[Etiam capillus habet umbram suam. Siro] Roma si prepara a celebrare il 2779° anniversario della sua fondazione con un programma diffuso di iniziative culturali gratuite promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura. Dal 19 al 22 aprile la città ospiterà concerti, visite guidate, itinerari urbani e appuntamenti nei musei civici, coinvolgendo diversi quartieri e alcuni dei luoghi simbolo dell’Urbe, dal centro storico al Quadraro fino a Casal de’ Pazzi. Cuore dei festeggiamenti sarà la giornata del 21 aprile, quando nel tardo pomeriggio la musica invaderà il centro storico con una serie di concerti simultanei delle bande musicali delle Forze Armate. A partire dalle 17.30 si esibiranno in diverse piazze della città: dalla Banda della Polizia Locale in piazza del Campidoglio alla Banda dell’Esercito sulla scalinata di Trinità dei Monti, fino agli appuntamenti in piazza San Silvestro, piazza Pia, piazza di San Lorenzo in Lucina, piazza di Pietra e piazza Sant’Ignazio con le bande di Marina Militare, Aeronautica, Carabinieri, Polizia di Stato e Polizia Penitenziaria. Sempre il 21 aprile, in Campidoglio, il pubblico potrà partecipare alle visite straordinarie gratuite a Palazzo Senatorio, con accesso all’Aula Giulio Cesare. Le visite, curate dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, sono previste alle 16.30, 17.15, 18.00 e 18.45 per gruppi di massimo 30 persone, con prenotazione obbligatoria. Il calendario degli appuntamenti prenderà il via sabato 19 aprile al Museo di Casal de’ Pazzi con la presentazione di un nuovo fumetto dedicato alla preistoria del territorio romano e alle origini del popolamento umano nell’area. Nel giorno del Natale di Roma, oltre agli eventi musicali e alle visite in Campidoglio, sono in programma anche itinerari urbani e visite tematiche nei Musei Civici. Tra queste, il percorso dedicato alla street art del progetto M.U.Ro nel quartiere Quadraro, la visita alla mostra su Constantin Brâncuşi ai Mercati di Traiano, l’appuntamento al Museo Pietro Canonica, e altri approfondimenti alla Galleria d’Arte Moderna, al Museo Barracco e al Museo di Roma in Trastevere. Il programma si concluderà il 22 aprile al Museo di Roma a Palazzo Braschi con la visita tematica “Vivere a Roma: piazze, feste e mestieri”, dedicata alla vita quotidiana della città tra Seicento e Ottocento. Le visite guidate nei musei sono gratuite con il biglietto d’ingresso secondo la tariffazione vigente, mentre l’accesso ai Musei Civici di Roma Capitale resta gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana. Le prenotazioni per le visite a Palazzo Senatorio apriranno il 17 aprile alle ore 10.
OTTOBRE ROSSO
giovedì 16 aprile 2026
Teste Mozze a Palermo
[L'unica difesa contro il mondo è conoscerlo bene. Locke] Un ponte maestoso in pietra a tre campate di cui si era persa la memoria a pochissima distanza dal Ponte dell’Ammiraglio, il monumento arabo-normanno con cui costituiva un unico sistema di attraversamento del fiume Oreto. È il Ponte delle Teste Mozze, che deve il suo nome al trasferimento in zona, a metà del Settecento, del cippo nelle cui nicchie si esponevano le teste dei condannati a morte. Il ponte venne totalmente interrato e in questo modo scampò alla demolizione quando nel 1831 fu deviato il corso dell’Oreto. Durante i lavori di realizzazione della linea del tram, è tornato alla luce nel 2014 grazie agli scavi della Soprintendenza ai Beni culturali, e adesso apre per la prima volta al pubblico per Il Genio di Palermo, la manifestazione organizzata dalla Fondazione Le Vie dei Tesori in collaborazione con l’Università di Palermo, la Soprintendenza, il Comune, l’Amat e numerose altre istituzioni. Visite nel weekend dal 16 al 19 aprile e nei due successivi. Un ponte maestoso in pietra a tre campate di cui si era persa la memoria a pochissima distanza dal Ponte dell’Ammiraglio, il monumento arabo-normanno con cui costituiva un unico sistema di attraversamento del fiume Oreto.
