[Noi siamo qui per far sì che figli e nipoti possano un domani respirare e immaginare -senza dover fare l’elogio funebre così tante specie. Sequoia Nagamatsu] Nel 2013 Barak viene consultato, tramite il fidato collaboratore Avner Azulay, ex alto ufficiale del Mossad (capo centro in Europa), dagli emissari di Schmidheiny (chiamato sempre in codice “STS”), per studiare una strategia in vista di un precedente ricorso in Cassazione, dopo la condanna a 18 anni nel primo processo Eternit. Barak accetta di partecipare: nei messaggi si pianifica un suo “big meeting” con il team di Schmidheiny a Zurigo nell’ottobre 2013, per impostare un’azione di lobbying discreta a Roma prima della sentenza. In queste mail gli interlocutori riferiscono che la strategia di Barak è “eccellente”, anche se andava avviata anni prima, a conferma del contributo fattivo dell’ex premier israeliano alla causa del patron della Eternit. Durante le discussioni si cita anche il contatto con “un ex ambasciatore” per agire nei “circoli della società” a Roma, nonchè l’eventualità di una campagna internazionale dopo la sentenza. Addirittura, si ragiona della preparazione di un’eventuale latitanza di Schmidheiny, ipotizzando un sistema già collaudato con un grande evasore fiscale americano. Poi Barak segue anche l’epilogo: nel novembre 2014 la Corte di cassazione a Roma annulla la condanna a 18 anni di “STS”, chiudendo il primo processo Eternit. Quella notte Heinz Pauli, consigliere di Schmidheiny, invia ad Azulay (quindi a Barak) un lungo messaggio in cui esprime sollievo per l’assoluzione, dicendosi “molto grato per l’aiuto che avete offerto e gli sforzi fatti a sostegno della causa di STS”. Azulay gira il messaggio a Barak, che risponde due giorni dopo, ringraziando a sua volta e augurando “tutto il meglio” a Schmidheiny e al suo team. Ma Report ricostruisce che, già qualche anno prima, Barak e Azulay erano riusciti ad aiutare un altro miliardario a sfuggire alla giustizia. Si trattava di Mark Rich, spregiudicato imprenditore americano legato a Israele e facilitatore di operazioni dell’intelligence israeliana. Negli Stati Uniti, Rich era stato raggiunto da 65 capi d’accusa e rischiava una pena a 300 anni di carcere in quello che era stato definito il più grande caso di evasione fiscale della storia americana. Barak aveva mobilitato la lobby israeliana per fare pressioni sul governo statunitense e, alla fine, l’allora presidente Clinton aveva concesso la grazia a Rich, considerato uno dei sei latitanti più ricercati d’America. Lo stesso Clinton ha poi ammesso che dietro il perdono presidenziale a Rich c’era stata proprio la mano di Barak. Clinton e Barak sono, insieme a Trump, gli unici due capi di governo a comparire nelle foto e nei documenti compromettenti accanto a Jeffrey Epstein. Ma il legame tra Epstein e Israele non si ferma qui. È impossibile ignorare il ruolo di Ghislaine Maxwell, la sua sodale e reclutratrice, figlia di Robert Maxwell, magnate dei media britannici e agente del Mossad, che molti considerano un asset centrale per i servizi israeliani negli anni della Guerra Fredda. Robert Maxwell, morto in circostanze opache e sepolto con onori sul Monte degli Ulivi nella Gerusalemme occupata – un privilegio riservato a personaggi di altissimo rilievo nella narrativa sionista – fu salutato con funerali di Stato a cui parteciparono il presidente Chaim Herzog, il primo ministro Yitzhak Shamir, il capo dello Shin Bet Ya’akov Peri e altre figure di spicco dell’intelligence e della politica israeliana: un segnale preciso del suo ruolo nei servizi. Alla luce di questo, il coinvolgimento diretto di Ghislaine con Epstein non è affatto una coincidenza. Lei e Jeffrey operavano come un’unità solida che non si limitava a soddisfare i desideri predatori dei potenti, ma che costruiva archivi compromettenti – video, registrazioni, dossier – potenzialmente utilizzabili come leva di potere o ricatto. È legittimo domandarsi se questi archivi, i famigerati “Epstein Files”, contengano nomi di personaggi legati a Israele, al Mossad o alla diaspora sionista d’élite che ha finanziato operazioni più o meno opache nel mondo. La Wexner Foundation, finanziata dall’amico e