martedì 31 marzo 2026

La camorra dietro l’attentato a Ranucci

[Non devi adoperarti perché gli avvenimenti seguano il tuo desiderio, ma desiderarli così come avvengono, e la tua vita scorrerà serena. Epitteto] Il 16 ottobre 2025 un ordigno è esploso nella notte davanti all'abitazione di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, nel comune di Pomezia. L'esplosione ha distrutto due auto, tra cui quella della figlia, e danneggiato il cancello dell'abitazione. Nessun ferito, ma l'atto è stato definito "un chiaro attentato intimidatorio". L'attentato contro Sigfrido Ranucci porta la firma della camorra. A rivelarlo è Massimo Giletti durante la puntata di questa sera de "Lo stato delle cose", in onda su Rai3. "Pochi minuti fa ho avuto una notizia molto importante e delicata che riguarda Ranucci e l'attentato sotto casa sua", spiega in una clip di anticipazione della puntata dove Giletti ricorda che la notte del 16 ottobre scorso il conduttore di Report è stato vittima di un attentato.     Nel mirino la sua auto parcheggiata davanti alla villetta del giornalista a Campo Ascolano, una piccola frazione di Pomezia, alle porte di Roma. "Qualcuno arriva, piazza dell'esplosivo sotto l'auto di Ranucci e scatena l'inferno", dice Giletti ricordando la vicenda su cui indaga il pool antimafia della Procura di Roma.    "Si è parlato di una Panda nera, si è parlato di plastico: né uno né l'altro - afferma ancora Giletti -. La macchina usata dagli attentatori non è una Panda nera, l'esplosivo probabilmente è preso da una cava ma non era plastico. Ma la notizia importante che daremo stasera è che gli autori dell'attentato appartengono alla camorra, sono arrivati dalla Campania per l'attentato, non hanno usato una Panda nera ma un altro mezzo, e sono tornati in Campania dopo aver effettuato l'attentato". 


