mercoledì 29 aprile 2026

Una farsa chiamata Italia

[La ricompensa per una cosa ben fatta è averla fatta. Emerson] La polemica attorno all'adozione di Nicole Minetti e l'eco che rimbalza dall'Italia divide gli uruguaiani, scossi tra un moto di indignazione e una buona dose di scetticismo. "Non è possibile che qui da noi ricchi e famosi facciano quello che vogliono, infrangendo ogni regola", protesta un ragazzo che lavora al bar dell'aeroporto di Montevideo, commentando un servizio appena apparso in tv sulla vicenda. Ma subito gli replica irritata una persona anziana, di origini italiane: “è  una brutta storia e bisogna assolutamente fare chiarezza. Ma sinora ho letto solo accuse e sospetti. Aspetto le prove, non siamo una Repubblica delle Banane, siamo un Paese serio", aggiunge con un moto di orgoglio. Ed è proprio questo il punto più dolente: l'Uruguay è un Paese piccolo, il suo territorio è poco più della metà dell'Italia, abitato da circa 3 milioni di persone, ma molto orgoglioso della propria storia. E del proprio stato di diritto. Per cui non piace l'idea che all'estero si sospetti che qui basti essere ricco e famoso per adottare un bambino. Detto questo le tv continuano a raccontare la vicenda soffermandosi soprattutto sull'identità della coppia al centro della storia, lei, bella, famosa, fedelissima di Berlusconi, già condannata. Lui ricchissimo e famoso e soprattutto protagonista della vita mondana e grade investitore immobiliare a Punta del Este, l'arcinota località turistica frequentata dal jet set internazionale. Ed è proprio qui, in quella che mondialmente viene definita la Miami dell'America Latina, che si trova l'epicentro della parte uruguaiana della storia, a metà strada tra scandalo politico e inquietante intrigo internazionale. Ad appena 4 chilometri da hotel e yacht di lusso, verso l'interno c'è Maldonado, un centro di centomila abitanti. Ed è qui che è stata vista l'ultima volta la presunta madre del piccolo. Sempre qui lavorava la legale dei genitori biologici con il marito, trovati carbonizzati nella loro casa di vacanze, in circostanze considerate dai loro amici e colleghi molto sospette. Un amico della coppia, anche lui avvocato, raggiunto telefonicamente, non vuole far sapere il suo nome, ma ci dice chiaramente che non crede minimamente alla versione dell'incidente casuale: "Il giudice ha parlato di normale incendio, ma da subito abbiamo tutti avuto grandi dubbi. Troppi i dettagli che non quadravano. Poi le indagini sono andate avanti in modo lentissimo, lungaggini assolutamente sospette. Noi da anni vogliamo la verità, temiamo che qualcosa ci sia sotto. E speriamo che questo scandalo tutto italiano possa aiutare a capire che è successo". Il caso che ruota attorno al nome di Giuseppe Cipriani Jr., erede della storica famiglia dell’Harry’s Bar, e compagno della ex consigliera regionale Nicole Minetti, che ebbe un ruolo nel caso Ruby, continua ad alimentare polemiche e interrogativi, soprattutto per il collegamento – tutto da verificare sul piano giudiziario – con i cosiddetti “Epstein files”. Diversi media hanno  rilanciato la vicenda, sottolineando i rapporti che Jeffrey Epstein avrebbe intrattenuto con l’imprenditore italiano, senza però che emergano, allo stato, prove definitive di responsabilità penali personali. Anche la Repubblica ha raccontato come il nome di Cipriani sia oggi strettamente legato a questo caso politico-mediatico che coinvolge indirettamente anche Nicole Minetti. Ed è proprio qui che nasce la sensazione di sproporzione. Quando le accuse sono tanto gravi quanto ancora non dimostrate, la prudenza istituzionale dovrebbe prevalere sul clamore. Il coinvolgimento del Capo dello Stato in una vicenda che, almeno per quanto noto pubblicamente, riguarda una pena contenuta e una situazione giudiziaria ancora tutta da chiarire, appare forse eccessivo. Nessuno mette in discussione il rispetto della legge o il principio che ogni decisione debba seguire i canali previsti. Ma trasformare un caso delicato, pieno di ombre e ricostruzioni giornalistiche, in una questione che arriva fino al Presidente della Repubblica rischia di spostare l’attenzione dal merito alla spettacolarizzazione. In uno Stato serio, le accuse si provano nei tribunali e non nei retroscena. E quando la sanzione da scontare non è di particolare entità, forse si poteva evitare di trascinare fino al Quirinale una vicenda già abbastanza confusa e mediaticamente esplosiva. Perché il garantismo vale sempre, soprattutto quando il rumore mediatico supera di gran lunga le certezze processuali. Però Mattarella poteva essere più prudente visto che in quella domanda di grazia compariva la stessa persona che aveva presentato la minorenne Ruby a Silvio. 

   


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