato di fermo all'interno del tribunale", ha dichiarato la testata indipendente, precisando di non aver ricevuto alcuna risposta dalle autorità in merito alla richiesta di licenza presentata nel 2023. Il processo rappresenta, secondo i gruppi per i diritti umani, "una pericolosa escalation nella repressione della libertà di stampa da parte del Cairo". Si tratta del sesto procedimento legale avviato contro Attalah e 'Mada Masr' negli ultimi sei anni, ma è la prima volta che si arriva effettivamente a un processo. L'Egitto, da tempo criticato per la repressione della libertà di stampa, detiene attualmente 26 giornalisti a causa del loro lavoro, secondo i dati raccolti dall'Eipr.
OTTOBRE ROSSO
martedì 27 ottobre 2026
Bibi sconfitto!
[Il sempre è fatto di attimi; | non è un tempo diverso | se non per l'infinito – | e per la latitudine di casa. Emily Dickinson] Secondo i primi exit poll di Channel 12 alla chiusura delle urne in Israele, il Likud di Benjamin Netanyahu è avanti con 24 seggi mentre Gadi Eisenkot, con Yashar, si ferma a 22 seggi. A urne chiuse, nessuna maggioranza è emersa dal voto in Israele. Secondo gli exit poll di Channel 12, il Likud di Benjamin Netanyahu è in testa con 24 seggi, mentre Yashar di Gadi Eisenkot si ferma a 22. Tuttavia, il Change bloc dell'ex capo dell'Idf con 52 seggi supera quello del premier uscente che si attesta a 50. Un risultato storico e inequivocabile è stato raggiunto dai partiti arabi, con la Lista Unita (raggruppamento di tre fazioni) che ha guadagnato 11 seggi e Ra'am di Mansour Abbas altri 7. ''I risultati preliminari indicano una totale sfiducia nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre da parte della maggioranza sionista e della maggioranza dei cittadini israeliani. Se questi saranno i risultati definitivi, si tratterà di una vittoria per la maggioranza sionista in Israele. Agirò immediatamente per attuare la decisione del popolo, per sostituire il governo Netanyahu e per istituire al più presto un governo per l'arruolamento sionista''. È la prima dichiarazione a urne chiuse di Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar!. Particolarmente significativo il risultato delle formazioni arabe, che raggiungerebbero complessivamente 17 seggi: 10 alla Lista comune e 7 alla Lista araba unita. Un risultato che potrebbe rendere determinante il loro sostegno per la formazione di una nuova maggioranza parlamentare. Strano che uno stato accusato di perpetrare lo sterminio contro gli arabi permetta il diritto al voto alle vittime.
Blogger russo a giudizio
[Una gioia perfetta, paralizzante | e quieta come la disperazione.Emily Dickinson] A San Pietroburgo prende il via il processo contro un ex attivista filo-Cremlino che, dopo aver passato anni a prendere di mira esponenti dell’opposizione russa, ha compiuto un’inaspettata inversione di rotta, denunciando il presidente Vladimir Putin e l’offensiva di Mosca in Ucraina. Ilya Remeslo, 43 anni, è stato arrestato a luglio con l’accusa di aver “diffuso false informazioni sull’esercito russo”, un reato che, in base alle leggi sulla censura adottate dopo l’invio delle truppe russe in Ucraina nel 2022, prevede una pena fino a 10 anni di carcere.
lunedì 26 ottobre 2026
Quale futuro per Israele
[Sarei forse più sola senza la mia solitudine.Sono abituata al mio destino.] A destra, e non solo, lo slogan è stabilità e sicurezza, a sinistra evitare lo scivolamento verso una “democratura”. Al centro trovare mediazioni per un nuovo Israele. Schemi classici in politica, se non fosse che qui parliamo delle elezioni più attese, almeno dell’ultimo decennio, per la costituzione della 26esima Knesset. Israele va al voto, domani, sapendo di avere, per tante e note ragioni, gli occhi del mondo addosso: all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv si susseguono i rientri dei cittadini residenti all’estero. Migliaia ogni giorno. Vogliono esserci stavolta, il momento è diverso da altre tornate. Il 7 ottobre ha cambiato tutto, dentro e fuori Israele. Ma la sfida non è rispondere all’esterno, non adesso, quanto decidere innanzitutto della conferma della propria capacità di resilienza. Ci sono i temi nazionali, il servizio militare che gli haredim rifiutano e che devono