#UniversitàperGiulio

[Solo due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana e non sono sicuro della prima. Einstein] ”Questo governo ha fatto tante cose ingiuste rispetto a Giulio, speriamo smetta. In Italia vige la separazione dei poteri, cosa che non esiste in Egitto. Noi abbiamo avuto una magistratura che è andata avanti e la Corte costituzionale ha ribadito l'inviolabilità del diritto alla verità, strettamente legata alla dignità della persona e del paese. L'Egitto non è un paese sicuro: ogni giorno 3 persone su 4 fanno la fine di Giulio". Così l'avvocatessa dei Regeni Alessandra Ballerini in Senato all'evento Università per Giulio. Due mesi di incontri e proiezioni sulla libertà di ricerca che coinvolgeranno 76 università e 15mila persone: questa mattina, nella Sala "Caduti di Nassirya" presso il Senato della Repubblica, la senatrice a vita e docente dell'Università Statale di Milano Elena Cattaneo ha presentato "Le Università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un'iniziativa per la libertà di ricerca", in collaborazione con Fandango e Ganesh Produzioni. L'iniziativa, unica nel suo genere, consiste in un ciclo di eventi che, fra aprile e maggio 2026, vede ben 76 Università in tutta Italia organizzare ciascuna una giornata dedicata ai temi della libertà di studio e di ricerca e alla riflessione sulle conseguenze della compressione dei diritti fondamentali, in ambito accademico e sociale, a partire dalla proiezione del documentario "Giulio Regeni - Tutto il male del mondo", prodotto da Fandango e Ganesh. Prima della conferenza, il documentario è stato proiettato nell'Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati. Alla conferenza stampa in Senato hanno preso parte Paola Deffendi e Claudio Regeni, genitori di Giulio; Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia Regeni; Riccardo Ricciardi, presidente del gruppo M5S alla Camera dei Deputati; Simone Manetti, regista del documentario; Emanuele Cava e Matteo Billi, autori del documentario; il produttore Domenico Procacci per Fandango e il produttore Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni; Gianluigi Greco, Rettore dell'Università della Calabria, e Menico Rizzi, Rettore dell'Università del Piemonte orientale. Il ciclo di eventi universitari, che conta di raggiungere un pubblico di oltre 15 mila persone, tra studenti, ricercatori, personale accademico e cittadini, si aprirà all'Università Statale di Milano, il 13 aprile. L'hashtag scelto per i social è #UniversitàperGiulio. "La storia di Giulio Regeni, grazie al coraggio e alla forza della sua famiglia - ha ricordato la Senatrice Cattaneo - non si è conclusa con il ritrovamento al Cairo del suo corpo senza vita, dieci anni fa: al contrario, Giulio continua a vivere e a 'fare cose' attraverso un movimento di persone che si riconosce nel valore fondamentale della libertà. Lo stesso che Giulio ha difeso da studioso". "Siamo onorati e grati per questa iniziativa - hanno dichiarato i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni - che coinvolge numerose università, con professori, studenti e dottorandi che, ricordiamo, vanno sempre protetti. Dal documentario traspare sia la figura di Giulio ricercatore integerrimo ed appassionato che la violazione dei diritti che si sono compiuti su di lui." L'iniziativa "Le Università per Giulio Regeni" è sostenuta dalla Fondazione Elena Cattaneo ETS, in collaborazione con Fandango e Ganesh Produzioni. "Ci siamo sentiti traditi dai nostri governi, la prima volta è stato nel 2017, poi quando sono state vendute le navi da guerra all'Egitto mentre è vietata la vendita di armi a chi non rispetta i diritti umani e l'Egitto è tra questi paesi", ha detto il padre di Giulio, Claudio Regeni. "Io seguo i social e in 10 anni e sei governi ho visto da tutti processi di normalizzazione, chi più chi meno, prima un dire e poi un fare diverso", ha aggiunto la mamma di Giulio, che ha ricordato come tra i paesi considerati 'sicuri' sia stato inserito l'Egitto. "Non ci sono state molte azioni concrete come sarebbe dovuto essere. L'allora presidente della Camera, Roberto Fico, ha avuto il coraggio di andare a incontrare il dittatore Al Sisi", ha ricordato. "Il processo è tuttora in corso. Giulio era un ricercatore generoso, molto appassionato, entusiasta, esigente con se stesso e verso gli altri e con un forte senso di giustizia: questo gli permetteva di dialogare con tutti, parlava molte lingue tra le quali l'arabo. Siamo felici che nel documentario emerge la figura di Giulio. Siamo stati accompagnati da tante persone e chiediamo di continuare a seguirci, noi lo facciamo con discrezione, sempre un passo indietro per mettere in risalto li nostro obiettivo: avere verità e giustizia per Giulio", ha concluso Claudio Regeni.