Zelensky a Roma
[Audaces fortuna iuvat. Virgilio] “L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla federazione russa. Che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante le dichiarazioni al termine dell’incontro con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, a Roma. “Allo stesso modo – ha aggiunto – continueremo a lavorare anche per garantire l’erogazione del sostegno finanziario che è stato deciso dal Consiglio europeo, che è uno strumento ovviamente fondamentale per garantire la sopravvivenza dell’Ucraina, perché chiaramente un’eventuale crisi finanziaria di Kiev produrrebbe danni incalcolabili anche per l’intera stabilità europea”. “Oggi ho informato Giorgia della situazione sul campo di battaglia in Ucraina. Proprio adesso nei cieli dell'Ucraina ci sono di nuovo gli Shahed, ci sono gli attacchi massicci e abbiamo bisogno assolutamente dei sistemi aggiuntivi di contraerea. Per noi sono vitali e possiamo lavorare insieme per la produzione di questi sistemi di difesa antiaerea. Perché noi dobbiamo assolutamente evitare la normalizzazione di queste azioni della Russia". Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky accanto a Giorgia Meloni al termine del loro incontro a Palazzo Chigi.“Non c’è alcun Paese che non senta le conseguenze della guerra in Iran, per tutti aumenta il costo della vita, crescono i rischi energetici e questo peggiora assolutamente le condizioni sociali e la preparazione per il nostro prossimo inverno. L’Ucraina sta già contribuendo alla stabilizzazione della situazione in quella regione, noi lavoriamo con i paesi interessati per la protezione dagli attacchi degli Shahed e per lo sviluppo della loro difesa. Passi analoghi l’Ucraina offre anche all’Europa, perché tutti noi abbiamo bisogno di un sistema di difesa moderno e davvero efficace, capace di proteggere da qualsiasi minaccia. La guerra è cambiata e ora senza una difesa veramente solida e sicura da tutti i tipi di droni nessuno può sentirsi al sicuro. L’Ucraina ha sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, questo lo chiamiamo formato ‘drone deal’: la nostra expertise, l’esperienza militare, le nostre capacità difensive in materia di droni, missili, guerra elettronica, scambio di dati, noi proponiamo di unirle alle capacità dei nostri partner, così ci sosteniamo l’uno l’altro. È importante che ci sia interesse da parte dell’Italia per questo formato di cooperazione, abbiamo concordato con Giorgia che i nostri team lavoreranno sui dettagli del programma drone deal tra l’Italia e l’Ucraina”. Così il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky accanto a Giorgia Meloni. A Berlino, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha espresso un cauto ottimismo sul fatto che l’Alleanza riuscirà a coprire, entro la fine dell’anno, i finanziamenti necessari per gli aiuti alla difesa dell’Ucraina attraverso il meccanismo della Purl, la Lista dei Requisiti con priorità per l’Ucraina. Rutte ha parlato dopo una riunione del Gruppo di contatto per la difesa di Kiev, alla presenza del ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, del ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, del ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul e del segretario di Stato alla Difesa britannico John Healey. Il segretario generale ha ammesso che la ripartizione degli oneri tra gli alleati resta ancora disomogenea, ma ha sottolineato che i segnali sono in miglioramento. “È importante per me partecipare a questo Gruppo di contatto per la difesa ucraina qui a Berlino, insieme con i co presidenti e con Mikhail Fedorov. Perché non possiamo perdere di vista l’Ucraina, anche di fronte alle molte sfide di sicurezza urgenti che abbiamo. Non c’è alcuna tregua nella guerra d’aggressione russa. La Russia continua a sferrare attacchi brutali giorno e notte. Le forze armate ucraine continuano a contenere i russi e il popolo ucraino continua a resistere. Oggi, e penso che questo sia stato molto importante, abbiamo tutti riaffermato il nostro impegno verso l’Ucraina. Equipaggiamento militare essenziale continua ad affluire in Ucraina dai Paesi alleati della NATO, anche attraverso l’iniziativa NATO PURL, che porta nel Paese potenti armi americane, pagate dagli alleati e dai partner. PURL continua a fluire”, ha aggiunto. Rutte ha spiegato che la PURL permette di concentrare le risorse sui requisiti più urgenti, con ordini congiunti e finanziamenti condivisi tra numerosi membri della NATO e partner. Secondo il Segretario Generale, la priorità resta garantire che l’Ucraina abbia ciò di cui ha bisogno per restare in campo, rafforzando le capacità a lungo termine delle sue forze armate. “Accolgo con favore l’ulteriore supporto annunciato durante l’incontro. Ad esempio, abbiamo sentito parlare di nuovi missili dalla Germania per i Patriot, 120.000 droni dal Regno Unito, altri droni dai Paesi Bassi e maggiori fondi e l’iniziativa ceca sulle munizioni. Mikhail Fedorov, i tuoi sforzi stanno rendendo le forze armate ucraine ancora più forti. Li accolgo con grande favore. State facendo un lavoro fantastico. La Russia sta faticando sul campo di battaglia. Vincere è ormai un sogno lontano per Putin. E abbiamo persino visto alcuni resoconti dei media secondo cui si sta rendendo conto che la sua economia è in cattive condizioni. E questo lo sapevamo già. Mentre le forze armate ucraine infliggono perdite enormi alla sua macchina da guerra, ogni giorno, e i numeri sono davvero impressionanti. Ne abbiamo sentito parlare anche oggi. Un’Ucraina forte oggi e un’Ucraina forte per il futuro è il modo in cui si può fermare l’aggressione russa. Quindi dobbiamo impegnarci a fondo e continuare a fornire il supporto cruciale di cui l’Ucraina ha bisogno. Perché la sicurezza dell’Ucraina è la nostra sicurezza. L’esperienza dell’Ucraina nel contrastare le minacce dei droni e dei missili sta contribuendo a salvare vite umane anche al di fuori dei suoi confini” ha aggiunto Rutte. Sebbene un numero limitato di Paesi stia ancora sopportando la parte più pesante degli oneri, Rutte ha sottolineato che la pressione si sta alleggerendo grazie alle nuove promesse e all’uso coordinato dei fondi collettivi. “Su questo obiettivo”, ha concluso, “c’è un ampio consenso da entrambe le sponde dell’Atlantico”.
La Cina ci salverà?