per legge fare, la riforma giudiziaria, l’istituzione di una commissione sul 7 ottobre. C’è una economia che regge bene, un ascensore sociale che funziona, ma anche la necessità di confrontarsi con segnali che se non di rallentamento parlano di una tendenza a investire in altre aree del mondo, almeno per quell’eccezionale capacità di produrre ricchezza determinata dal sistema delle start up tech Made in Israele. Poi c’è Gaza. Ancora, Cisgiordania, Giudea e Samaria, da controllare e, solo per l’estrema destra, nel caso da occupare. I nomi e le sigle sono sempre quelli, Hamas, l’ANP, addirittura l’OLP, in questo quadrante della storia quel 7 ottobre fa ancora tanta paura. Oltre che rabbia. Perché si può ripetere, dicono a Gerusalemme, perché va prevenuto, perché quelli sono confini armistiziali non confini ufficiali. Così dai media alla strada. Ma guardando oltre, nel gioco delle letture ufficiali degli analisti israeliani, di primo livello, tra “Record e Off”, si capisce che quella paura ha in primis altri nomi. Hezbollah, Libano, Nord: Unifil finisce ormai il suo tempo e non serve più, anzi per i paesi partecipanti sarebbe meglio investire risorse nel sostegno alla ripresa dello spazio e delle capacità di governo di Beirut. I militari multilaterali no. Proprio quanto accaduto dopo il 7 ottobre per gli israeliani lo ha ampiamente dimostrato, con una intera area, villaggi e kibbutz del nord, che ancora non si è ripopolata. Quindi? L’Idf deve poter contare sull’azione del governo libanese e del suo esercito. Nonostante le somme che l’Iran (un miliardo di dollari all’anno…) spende per i suoi alleati più fedeli, emanazione quasi diretta della rivoluzione dei pasdaran. Non è semplice: basta fare i conti in tasca a un padre di famiglia libanese con due figli, uno nell’esercito libanese l’altro arruolato da Hezbollah. Con quest’ultimo che guadagna tre volte tanto il fratello. Poi c’è la Siria, c’è Ahmed al-Sharaa, l’ex Isis. Con lo spettro di un dialogo impossibile sulla carta che consegnerebbe spazio aperto alla Turchia di Erdogan. Il vero antagonista (dopo l’Iran) per peso militare e posizionamento geopolitico, ormai re-islamizzato. Dialogo che però deve esserci, perché un accordo di sicurezza è fondamentale. Sul tavolo ci sarà la questione dei drusi, che rischia di restare uno scoglio difficilmente superabile. E veniamo all’Europa. Che Israele si specchi nelle sue radici europee è cosa nota. Che viva con sospetto e con un “ve l’avevamo detto” la fenomenologia che le città europee stanno attraversando in termini di violenza crescente, pure. Basta poi provocazioni, Italia inclusa, vedi la lettura di Gerusalemme della vicenda delle 5 attiviste espulse, e il dito che punta senza mezzi termini sul Patriarca Latino Pizzaballa che ha canali aperti e poteva informare. Nonostante ciò c’è ottimismo per la ripresa dei rapporti con il Vaticano di Papa Leone XIV, anzi ci si informa sulla sua salute. In sintesi, meno Ue e più rapporti con i Paesi, anche se molte posizioni sono definite “pericolose”. Un salto atlantico e si va negli Usa: i democrats da tempo sono lontani, più woke che altro. Il peso del Qatar, anche nelle Università, è forte. Anche il consenso Maga però qualche scricchiolio lo fa sentire. Ma c’è alle porte l’elezione di Midterm, meglio attendere prima di commentare. Intanto si va al voto. Per quanto sopra e per molto altro. L’atmosfera è quella dei grandi appuntamenti della storia, a prescindere da chi relega tutto a un referendum su Benjamin Netanyahu. E serve raccontarla, questa sfida, a un mondo che ha girato la testa dall’altra parte. In consapevolezza ma senza muoversi da ciò che oggi, in Israele, conta: stabilità e ancora di più sicurezza. Gli elettori in Israele sono soltanto 7 milioni e 300.000, ma il sistema partitico è talmente frammentato, che per le elezioni della 26ma Knesset (il Parlamento israeliano) con il sistema elettorale proporzionale in vigore nel Paese, servono circa 11,5 milioni di schede per ogni lista. L’impresa titanica è stata realizzata da una tipografia di Kyriat Gat, circa 60 km a Sud Ovest di Gerusalemme, che per settimane ha stampato schede 24 ore al giorno per sei giorni a settimana, fino alla giornata di oggi, vigilia del voto.