Dopo la Spagna anche l’Italia

[Quando insegni, insegna allo stesso tempo a dubitare di ciò che insegni. Ortega y Gasset] L’Italia ha negato agli Stati Uniti l'uso della base di Sigonella. L'episodio, avvenuto qualche giorno fa, è riportato dal Corriere e confermato da fonti informate. Il diniego del ministro della Difesa Guido Crosetto è partito quando si è appreso del piano di volo di alcuni asset aerei Usa, che prevedeva di atterrare a Sigonella per poi partire verso il Medio Oriente. Nessuno però aveva chiesto alcuna autorizzazione né aveva consultato i vertici militari italiani: il piano era stato infatti comunicato mentre gli aerei erano già in volo e dalle verifiche è emerso che non si tratta di voli normali o logistici e quindi non sono compresi nel trattato con il nostro Paese. La richiesta Usa, poi negata dall'Italia, per l'utilizzo della base di Sigonella riguardava alcuni giorni fa l'atterraggio di bombardieri. Lo si apprende da fonti informate. Non essendo previsto dai trattati, il ministro della Difesa Crosetto ha negato l'autorizzazione per l'atterraggio del velivolo. Come era stato già preannunciato - per quel tipo di autorizzazione dovrebbe passare per il Parlamento, quindi servono tempistiche diverse. Dagli aeroporti passando per le torri radar fino ai porti, sono diverse le infrastrutture militari americane nel territorio italiano mentre sono tredicimila, tra reclute e ufficiali, gli statunitensi di stanza nel nostro Paese. In queste ore sotto i riflettori è finito lo scalo militare di Sigonella in Sicilia, dopo che l'Italia ha negato agli Stati Uniti l'uso della base. Una decisione che risale a qualche giorno fa. Il diniego del ministro della Difesa Guido Crosetto è partito quando si è appreso del piano di volo di alcuni asset aerei Usa, che prevedeva di atterrare a Sigonella per poi partire verso il Medio Oriente. Nessuno però aveva chiesto alcuna autorizzazione, né aveva consultato i vertici militari italiani: il piano era stato infatti comunicato mentre gli aerei erano già in volo e dalle verifiche è emerso che non si tratta di voli normali o logistici e quindi non sono compresi nel trattato con il nostro Paese. Secondo gli accordi, infatti, nel caso in cui gli Stati Uniti intendano invece utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici - come gli attacchi a Teheran - serve l'ok del governo italiano. I primi patti che ne regolamentano l'utilizzo risalgono al primo dopoguerra: il Nato Sofa del 1951, poi il Bilateral infrastructure agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d'intesa Italia-Usa del 1995. Oltre a quello di Sigonella, ci sono anche gli aeroporti militari di Aviano in Friuli Venezia Giulia - da cui una dozzina di F16 sarebbero già stati trasferiti - e Ghedi (che ospiterebbe testate nucleari) in Lombardia. Le due basi sono Camp Darby in Toscana (il più grande deposito di armi e munizioni americano in Europa), e Camp Ederle in Veneto. Esistono poi presidi minori e dislocazioni riservate. Oltre ai 13 mila militari americani nelle basi, altri 21mila fanno parte invece della VI flotta della Us Navy, composta da 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto. Ci sono poi i porti di Napoli e Gaeta (c'è la sesta flotta americana) e la Caserma Del Din, in Veneto. Dislocati per il Paese ci sono poi sistemi di sorveglianza come il Muos (Mobile user objective system) a Niscemi, che monitora anche la situazione in Medio Oriente attraverso radar e satellite. Al di là delle questioni normative che regolano gli scopi del loro utilizzo, la presenza di infrastrutture statunitensi militari rappresenta un elemento sensibile rispetto ad eventuali minacce terroristiche in Italia, tanto che il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato a prefetti e questori una circolare per il rafforzamento della vigilanza sulle stesse basi e sui siti sensibili riconducibili alla filiera di produzione ad interesse militare americano.   È atteso da un momento all'altro, nella giornata di martedì, l'arrivo alla base Nato delle Azzorre dei droni americani di ultima generazione, gli MQ-9 Reaper, noti anche come "droni assassini". Domenica scorsa il Ministero degli Esteri portoghese ha dato luce verde al passaggio di questi velivoli da combattimento dalla base nato di Lajes, sull'isola Terceira, dopo aver preso tempo e richiesto informazioni sulle specifiche tecniche e sui certificati degli operatori che li piloteranno da terra.      Nel frattempo il Blocco di sinistra ha reso nota una lettera, con circa 8.500 firme, in cui si chiede allo Stato portoghese una chiara azione di condanna della guerra in Medio Oriente.     José Manuel Pureza, coordinatore del partito della sinistra radicale portoghese, ha denunciato la "grande complicità concretizzata nell'utilizzo della base di Lajes" e ha chiesto di seguire l'esempio della Spagna, che ha chiuso il proprio spazio aereo a tutti i voli coinvolti negli attacchi contro l'Iran e negato agli Stati Uniti l'uso di due basi militari.La Spagna non ha solo negato l'uso delle basi militari di Rota e Moron ma ha chiuso il proprio spazio aereo agli aerei coinvolti nell'operazione militare contro l'Iran, segnando una posizione di netta distanza dall'intervento di Stati Uniti e Israele. Il divieto riguarda non solo i velivoli direttamente impegnati nei bombardamenti, ma anche quelli di supporto, come aerei cisterna per il rifornimento in volo, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi, secondo fonti militari e governative riportate dal quotidiano “el Pais”. "Le Forze Armate degli Stati Uniti stanno centrando o superando tutti i loro obiettivi nel quadro dell'operazione Epic Fury e non hanno bisogno dell'aiuto della Spagna né di altri", ha dichiarato all'agenzia Efe un funzionario dell'amministrazione Trump, nel commentare la decisione della Spagna. La scorsa settimana il presidente del governo Pedro Sanchez aveva detto: "Abbiamo negato agli Stati Uniti l'uso delle basi di Rota e Moron per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all'operazione in Iran sono stati respinti. Tutti, compresi quelli degli aerei di rifornimento". Il veto si estende quindi anche al sorvolo dello spazio aereo spagnolo da parte di bombardieri e aerei logistici coinvolti nell'operazione. È prevista un’unica eccezione: situazioni di emergenza, in cui può essere autorizzato il transito o l'atterraggio. Restano invece attive le missioni statunitensi previste dagli accordi bilaterali, come il supporto logistico delle truppe Usa in Europa. Anche l'assistenza tecnica alla navigazione aerea, fornita dal centro di controllo di Siviglia, continua per voli che non entrano nello spazio aereo spagnolo ma che attraversano lo Stretto di Gibilterra, all'estremo sud della penisola iberica, come i bombardieri B-2 Spirit, che partono dalla base di Whiteman, nello Stato del Missouri, attaccano in Iran e ritornano in un volo di oltre 30 ore senza scali, segnala il quotidiano.  La posizione di Madrid, maturata dopo settimane di negoziati con Washington, si fonda sulla mancanza di copertura giuridica internazionale all'intervento militare, in assenza di un mandato di Onu, Nato o Ue. Questo ha comportato il ritiro dal territorio spagnolo di diversi aerei cisterna statunitensi, chiave per le operazioni offensive. Tuttavia, Madrid continua a partecipare alle attività difensive della Nato, con la protezione di Paesi alleati e il monitoraggio delle minacce missilistiche. E collabora alla difesa di Turchia e Cipro, onorando gli impegni con l'Alleanza e la Ue.


