[Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a se stesso, deve essere o una bestia o un dio. Aristotele, "Politica"] La giustizia della Colombia ha ordinato il sequestro di circa 412 mila dollari riconducibili ad Alex Saab, imprenditore colombiano considerato per anni il prestanome del presidente venezuelano Nicolas Maduro e figura chiave dell'apparato economico del chavismo. Il provvedimento riguarda conti bancari e attività finanziarie legate alle società tessili Jacadi de Colombia e Shatex, coinvolte in un procedimento per presunto riciclaggio di denaro e arricchimento illecito. La decisione del tribunale di Barranquilla dispone il blocco di circa 1,48 miliardi di pesos colombiani depositati presso diversi istituti finanziari. Le autorità intendono impedire qualsiasi movimentazione di fondi riconducibili alle società coinvolte e hanno ordinato il trasferimento delle somme sequestrate su un conto giudiziario. Il caso riporta sotto i riflettori Saab, da anni al centro di indagini internazionali. Arrestato nel 2020 a Capo Verde, fu estradato negli Stati Uniti nel 2021 con accuse di riciclaggio e corruzione. Nel dicembre 2023 tornò a Caracas grazie a uno scambio di prigionieri tra Washington e il governo di Maduro. Accolto dalle autorità, venne nominato presidente del Centro internazionale per gli investimenti produttivi. La sua permanenza è durata meno di tre anni. Il 16 maggio scorso il governo venezuelano ne ha disposto l'espulsione verso gli Usa, dove è coinvolto in diversi procedimenti giudiziari. La sua eventuale collaborazione con la magistratura Usa potrebbe avere un peso rilevante nelle indagini sul sistema finanziario del chavismo e sui procedimenti aperti contro Maduro, detenuto negli Usa dopo l'arresto da parte delle forze armate statunitensi il 3 gennaio di quest'anno. Supererebbero i 3,9 miliardi di dollari i beni acquisiti negli anni con denaro pubblico da reti di corruzione legate al 'chavismo' al potere in Venezuela: lo sostiene in un suo rapporto la sezione venezuelana di Transparency International, secondo cui "questa cifra è probabilmente sottostimata". Polemiche in Venezuela dopo le dichiarazioni del deputato chavista Jorge Arreaza, ex vicepresidente, già ministro degli Esteri ed ex genero di Hugo Chávez, che ha ironizzato sulla chiusura di El Helicoide, il famigerato centro di detenzione di Caracas indicato dall'Onu, da organismi internazionali e da organizzazioni per i diritti umani come luogo di torture e gravi violazioni dei diritti fondamentali. In un messaggio sui social, Arreaza ha sostenuto che, dopo anni di campagne contro la struttura, sede anche del Servizio bolivariano di intelligence nazionale (Sebin), la decisione di chiuderla e trasferire i detenuti in altri istituti abbia comunque suscitato proteste. Le sue parole hanno provocato una dura reazione di attivisti e familiari dei prigionieri politici. Tra questi l'attivista Sairam Rivas, ex detenuta di El Helicoide, e la direttrice dell'Istituto Casla, Tamara Suju, che hanno ricordato le denunce di torture, sparizioni forzate e morti in custodia attribuite al Sebin, sottolineando come El Helicoide sia divenuto negli anni uno dei principali simboli della repressione politica in Venezuela. Un nuovo detenuto è morto sotto custodia dello Stato in Venezuela, portando a 20 il numero dei decessi registrati nelle carceri e nei centri di detenzione del Paese dal 1 aprile di quest'anno. A denunciarlo è l'Osservatorio venezuelano delle prigioni (Ovp), che ha segnalato la morte di Víctor Alfonso Rivero nel Centro di Formazione 'Hombre Nuevo' di Carúpano, nello stato di Sucre. Secondo l'organizzazione, il nuovo decesso conferma il progressivo deterioramento delle condizioni del sistema penitenziario e l'assenza di risposte efficaci da parte delle autorità. L'Ovp sostiene che molti dei decessi registrati siano legati alla carenza di assistenza medica, ai ritardi nei trasferimenti ospedalieri e a condizioni di detenzione incompatibili con gli standard internazionali in materia di diritti umani. L'ong ha chiesto indagini su ogni morte avvenuta sotto custodia statale e l'adozione di misure urgenti per garantire il diritto alla salute e all'integrità fisica dei detenuti. Secondo il più recente rapporto dell'Ovp, nel 2025 nelle carceri venezuelane sono morti 181 reclusi, il 95% dei quali per mancanza di cure mediche adeguate. Il governo cileno del presidente ultraconservatore di José Antonio Kast preme per ristabilire le relazioni consolari con il Venezuela considerando che si tratta di una condizione indispensabile per poter avviare il processo di espulsione e rimpatrio di migranti irregolari. Lo ha rivelato oggi il ministro degli Esteri, Francisco Pérez Mackenna, sottolineando che in questo momento si tratta di "una priorità" dell'esecutivo. "Ci stiamo impegnando a ripristinare le relazioni consolari, l'obiettivo è che ciò avvenga il prima possibile ma dipende anche dalla volontà del Venezuela", ha dichiarato Pérez Mackenna in un punto stampa. Il ministro ha rivelato quindi che i primi contatti diplomatici sono stati avviati a marzo nel corso dell'ultima riunione dei ministri degli Esteri della Comunità degli Stati Latinoamericani (Celac) nel corso della quale ha tenuto un incontro con il suo omologo di Caracas Yván Eduardo Gil. Successivamente, ha precisato il ministro cileno, è stata inviata anche una nota diplomatica formale per accelerare l'iter amministrativo ma che adesso "dipende tutto dalla volontà di Caracas". Il ripristino delle relazioni consolari è indispensabile per poter procedere all'espulsione dei migranti venezuelani irregolari, uno dei principali punti del programma elettorale di Kast. Le relazioni diplomatiche tra i due Paesi si sono interrotte nel 2024 a seguito della decisione dell'ex presidente progressista Gabriel Boric di non riconoscere la vittoria di Nicolas Maduro nelle elezioni presidenziali di luglio segnate da gravi sospetti di irregolarità. Secondo dati ufficiali sono oltre 700.000 i migranti venezuelani che vivono in Cile e sarebbero oltre 35.000 i rimpatri di irregolari già programmati dal governo Kast.
martedì 9 giugno 2026
A caccia del chavismo
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