Putin perde un alleato
[Sarei forse più sola | senza la mia solitudine.” Emily Dickinson] In rappresentanza di questi ultimi, il candidato Radomir Sajčić ha detto su Rts che "la Serbia finalmente ha preso il suo destino in mano, con un risultato che premia quasi due anni di lotta". Il primo della lista studentesca, il cardiologo Ilija Srdjanović, ha precisato che il suo Paese ha "voltato la faccia ad un tiranno: Andiamo verso una Serbia migliore". A premiare gli studenti un'affluenza record, che ha sfiorato il 70%, un dato che non si vedeva da almeno 30 anni e che i commentatori già da tempo prevedevano, sostenendo che avrebbe favorito gli studenti. La festa è esplosa mentre, a urne già chiuse, cresceva un clima di tensione nel centro di Belgrado, con ingenti schieramenti di polizia e la temuta presenza di provocatori. Si è trattato di elezioni che l'ex presidente, dimessosi in settembre per raccogliere la sfida studentesca alla testa della lista Serbia Unita, sentiva di poter perdere. Tradendo nervosismo con le dichiarazioni degli ultimi mesi, nelle quali ha insistito nel definire gli studenti "distruttori" e "inaffidabili", "manovrati da potenze straniere" nemiche della Serbia. Lunghissime le file ai seggi ben prima dell'apertura alle 7 del mattino. Gli studenti hanno consigliato i loro elettori di votare presto, mentre da subito è apparsa alta la tensione, palpabile anche nelle strade, legata alla paura che brogli, irregolarità e manipolazioni potessero inficiare una prova elettorale alla quale guardano l'Europa, l'America e anche la Russia. I pronostici della vigilia, a seconda dell'orientamento dei sondaggisti, davano alternativamente avanti Serbia Unita o la Lista Studentesca, che si è preparata meticolosamente alla prova elettorale anche addestrando oltre 16mila rappresentanti di lista e 60mila controllori fuori dai seggi, che hanno affiancato gli oltre 16mila osservatori, fra internazionali e nazionali, presenti sul territorio, fra cui delegazioni dell'Osce, dell'Odihr, del Consiglio d'Europa e del Parlamento europeo. In Serbia non sono ammessi exit poll. Le prime proiezioni molte ore dopo la chiusura dei seggi fornite da alcune delle associazioni e istituti demoscopici che seguono il voto, come CeSid/Ipsos Serbia e Crta, prima che la Commissione elettorale nazionale (Rik) dia i primi risultati concreti, quando i dati dai seggi iniziano ad affluire ai suoi centri di raccolta dati, unendosi ai voti potenziali dei circa 100mila serbi che votano all'estero e alle centinaia di voti potenziali di serbo-bosniaci residenti nella Bosnia-Erzegovina che hanno ricevuto doppia cittadinanza. In lizza per i 250 seggi del parlamento unicamerale serbo, eletti con sistema proporzionale a collegio unico e una soglia del 3%, c'erano 18 liste.
Appello ter per Shalabayeva
[L'Aurora è il tentativo | del Volto Celeste | di simulare, per Noi | l'Inconsapevolezza della Perfezione. Emily Dickinson] Ci sarà un altro processo per il caso del sequestro Shalabayeva. I giudici della Cassazione hanno annullato la condanna emessa in secondo grado dai giudici di Firenze nei confronti di 5 funzionari di Polizia e disposto un altro giudizio davanti ad altra sezione della Corte d’appello toscana. I giudici della Cassazione hanno in sostanza accolto le richieste del pg Alessandro Cimmino che aveva sollecitato un nuovo processo di appello per i cinque poliziotti coinvolti nella vicenda Shalabayeva. Gli ermellini, con la sentenza di oggi, hanno stabilito poi la prescrizione delle accuse in relazione al sequestro di Alma Shalabayeva. D’ora in avanti si procederà solo per quello relativo alla figlia della donna e del dissidente kazako Muktar Ablyazov. Sotto accusa per questa vicenda ci sono: l’ex responsabile dell’Immigrazione Maurizio Improta; il funzionario Vincenzo Tramma; il ‘superoliziotto’ Renato Cortese, all’epoca dei fatti responsabile della Squadra mobile di Roma. L’elenco è completato da Luca Armeni e Francesco Stampacchia.
Contro le censure
[Non sapendo quando l'alba arriverà, tengo aperta ogni porta. Emily Dickinson] "Da qualche mese in Liguria le forze dell'ordine censurano volutamente nei loro resoconti quotidiani fatti di cronaca come furti, rapine, truffe agli anziani, violenze sessuali e accoltellamenti perché secondo un'indicazione arrivata 'da Roma' i giornalisti 'creano allarme sociale'. È una vergogna nazionale che ci riporta indietro ai momenti più bui del Paese. La stampa non può essere soggetta a censure, meno che mai a censure preventive". Lo denuncia la segretaria generale della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) Alessandra Costante al presidio di protesta davanti alla Prefettura di Genova organizzato dall'Ordine dei giornalisti della Liguria, dall'Associazione ligure giornalisti e dal Gruppo cronisti liguri. 'Stop alla censura': è lo striscione srotolato dai manifestanti davanti al palazzo del governo. Sono stati distribuiti volantini in difesa dell'articolo 21 della Costituzione. "Non fornire informazione su reati che creano 'allarme sociale' significa intervenire pesantemente sul diritto all'informazione - sottolinea il presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Bartoli in un messaggio di sostegno alla mobilitazione -. Un danno al diritto costituzionale dei cittadini a essere informati, per lo stesso operato delle forze dell'ordine e per la trasparenza dell'azione della magistratura".