Ue a Bucha

[Per chi intraprende cose belle , è bello soffrire , qualsiasi cosa gli tocchi . Platone] ”È un piacere trovarmi oggi a Kiev insieme ai ministri degli Esteri europei. Ogni visita è un forte promemoria del coraggio e della resilienza dell'Ucraina.    L'Europa è al vostro fianco. Continueremo a fornire sostegno militare, finanziario, energetico e umanitario. E faremo tutto il possibile per garantire che la Russia risponda pienamente dei propri crimini". Lo scrive su X l'alta rappresentante Ue Kaja Kallas. "Ci siamo riuniti oggi a Kiev e a Bucha per commemorare le vittime delle atrocità di massa commesse durante la temporanea occupazione russa di alcune zone della regione di Kiev nel 2022, e per ribadire il nostro fermo impegno a garantire che la Federazione Russa risponda pienamente di qualsiasi violazione del diritto internazionale commessa in Ucraina o contro l'Ucraina, compresa l'aggressione in violazione della Carta delle Nazioni Unite". Lo afferma il comunicato congiunto dei ministri degli Esteri di Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ucraina.    "Onoriamo la memoria di tutte le vittime del massacro a Bucha e in altre città, paesi e villaggi in tutta l'Ucraina, dove i civili sono stati sottoposti a uccisioni di massa, torture, violenze sessuali, deportazioni forzate e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Le prove raccolte in seguito al ritiro delle forze russe sottolineano l'imperativo di garantire una piena e completa responsabilità".   "Riaffermiamo il nostro impegno a garantire la piena responsabilità per i crimini di guerra e gli altri crimini più gravi commessi in relazione alla guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina. In questo contesto, accogliamo con favore i recenti progressi compiuti nel quadro del Consiglio d'Europa, con il sostegno dell'Unione europea, verso l'operatività del Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l'Ucraina e l'istituzione della Commissione internazionale per le richieste di risarcimento per l'Ucraina.     Esprimiamo inoltre il nostro sostegno alle indagini della Corte penale internazionale sulla situazione in Ucraina e chiediamo la piena cooperazione di tutti gli Stati parti".    "Sottolineiamo che la presa di responsabilità è un elemento indispensabile per una pace globale, giusta e duratura, nonché per il rispetto del diritto internazionale. In questo quinto anno di guerra di aggressione da parte della Russia, ribadiamo il nostro continuo, fermo e incondizionato sostegno all'indipendenza, alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale, in conformità con gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale". 