cliente di Epstein, Leslie Wexner, è un altro anello chiave. La fondazione ha riversato milioni in programmi di formazione delle élite israeliane. Nel 2004, secondo il giornalista israeliano Erel Segal, proprio questa fondazione avrebbe trasferito ben 2,3 milioni di dollari a Ehud Barak per una “ricerca” mai meglio definita. Barak si è rifiutato di fornire dettagli, dichiarando solo che si trattava di un’attività privata e regolare. Ma cosa giustifica una simile somma? E perché l’ex premier israeliano aveva bisogno del denaro di un molestatore pedofilo statunitense per finanziare una sua iniziativa imprenditoriale? Tutto questo si svolge in un contesto in cui Netanyahu e Barak si scambiavano accuse reciproche di corruzione e collusioni con criminali. Al di là della loro faida, resta il fatto che Epstein rappresentava un asset trasversale. Un uomo che aveva accesso a Bill Clinton, Donald Trump e altri membri dell’élite israeliana, in un arco che non si spiega solo con il fascino della ricchezza. È dunque plausibile che Epstein, con Ghislaine al suo fianco, abbia operato anche in funzione di raccolta d’intelligence, costruendo una banca dati fatta di compromessi, pedofilia e segreti. Una banca dati che, nelle mani sbagliate, è una bomba geopolitica. Le connessioni tra Epstein, Barak, Maxwell e il Mossad sono fatti, documentati da investimenti, legami familiari, sepolture d’onore e silenzi imbarazzati. Ciò che resta ancora sigillato negli Epstein Files e potrebbe contenere la chiave per decifrare uno dei più grandi sistemi di controllo del potere dell’era moderna, con nomi che molti non vogliono assolutamente vedere rivelati. Il Palazzo reale belga smentisce qualsiasi collegamento tra la monarchia e Jeffrey Epstein, chiarendo che nessun "saluto" della regina del Belgio è mai stato trasmesso a Epstein. La precisazione arriva dopo la diffusione di notizie su una e-mail risalente al 27 gennaio 2011, ritrovata nel dossier Epstein e firmata Lawrence Kraus, nel quale si sosteneva che "la regina del Belgio avrebbe mandato i suoi saluti" al miliardario americano dal forum economico di Davos. Una versione che il Palazzo definisce infondata. Nel gennaio 2011, spiega la Casa reale, la regina Paola non partecipò al forum e non poteva quindi aver inviato saluti a nessuno. Il chiarimento riguarda anche Mathilde del Belgio, allora principessa, presente a Davos insieme al principe Philippe del Belgio, oggi re. Il Palazzo precisa che Mathilde non ha mai incontrato né avuto contatti con Jeffrey Epstein, né gli ha mai fatto arrivare messaggi tramite terzi, aggiungendo che non ha alcun ricordo di Lawrence Kraus. C’è un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore. Nessuna accusa nei suoi riguardi ma il suo nome compare nella cosiddetta “associate list” e dimostra come il jet set europeo fosse parte integrante del network globale del finanziere. Secondo Naomi Campbell – mai indagata, ma tra le celebrità più presenti nei documenti declassificati – fu proprio Flavio Briatore, all’epoca suo compagno, a presentarla a Jeffrey Epstein durante la festa per il suo trentunesimo compleanno, nel 2001, su uno yacht a Saint Tropez. Il party di Campbell in Costa Azzurra è un nodo centrale della vicenda. Virginia Giuffre ha dichiarato di aver partecipato come accompagnatrice di Epstein, selezionata da Ghislaine Maxwell prima di essere portata a Londra, il giorno successivo, e costretta a un rapporto sessuale con il Principe Andrew. Giuffre descrive Campbell come una delle migliori amiche di Maxwell: la modella ha però sempre negato ogni coinvolgimento. Campbell è una storica amica di Sean “Diddy” Combs, le cui feste sembrano lo spin off del caso Epstein: celebrities, traffico sessuale, dossieraggio. Nello scandalo che lo riguardava, è finito anche Sir Lucian Grainge, CEO di Universal Music Group, citato in giudizio con l’accusa di essere il finanziatore dei “break-off parties.” Le accuse contro l’uomo più potente dell’industria musicale – sostenitore di organizzazioni come FIdf e con un ruolo di primo piano nella lobby culturale pro-Israele a Hollywood – sono state poi ritirate. Nel processo mediatico, ma mai citato in giudizio, appare spesso