[Se ad un Dio si deve questo mondo, non ci terrei ad essere quel Dio: l'infelicità che vi regna mi strazierebbe il cuore. Schopenhauer] Donald Trump ha avvertito la Cina che imporrà dazi del 50% se invierà armi all'Iran. Si tratta del secondo avvertimento del tycoon in due giorni a Pechino.La Cina ha dichiarato che il blocco Usa dei porti iraniani è "pericoloso e irresponsabile", dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald ha minacciato di affondare qualsiasi imbarcazione che tenti di partire o attraccare in quelle zone. "Gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni militari e intrapreso un'azione di blocco mirata, che non farà altro che esacerbare le tensioni e minare il già fragile accordo di cessate il fuoco, mettendo ulteriormente a repentaglio la sicurezza del passaggio attraverso lo stretto", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun in una conferenza stampa. La Cina ha chiesto che la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz non subisca ostacoli, all'indomani della minaccia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di bloccare quella via navigabile di cruciale importanza. "Lo Stretto di Hormuz è un'importante rotta commerciale internazionale per le merci e l'energia, e garantire la sua sicurezza, stabilità e la libera circolazione è nell'interesse comune della comunità internazionale", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun. La Cina inoltre ha promesso di imporre "contromisure" dopo che Trump ha minacciato di applicare nuovi dazi sui beni cinesi in entrata negli Stati Uniti qualora Pechino dovesse fornire assistenza militare all'Iran durante la guerra in Medio Oriente. "Se gli Stati Uniti insistono nell'usare questo come pretesto per imporre dazi aggiuntivi alla Cina, la Cina adotterà sicuramente contromisure risolute", ha detto Guo Jiakun in conferenza stampa, aggiungendo che le notizie secondo cui la Cina starebbe fornendo armi all'Iran "sono completamente inventate" La Cina guarda sempre più all’Asia centrale per rafforzare la propria sicurezza energetica e compensare le interruzioni dei flussi marittimi provocate dalla guerra in Iran e dal blocco di Hormuz. Il vicepremier cinese Ding Xuexiang, secondo quanto riporta oggi il South China Morning Post, si prepara a recarsi in Turkmenistan per visitare giacimenti di gas e partecipare a un incontro bilaterale di cooperazione, che punta a rafforzare il legame energetico che già unisce Ashgabat a Pechino. Ding, il più alto in grado tra i vicepremier cinesi, inizierà domani una visita di tre giorni durante la quale parteciperà, come rappresentante speciale del presidente Xi Jinping, alla cerimonia di avvio della quarta fase del giacimento di gas di Galkynysh. Inoltre presiederà il settimo incontro del comitato di cooperazione bilaterale con il Turkmenistan, uno dei principali fornitori di gas della Cina attraverso il gasdotto che collega l’Asia centrale al mercato cinese. Il Turkmenistan ha firmato in marzo un accordo con la China National Petroleum Corporation (Cnpc), in base al quale il gruppo energetico cinese progetterà e costruirà impianti produttivi capaci di trattare fino a 10 miliardi di metri cubi annui di gas commerciabile. Aleksei Chigadaev, ricercatore associato del New Eurasian Strategies Centre, ritiene che la Cina stia rafforzando in modo sistematico la resilienza del proprio sistema energetico nazionale di fronte a un “ordine mondiale instabile”, accumulando riserve strategiche di cibo, carburante e materie prime e affiancando a questo una strategia di diversificazione delle importazioni. Secondo Chigadaev, il Turkmenistan rappresenta solo un elemento di una rete molto più ampia di progetti energetici cinesi nella regione. Tra gli esempi, figurano un investimento cinese da un miliardo di dollari per lo sviluppo di giacimenti di carbone in Uzbekistan e un progetto congiunto tra Cina e Kazakistan nel campo delle energie rinnovabili per un valore superiore ai due miliardi di dollari. I dati doganali ufficiali diffusi mostrano intanto che le importazioni cinesi di gas, comprese quelle via gasdotto e quelle di gas naturale liquefatto, sono scese nel primo trimestre del 2026 del 4% su base annua, a 28,1 milioni di tonnellate, di cui 8,2 milioni in marzo. Nello stesso periodo, le importazioni di greggio sono invece aumentate dell’8,9%, a 146,8 milioni di tonnellate, anche se in marzo si è registrata una rara flessione del 2,8%, a 50 milioni di tonnellate. Non è stato diffuso immediatamente un dettaglio per Paese, ma secondo gli analisti una parte consistente del calo sarebbe riconducibile ai Paesi del Golfo. Il quadro energetico si è ulteriormente aggravato dopo il fallimento, nel fine settimana, dei colloqui di pace tra Stati uniti e Iran. Ieri Washington ha avviato il blocco dei porti iraniani nello stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più cruciali al mondo per il commercio internazionale e per i flussi energetici. Secondo quanto riportato il mese scorso dalla tv cinese Cgtn, il Turkmenistan fornisce attualmente alla Cina circa 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno sulla base di un accordo generale firmato nell’aprile del 2006. Il Paese centro asiatico avrebbe inoltre indicato l’obiettivo di portare il volume annuo delle esportazioni a 65 miliardi di metri cubi.