Bannon & Epstein

 [L'Italia è la patria dei tuttologi: tutti pretendono di dire la loro su tutto, anche se non hanno una competenza specifica sull'argomento. Magdi Allam] “Faremo cadere Papa Francesco”. Steve Bannon, ex consigliere del presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca, ha discusso con il finanziere Jeffrey Epstein dei modi per contrastare Papa Francesco. È quanto rivelano i documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia americano, nei quali emerge la volontà di Bannon di ”stendere” il Pontefice.  I messaggi scambiati tra i due nel 2019 rivelano che Bannon corteggiò il defunto finanziere nel tentativo di indebolire l’ex pontefice dopo aver lasciato la prima amministrazione Trump. Bannon era stato molto critico nei confronti di Papa Francesco, che considerava un oppositore della sua visione “sovranista”. In una email del giugno del 2019 Bannon scrisse a Epstein: “Faremo cadere Francesco. I Clinton, Xi, Francesco, l’Ue: forza fratello”. Papa Francesco ha fatto da contrappeso alla visione del mondo trumpiana, criticando fortemente il nazionalismo e facendo della difesa dei migranti un tratto distintivo del suo pontificato. I documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia rivelano che Bannon ha inviato messaggi a Epstein in diverse occasioni nel tentativo di indebolire il defunto papa. Bannon fa riferimento a ‘In the Closet of the Vatican’, un libro del 2019 del giornalista francese Frédéric Martel nel quale l’autore afferma che l’80% del clero che lavora in Vaticano è gay, ma mantiene segreta la propria sessualità. Bannon era interessato a trasformare il libro di Martel in un film dopo aver incontrato l’autore a Parigi. Nei messaggi, Bannon sembra suggerire che Epstein potrebbe essere il produttore esecutivo del film.  “Ora sei produttore esecutivo di ‘Itcotv’ (In the closet of the Vatican)”, ha scritto Bannon. Nello scambio di mail Epstein non commenta l’offerta, ma chiede a Bannon di filmare Noam Chomsky. Martel ha spiegato che non poteva dichiarando alla Cnn di pensare che lui volesse “strumentalizzare” il libro contro Papa Francesco. Austen Ivereigh, biografo del defunto papa, ha confermato che Bannon voleva usare il libro di Martel per mettere danneggiare Papa Francesco, sostenendo al contempo di voler “purificare” la Chiesa. “Penso che abbia mal giudicato la natura del libro e di Papa Francesco”, ha detto Ivereigh alla Cnn. In un’altra parte dei documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia, Epstein scherza con il fratello Mark sull’invito a Papa Francesco nella sua residenza per un “massaggio” durante la visita papale negli Stati Uniti nel 2015. Tre anni dopo, invia un messaggio a Bannon per dirgli che sta cercando di “organizzare un viaggio per il Papa in Medio Oriente”, aggiungendo “titolo: tolleranza”. Bannon condivide poi con Epstein un articolo in cui il Vaticano condanna il “nazionalismo populista”. A questa mail Epstein risponde citando la poesia biblica di John Milton “Paradiso perduto”, in cui Satana è stato cacciato dal paradiso. “Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso”, ha detto Epstein a Bannon. 