il nome di Clive Davis, mentore di Combs, considerato il suo burattinaio. Parte della comunità afroamericana critica con l’industria si riferisce a lui come “l’uomo bianco ebreo” che ha dato potere a Combs per controllare dall’interno l’hip hop e neutralizzarne il potenziale rivoluzionario: notoriamente, Clive Davis è aperto sostenitore di Israele. L’onda lunga dello scandalo Epstein potrebbe finire per travolgere anche il premier britannico Keir Starmer, malgrado non sia coinvolto personalmente nella vicenda: a trascinarlo nella caduta rischia di essere la nomina ad ambasciatore negli Stati Uniti di Peter Mandelson, ex eminenza grigia del Labour di Tony Blair. Al contrario di Starmer infatti Mandelson appare coinvolto in pieno nello scandalo, comprese foto compromettenti, e il Primo ministro ha ammesso in Parlamento di essere stato a conoscenza del fatto che fra l’ex ambasciatore ed Epstein vi fossero stati dei rapporti. Una dichiarazione che ha scatenato non solo le critiche dei Conservatori, ma soprattutto la fronda interna del Labour a partire dal leader del partito in Scozia, Anas Sarwar, che – tenendo a mente le elezioni locali in programma fra qualche mese – ha chiesto formalmente le dimissioni di Starmer. Quello scozzese non è un fattore politico che possa venire ignorato facilmente: nelle ultime tornate elettorali sono stati i voti che il Labour è riuscito a sottrarre allo Scottish National Party a fare la differenza e a permetterne il ritorno a Downing Street. Di contro, la macchina dei fedelissimi di Starmer si è messa in moto per cercare di limitare i danni: due dei principali collaboratori del premier, Tim Allan e Morgan McSweeney, si sono addossati la responsabilità della nomina di Mandelson e hanno presentato le proprie dimissioni, mentre i Ministri del governo hanno ribadito la loro fiducia nel Primo ministro. La sorte di Starmer – la cui gestione non è fin qui apparsa troppo brillante, a dispetto del forte mandato elettorale dopo gli ultimi disastrosi esecutivi a guida Tory – appare tuttavia incerta: non mancano i possibili successori (anche se Sarwar non ha indicato alcun nome) ma la lezione del recente passato è che un partito troppo disunito verrà punito alle urne, il che con lo spettro dell’ultra destra nazionalista di Nigel Farage alle porte rischia di trasformarsi in una pessima notizia e non solo per la Gran Bretagna. Re Carlo III è pronto a "dare sostegno", se richiesto, alla polizia britannica incaricata di valutare l'eventuale rilevanza penale delle informazioni confidenziali che l'ex principe Andrea avrebbe condiviso con Jeffrey Epstein su alcune missioni svolte in anni in cui era emissario e testimonial commerciale per conto di vari governi britannici in Asia. Lo rende noto Buckingham Palace in una nota nella quale ricorda come Carlo abbia già "mostrato la profonda preoccupazione", attraverso azioni "senza precedenti", sul coinvolgimento del fratello nello scandalo dei legami con il defunto finanziere pedofilo americano. Il principe Andrew Mountbatten-Windsor, fratello del re britannico Carlo III, avrebbe pianificato segretamente con il finanziere statunitense Jeffrey Epstein l’apertura di un’attività commerciale in Cina diversi anni dopo la condanna di quest’ultimo per reati sessuali su minori. Lo riporta il quotidiano The Telegraph, citando email contenute nei documenti sul caso Epstein recentemente resi pubblici. Secondo la ricostruzione del giornale, Andrew avrebbe discusso con Epstein la creazione di una società di consulenza a Pechino e i contatti d’affari tra i due sarebbero proseguiti per oltre cinque anni dopo la scarcerazione del finanziere. La circostanza, aggiunge il quotidiano, smentirebbe le affermazioni del principe secondo cui avrebbe interrotto ogni rapporto con Epstein nel 2010. Il Telegraph riferisce inoltre che Andrew avrebbe sostenuto l’iniziativa anche durante viaggi in Cina compiuti nel ruolo di rappresentante commerciale del Regno unito, incontrando potenziali interlocutori d’affari. Il principe è da anni al centro di polemiche per i suoi legami con Epstein e nel 2025 il sovrano gli ha revocato tutti i titoli.
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