Un premio per Milei
[Povera et nuda vai philosophia , dice la turba al vil guadagno intesa. Petrarca] Il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato che conferirà la "Medaglia d'onore presidenziale" al capo di Stato argentino Javier Milei in occasione della sua visita ufficiale la prossima settimana. Il riconoscimento premia, secondo Herzog, il "sostegno instancabile" di Milei a Israele e la vicinanza alle famiglie delle vittime degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. La visita coinciderà con le celebrazioni per i 78 anni dell'indipendenza israeliana e, riferiscono i principali media argentini, Milei è atteso alla Casa presidenziale Beit HaNassi il 21 aprile prossimo per l'accensione della torcia inaugurale e per l'apertura della nuova ambasciata argentina a Gerusalemme. Herzog ha sottolineato come le scelte del presidente del Paese sudamericano, tra cui il trasferimento della sede diplomatica, abbiano rafforzato il ruolo di Buenos Aires come alleato chiave. La Medaglia è assegnata a personalità che si distinguono per contributi eccezionali allo Stato di Israele o all'umanità. Lo staff del Fondo monetario internazionale (Fmi) e le autorità argentine hanno raggiunto un accordo sulla seconda revisione del programma di riforme economiche dell'Argentina sostenuto da un credito Extended fund facility (Eff) da 20 miliardi. Lo riferisce una nota dell'organizzazione guidata da Kristalina Georgieva in cui si precisa che "previa approvazione del Consiglio di amministrazione del Fondo, l'Argentina avrà accesso a un ulteriore esborso di circa 1 miliardo di dollari". Nel documento si sottolineano gli "impressionanti progressi in termini di stabilizzazione e la costante riduzione dei livelli di povertà registrati dalla fine del 2023" e che "negli ultimi mesi, lo slancio delle riforme si è notevolmente rafforzato". Il Fondo monetario evidenzia inoltre che "l'Argentina continua a risentire positivamente delle ripercussioni della guerra in Medio Oriente, grazie al costante miglioramento dei suoi fondamentali e al suo status di esportatore netto di energia" e che "le autorità del governo Milei si sono impegnate a continuare a rafforzare la capacità dell'Argentina di gestire gli shock" grazie a un programma di rafforzamento delle riserve della Banca Centrale. Ad aprile del 2025 il Fmi aveva concesso a Buenos Aires un prestito di 20 miliardi di dollari sulla base di un programma di 48 mesi che prevedeva un primo esborso immediato di 12 miliardi.