Epstein in italia

[La chiave è giocare sull’avversario, non sulle tue carte. Matt Damon / Mike McDermott nel film “Rounders”] L'Associazione Differenza Donna ha presentato il 26 marzo un esposto formale alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, chiedendo l'avvio di indagini approfondite in relazione ai cosiddetti "Epstein Files" e ai possibili collegamenti con il territorio italiano e persone italiane e chiede "l'avvio di indagini su possibili reati transnazionali di tratta, violenze sessuali e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori connesse ai documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d'America". L'esposto - redatto dalle avvocate Maria Teresa Manente e Iaria Boiano responsabili dell'ufficio legale dell'associazione - documenta "come dai file del DOJ emergano ricorrenze di soggetti italiani, riferimenti significativi e non episodici di soggiorni, spostamenti e relazioni in località italiane - Capri, la Costiera Amalfitana, la Costa Smeralda, Milano e Roma - nonché contatti con soggetti inseriti in circuiti economici e sociali di rilievo internazionale che potrebbero aver svolto un ruolo nella rete di sfruttamento e di stupri". "Come associazione impegnata nella gestione dei Centri antiviolenza da oltre 30 anni abbiamo ritenuto necessario rivolgerci alla Procura perché i materiali emersi non possono restare confinati nel dibattito mediatico. La dimensione transnazionale delle condotte e la presenza di riferimenti al territorio italiano impongono verifiche immediate", afferma la presidente dell'associazione Elisa Ercoli. Differenza Donna chiede alla Procura di Roma di avviare verifiche investigative "per accertare se il territorio italiano sia stato luogo di transito, di consumazione o di facilitazione dei reati connessi alla rete Epstein". In particolare si chiede: "di attivare una rogatoria internazionale tramite il DOJ per ottenere i file non censurati relativi ai soggetti italiani; disporre accertamenti sui flussi finanziari tra Epstein e soggetti italiani, anche attraverso la Unità di Informazione Finanziaria e la Guardia di Finanza; verificare la posizione delle società Harbour Avenue e Harbour V, con sede a Londra e riconducibili a persone italiane, per eventuali profili di riciclaggio; identificare e ascoltare eventuali vittime italiane o residenti in Italia; coordinarsi con le autorità giudiziarie britanniche che stanno già indagando sulla dimensione europea della rete". Secondo l'avvocata Teresa Manente, l'esposto "si inserisce in un contesto internazionale in cui diversi Stati hanno già avviato indagini. In Francia la Procura di Parigi ha aperto verifiche su possibili profili di tratta e sfruttamento; in Polonia la Procura nazionale ha avviato un'indagine su reti di traffico di esseri umani; in Norvegia l'kokrim ha aperto un'indagine formale basandosi esclusivamente sui file DOJ, senza elementi nazionali aggiuntivi, trattando la pubblicazione come notizia di reato sufficiente. L'Italia non può restare inerte di fronte a elementi documentali pubblici che la riguardano direttamente. La parola delle donne ha aperto questa frattura, ora non è possibile che le istituzioni in Italia ignorino la dimensione necessaria e urgente dell'accertamento approfondito". Da quanto emerge "non siamo di fronte a episodi isolati, ma - aggiunge l'avvocata Ilaria Boiano - a un possibile sistema sociale e politico che si alimenta della cultura dello stupro, della sopraffazione e della disumanizzazione, producendo una progressiva normalizzazione della violenza". "Il corpo delle donne e delle bambine continua a costituire uno dei luoghi privilegiati attraverso cui si esercitano dominio, profitto e controllo, spesso all'interno di sistemi economici e relazionali che normalizzano la loro disponibilità e ne occultano la violenza", conclude Ercoli.




lunedì 30 marzo 2026

Free Palestine?

