[Gli uomini non si capiscono a vicenda. Ci sono meno pazzi di quanto si creda. François de La Rochefoucauld] La Tunisia, tra i principali Paesi produttori ed esportatori di olio d'oliva nel Mediterraneo, registra un consumo interno ancora contenuto: in media circa tre litri pro capite all'anno, secondo quanto riferito dal ministero dell'Agricoltura in risposta a un'interrogazione parlamentare. Il dato, evidenzia un divario strutturale tra la forza della filiera olivicola tunisina e le abitudini di consumo sul mercato domestico. Il ministero indica che la domanda locale rappresenta solo il 15-20% della produzione nazionale media, mentre le vendite di olio confezionato dall'Office National de l'Huile (ONH) sul mercato interno hanno raggiunto 7,5 milioni di litri nella campagna 2023-2024, tramite un'iniziativa che ha permesso di rilanciare le abitudini di consumazione di olio presso i tunisini. Secondo una ricostruzione pubblicata dal sito informativo Business News, la consumazione locale oscilla tra 30.000 e 50.000 tonnellate l'anno, in funzione dell'andamento delle campagne olivicole e dei prezzi, con volumi più elevati nelle stagioni di maggiore produzione. Il ministero collega la debolezza della domanda interna anche alla concorrenza delle oliere vegetali, in particolare quelle sovvenzionate: la consumazione di olio vegetale agevolato si attesterebbe attorno alle 40.000 tonnellate annue, con un costo di compensazione stimato in circa 120 milioni di dinari (36 mln di euro), mentre il prezzo amministrato citato è di 900 millesimi al litro (27 centesimi euro). Il quadro appare ancora più marcato se confrontato con le prospettive della produzione nazionale, che secondo analisi internazionali potrebbe raggiungere livelli record nella stagione 2025-2026, spingendo la Tunisia verso le prime posizioni globali. Il Financial Times riferisce di un raccolto nell'ordine di 380.000-400.000 tonnellate, con scenari che arrivano fino a 500.000 tonnellate, in un contesto mediterraneo influenzato dalla variabilità climatica. Sul fronte export, una parte rilevante dell'olio tunisino continua inoltre a essere venduta in grandi volumi e successivamente commercializzata con marchi esteri. Statistiche consolidate stimano che circa il 90% delle esportazioni tunisine avviene sfuso, con ricadute sul valore aggiunto catturato lungo la filiera. Il ministero tunisino punta ora a rafforzare la domanda interna attraverso programmi di promozione e misure di accessibilità dei prezzi, coinvolgendo anche ristoranti e strutture alberghiere nella valorizzazione dell'olio confezionato, oltre a un richiamo alla revisione delle marginalità nella grande distribuzione. L'obiettivo dichiarato è ridurre il divario tra capacità produttiva e consumo nazionale, trasformando un prodotto simbolo dell'agricoltura tunisina in un elemento più stabile della dieta quotidiana. La Tunisia si appresta a diventare il secondo produttore mondiale di olio d'oliva, dietro la Spagna, grazie a una stagione 2025-26 annunciata come una delle più forti degli ultimi anni. Lo scrive il Financial Times, secondo cui il Paese nordafricano è "pronto" a superare l'Italia, con stime di raccolto comprese tra 380 mila e 400 mila tonnellate, e con proiezioni di settore che arrivano fino a 500 mila tonnellate. Il salto in classifica viene spiegato dal quotidiano britannico come l'effetto combinato di fattori congiunturali e strutturali: piogge favorevoli e prezzi internazionali elevati che hanno incentivato la produzione, in un contesto in cui i principali concorrenti mediterranei hanno pagato siccità e stress climatici nelle ultime campagne. Il Financial Times ricorda inoltre come i prezzi dell'olio abbiano toccato un picco intorno ai 10 mila dollari per tonnellata, rafforzando l'interesse per l'offerta tunisina in una fase di offerta più incerta nel Sud Europa. Sul piano strutturale, la Tunisia parte da un vantaggio di base: un comparto olivicolo molto esteso e capillare. Dati tecnici tunisini indicano una superficie olivicola stimata attorno ai 2 milioni di ettari, con circa 107 milioni di alberi, una massa critica che consente al Paese di beneficiare rapidamente delle annate "cariche" del ciclo alternante dell'olivo. Resta però aperta la questione del valore aggiunto. La quasi totalità dell'olio tunisino continua a uscire dai porti in forma sfusa e a essere miscelata o re-etichettata sui mercati di destinazione, soprattutto in Europa. Un'inchiesta ha stimato che circa il 90% dell'output medio annuo venga esportato non imbottigliato, con vincoli legati a credito, impianti di confezionamento, stoccaggio e concentrazione del mercato in mano a pochi grandi operatori. Nel quadro internazionale, anche la Fao segnala che, dopo il picco dei prezzi di inizio 2024 e la successiva normalizzazione con il recupero dell'offerta, il mercato dell'olio d'oliva resta esposto a volatilità e rischi climatici, mentre per il 2025-26 prevede produzione globale sostanzialmente stabile e commercio in crescita. La 'promozione' tunisina al secondo posto mondiale, se confermata dai dati finali della campagna, rappresenterebbe un risultato rilevante per un Paese che punta sulle esportazioni agroalimentari come fonte di valuta, ma la sostenibilità di questo vantaggio, secondo gli osservatori, dipenderà dalla capacità di trasformare il record produttivo in maggiore redditività lungo la filiera, con più imbottigliamento, branding e investimenti in logistica e resilienza climatica.
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