mercoledì 15 aprile 2026
Massimario boccia Meloni
[Chi vive a disagio nel mondo trova qualcosa di confortante nella solitudine. Anna Voltaggio] In una corposa relazione sul trattenimento dei cittadini stranieri, con focus sul protocollo Italia-Albania, la Cassazione evidenzia numerose criticità dell'accordo spiegando anche che "la dottrina ha espresso numerosi dubbi di compatibilità con la Costituzione e con il Diritto internazionale, soffermandosi poi specificamente sul rapporto tra il Protocollo e il diritto dell'Unione". Nella relazione redatta dall'ufficio del massimario e del ruolo - di cui scrive oggi il Manifesto - la Suprema Corte analizza il protocollo evidenziandone le criticità non solo con la Costituzione, ma anche con il diritto internazionale è quello dell’Ue. La giunta dell'Associazione Nazionale Magistrati, Sezione Cassazione, "lette le dichiarazioni del Ministro della Giustizia e di vari esponenti politici, come riportate dalla stampa, circa la relazione dell'Ufficio del Massimario della Corte di cassazione" relativa al decreto sicurezza, "ricorda che uno dei compiti specifici dell'Ufficio del Massimario è proprio quello di redigere le relazioni sulle novità normative, evidenziandone anche le eventuali criticità dal punto di vista della tenuta costituzionale e ribadisce l'importanza del rispetto nel democratico confronto fra le Istituzioni dello Stato". L’ultimo rapporto sul diritto d’asilo di Migrantes stronca i centri in Albania, definiti “ai margini della democrazia”. Il progetto voluto dal governo Meloni e finora mai partito realmente dopo le pronunce dei giudici - italiani ed europei - potrebbe essere resuscitato dopo il primo via libera al nuovo regolamento sui migranti(anche se rimangono alcuni nodi che andranno chiariti). Nell’attesa che i centri al di là dell’Adriatico ripartano, è tutto il processo di esternalizzazione delle frontiere ad essere criticato da Migrantes. Nel dossier si evidenzia come “il progetto rappresenti un laboratorio per l'estensione extraterritoriale del controllo e una messa in scena del potere sovrano sui corpi migranti. L'opacità sistemica, alimentata dall'esclusione di società civile e media, diventa essa stessa strumento di governo, mentre l'inefficacia in termini di rimpatri si trasforma in efficacia politica e disciplinare”. Il modello Albania, non va visto “come un 'mostro' isolato”, scrive Migrantes nel rapporto facendo riferimento al buon credito che ha avuto in Europa, ma “va collocato nel continuum delle politiche europee di esternalizzazione, come un banco di prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione”. Ma mentre non si fermano le critiche umanitarie ed economiche sui centri in Albania - nel frattempo, una settimana fa, ActionAid ha presentato un esposto alla Corte dei conti - il governo spera che con le nuove norme europee possano tornare (anzi, iniziare) a funzionare. "I centri d’Albania - ha detto (8 dicembre) il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi da Bruxelles - si ricandidano con forza ad essere attivi su tutte le funzioni per i quali sono stati concepiti, quindi i luoghi di trattenimento per l'esercizio delle procedure accelerate di frontiera, ma soprattutto a candidarsi ad essere il primo esempio di quei return hubs che sono citati proprio da uno di questi regolamenti approvati". Sono quattro i provvedimenti votati dal Consiglio dei ministri degli Affari interni. Innanzitutto, stila per la prima volta una lista di Paesi sicuri, uno dei punti su cui si era incagliato il progetto del governo Meloni. Di conseguenza - ed è questo l’elemento su cui erano stati pensati i centri in Albania - i migranti provenienti da questi Stati (ci sono anche Bangladesh, Egitto e Tunisia) potranno essere sottoposti a procedure accelerate di frontiera. L’accordo raggiunto, poi, apre anche la porta alla realizzazione dei cosiddetti “return hub” al di fuori dei confini europei, come per esempio in Albania.