[Abbiamo smesso di cercare mostri sotto il nostro letto, quando abbiamo capito che erano dentro di noi. Joker]  È partito a Milano da via Giacosa, nella zona est della città, il corteo costituito da un migliaio di persone, organizzato per protestare contro gli arresti dei componenti della associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, l'Abspp, perché sospettati dalla magistratura genovese di finanziare Hamas.    I manifestanti si sono soffermati e hanno lungamente applaudito davanti alla sede di via Venini, ora sotto sequestro, della Cupola d'oro, associazione coinvolta nell'inchiesta.    "Mohammad, Raed, Yaser, Khalil e gli altri, Anan, Ali, Mansour e tutti i palestinesi 'colpevoli' di solidarietà liberi subito!" hanno scandito i manifestanti, denunciando che è arrivata la conferma del trasferimento in carceri di massima sicurezza di Mohammad Hannoun a Terni, Raed e Yaser a Ferrara e Albustanji in Calabria senza la possibilità di visite famigliari: 'Dovunque voi siate - hanno detto i manifestanti - siamo e saremo al vostro fianco senza arretrare nella solidarietà".    La manifestazione è promossa dall'Associazione palestinesi in Italia, da Csa Vittoria, Cub, Usb, SI Cobas. Udap - Unione democratica arabo palestinese, Giovani palestinesi, Comunità palestinese di Lombardia. Prima sono stati insultati ("ebrei di m..."); poi l'aggressione violenta a pugni terminata con una delle due vittime finita in ospedale con il naso rotto. Si tratta di un assalto antisemita riportato dal 'Corriere della sera'. 'Repubblica', 'Il Giorno' e 'Libero' (secondo il quale la notizia è stata diffusa dal presidente della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi) sul quale indagano ora i carabinieri della stazione Porta Genova e del Nucleo informativo del comando provinciale. L'episodio poco dopo le 22.30 di domenica all'esterno del punto vendita Carrefour di piazzale Siena, supermercato aperto 24 ore su 24.    I due giovani turisti argentini di religione ebraica avevano appena fatto la spesa quando, poco dopo l'uscita, sono stati circondati da un gruppo di una decina di ragazzi di origine nordafricana. Un incontro casuale, stando ai primi accertamenti.    I due turisti indossavano la tradizionale kippah e per questo sono stati presi di mira. Prima gli insulti antisemiti, poi l'aggressione fisica. Uno dei due, di 19 anni, ha cercato di reagire ed è stato colpito con almeno un pugno al viso. Poi l'intervento di un'ambulanza del 118 e dei carabinieri del Radiomobile.    Le ricerche nella zona, vicina al quartiere ebraico di via Bartolomeo d'Alviano e viale San Gimignano, non sono servite a rintracciare i responsabili. Il 19enne è stato portato all'ospedale San Carlo dal quale è poi stato dimesso con la diagnosi di una frattura al setto nasale.    Le indagini si muovono partendo dalle riprese delle telecamere della zona che sono state acquisite dagli investigatori oltre che sulle analisi delle celle telefoniche che coprono le vie intorno a piazzale Siena.    I due turisti sono ripartiti ieri per l'Argentina. Un diverbio, senza insulti o minacce, tra un addetto alle vendite e un gruppo di tifosi israeliani che si è verificato nello store olimpico di Milano Cortina a Cortina d'Ampezzo (Belluno) ha suscitato denunce social per "antisemitismo" e la sostituzione nel turno dell'addetto, generando ulteriori polemiche tra chi sostiene le ragioni del commesso e chi quelle dei fan della squadra israeliana. Secondo quel che si vede in un video pubblicato su Instagram dagli stessi tifosi israeliani, che poi è stato rilanciato su 'Stop antisemitism', i tifosi, ieri o l'altro ieri, erano entrati nel negozio esponendo bandiere nazionali quando il commesso - che non è dipendente di Milano Cortina - ha ripetuto più volte "Palestina libera", scandendolo quando una delle donne del gruppo lo ha ripreso in video chiedendogli di ripetere.Sempre quella che dalle immagini sembra l'autrice del breve filmato ha replicato che "Israele può partecipare alle Olimpiadi come qualsiasi altro Paese". Un battibecco svoltosi nell'arco di un paio di minuti. Le tensioni invece si sono rinfocolate sui social. "Tutta la nostra solidarietà va ad Ali Mohamed H. dipendente ufficiale dello store Milano Cortina 26 che sarebbe stato licenziato in seguito alla diffusione di questo video". A dirlo, in un post su Facebook, è Potere al Popolo, dopo un post su Facebook di 'Stop Antisemitism'. L'organizzazione, una non profit Usa che combatte l'antisemitismo, ha