Alla cgil non interessa il Sudan
[Gli Stati Uniti sono diventati la discarica dei problemi di tutti gli altri paesi. Donald Trump] In Sudan, da quando è scoppiato il conflitto nel 2023, almeno tre bambini al minuto sono nati in mezzo alla guerra, alla violenza diffusa, ai ripetuti attacchi alle infrastrutture civili e al collasso dei servizi sanitari essenziali, che mettono a rischio la vita di milioni di madri e neonati. Oggi 17 milioni di bambini – circa due terzi della popolazione infantile del Paese – hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. Lo afferma Save the Children, a tre anni esatti dall'inizio della guerra nel Paese africano. Un'analisi dei nuovi dati del ministero della Salute sudanese - spiega l'organizzazione - mostra che tra aprile 2023 e aprile 2026 sono nati circa 5,6 milioni di bambini, pari a una media di oltre 5.000 nascite al giorno, ovvero almeno 3 al minuto. Molti di questi bambini sono nati da madri sfollate in rifugi sovraffollati o strutture con risorse insufficienti, spesso prive di elettricità, attrezzature di base e personale medico qualificato. Dall'inizio del 2026, l'OHCHR ha registrato un forte aumento degli attacchi con droni contro le infrastrutture civili, con oltre 500 civili uccisi tra gennaio e metà marzo. Quest’escalation delle ostilità ha ulteriormente messo a dura prova un sistema sanitario già indebolito. Il tasso di mortalità materna in Sudan è aumentato di oltre l'11%, passando da 263 decessi materni ogni 100.000 nati vivi nel 2022 – già uno dei più alti al mondo – a 295 ogni 100.000 nel 2025, sempre secondo i dati del Ministero della Salute. Inoltre, il tasso di mortalità infantile è stato stimato dalle Nazioni Unite al 42,9% nel 2024. Questi aumenti sono collegati all'interruzione dell'accesso all'assistenza ostetrica d'emergenza, alla carenza di personale qualificato per l'assistenza al parto e al diffuso collasso dei servizi sanitari a causa del conflitto. A seguito dello scoppio del conflitto, si stima che il 70-80% delle strutture sanitarie nelle aree coinvolte non siano più operative, mentre quelle ancora funzionanti si trovano ad affrontare gravi carenze di forniture essenziali, medicinali, personale e carburante per i generatori. Secondo l'Oms, tra l'aprile 2023 e il dicembre 2025 sono stati verificati oltre 200 attacchi contro strutture sanitarie, che hanno causato quasi 2.000 morti e centinaia di feriti, con la maggior parte delle vittime registrate nel 2025. Proprio il mese scorso, un attacco con droni contro l'ospedale universitario Ed Dain nel Darfur orientale, ha ucciso almeno 64 persone, tra cui 13 bambini, e ne ha ferite quasi 90. L'attacco ha reso l'intero ospedale inutilizzabile, ha distrutto il pronto soccorso, il reparto di pediatria, il servizio di chirurgia e un centro di stabilizzazione che cura i bambini affetti da malnutrizione acuta. La chiusura del confine tra Ciad e Sudan alla fine di marzo di quest'anno, una via cruciale per l'approvvigionamento di medicinali e generi alimentari nella regione del Darfur, rischia di aggravare ulteriormente la carenza di farmaci essenziali, prodotti alimentari e attrezzature mediche. Anche se gli abitanti di questa area geografica non sono palestinesi e nessuna città si chiama Gaza, ma cosa più importante l’Idf israeliana non è coinvolta nel conflitto, allora è solo per questo motivo la cgil, insieme ai propal, non proclamano scioperi generali. "Ogni singolo minuto di questo conflitto, sono nati tre bambini in condizioni che nessun neonato dovrebbe mai affrontare, in rifugi sovraffollati, in strutture sanitarie inadeguate o danneggiate, oppure mentre le loro famiglie sono costrette a fuggire" dichiara Mohamed Abdiladif, direttore di Save the Children in Sudan. Abdiladif sarà tra i relatori della conferenza internazionale dei donatori sul Sudan che si terrà oggi a Berlino. "I bambini - spiega - hanno il diritto di ricevere cure e protezione, anche in situazioni di guerra. Gli attacchi contro ospedali e altre aree civili, tutelate dal diritto internazionale umanitario, compromettono gravemente e in modo permanente l'accesso di madri e neonati alle cure essenziali. Tutte le parti coinvolte nel conflitto devono garantire la protezione dei civili e consentire l'accesso alle famiglie che necessitano urgentemente di assistenza. L'accesso umanitario deve essere permesso e agevolato per prevenire ulteriori perdite di vite umane". Save the Children chiede dunque un'azione internazionale immediata per porre fine alla violenza proteggere l'assistenza sanitaria e i civili e garantire un accesso umanitario senza ostacoli, poiché il conflitto continua a devastare le vite dei bambini e a mettere a rischio un'intera generazione.