scritto che il diverbio è avvenuto ieri, e in un 'aggiornamento' affermava che "Ali Mohamed H. è stato terminato" (licenziato), e che è stata "chiamata la Polizia ed è stata avviata un'indagine per molestie con possibili accuse in arrivo". L'uomo però non è stato licenziato. In serata infatti sono arrivate le conferme del luogo dell'episodio, Cortina, e la precisazione della Fondazione Milano Cortina 2026: "Siamo a conoscenza di quanto avvenuto al Cortina Sliding Centre tra un dipendente di una società esterna e un visitatore. Non è appropriato che il personale dei Giochi o quello delle società con cui collaboriamo esprima opinioni politiche personali mentre svolgono le loro mansioni o rivolga tali osservazioni ai visitatori. Le persone coinvolte sono state rassicurate e il lavoratore è stato sostituito sul turno e sensibilizzato a mantenere un comportamento pienamente in linea con i valori e lo spirito dei Giochi". ​Tre turiste israeliane — tra cui una sopravvissuta all'Olocausto — si sono recate al Museo Reina Sofía esibendo simboli ebraici e sono state molestate dai visitatori. Invece di aiutarle, il personale del museo ha ordinato loro di andarsene: "Alcuni visitatori erano disturbati dal fatto che fossero ebree". ​Tre anziane israeliane sono state espulse sabato scorso dal Museo Reina Sofía di Madrid, dopo che il personale del museo si è opposto al fatto che portassero con sé oggetti che le identificavano come ebree, tra cui una collana con la Stella di Davide. Lo ha riportato oggi (lunedì) il sito di notizie spagnolo Okdiario. Secondo il rapporto, le tre turiste sono state molestate in modo aggressivo dai visitatori del museo, fino a essere allontanate da una delle guardie giurate, la quale ha sostenuto che "alcuni visitatori sono disturbati dal fatto che siano ebree". ​Il Museo Reina Sofía, considerato una delle principali istituzioni culturali al mondo, durante la guerra "Spade di Ferro" ha ospitato una mostra "in solidarietà con la Palestina" sotto il titolo "Dal fiume al mare", ed è stato sede di numerose proteste contro Israele durante le quali si sono verificati episodi antisemiti. Okdiario ha sottolineato che il museo è sotto la giurisdizione del Ministero della Cultura spagnolo. ​Secondo il sito di notizie, le tre anziane, una delle quali è una sopravvissuta all'Olocausto di origine ungherese, erano accompagnate da una donna spagnola che ha filmato l'accaduto. Come accennato, alcuni visitatori del museo hanno reagito duramente ai simboli ebraici esibiti, definendo le donne, tra le altre cose, "pazze genocide". Tuttavia, invece di ricevere assistenza dallo staff, un alto funzionario dell'istituzione ha ordinato alla guardia di espellere il gruppo dal complesso, mentre non è stato preso alcun provvedimento contro le persone che le stavano molestando. ​Okdiario ha evidenziato che "il personale del museo sono corresponsabili di questa molestia razzista" e ha descritto come nel video girato dall'accompagnatrice spagnola si veda la guardia giurata esigere che le donne se ne vadano. In risposta, l'accompagnatrice (una donna cattolica) ha protestato per il fatto che, invece di aiutarle contro i visitatori che le insultavano, la guardia avesse scelto di espellerle. Lui le ha risposto che dovevano andarsene poiché "alcuni visitatori erano disturbati" dalla loro identità ebraica. ​La guardia ha ordinato alle tre anziane di nascondere i simboli ebraici sostenendo che ne fosse vietata l'esposizione pubblica, mentre l'accompagnatrice gli faceva notare che non esiste alcun divieto legale sull'esposizione di simboli religiosi, pertanto, la sua richiesta costituiva una violazione della legge in un edificio ufficiale del governo spagnolo da parte di un dipendente di un'agenzia governativa. L'accompagnatrice, residente a Madrid, ha dichiarato in seguito al giornale spagnolo: "È inaccettabile che qualcuno debba subire una punizione del genere senza aver infranto la legge, e in un'istituzione ufficiale sostenuta dal governo spagnolo". ​Ha aggiunto che le anziane "camminavano con simboli ebraici assolutamente standard e per nulla offensivi. È come se qualcuno indossasse la maglia della propria squadra del cuore o portasse la bandiera del proprio Paese, ma dal momento in cui siamo arrivate e hanno notato i simboli ebraici, il personale del museo ci ha trattato con ostilità". Ha inoltre indicato che sta valutando l'ipotesi di presentare un reclamo formale contro il museo e, potenzialmente, di intraprendere un'azione legale.