[Il mondo non è una fabbrica di auguri esauditi, ma è pieno di persone capaci di renderlo migliore. Tu sei una di quelle. John Green] Giornata speciale per Israele che ha iniziato a votare oggi nelle 130 missioni diplomatiche nel mondo. Sono circa 4.950 gli aventi diritto all’estero, una platea ristretta composta da diplomatici, personale delle commissioni commerciali e familiari in possesso di passaporto diplomatico, che hanno votato con 12 giorni di anticipo rispetto al giorno delle elezioni in Israele, fissato per il 27 ottobre. A spiegarlo in un briefing con la stampa all’Ambasciata a Roma è stato l’Ambasciatore Jonathan Peled. Peled ha ricordato i numeri complessivi di questa tornata: 7,33 milioni di aventi diritto su una popolazione di poco più di 10 milioni. In tutto Israele saranno allestiti 12 mila seggi, di cui 6.200 accessibili per consentire il voto ad anziani e persone con disabilità direttamente in ospedali e case di riposo. Un voto, ha spiegato, che per tradizione si svolge in un giorno feriale dichiarato festivo, principalmente nelle scuole. Entrando nel merito del sistema, l’Ambasciatore ha chiarito che si tratta di un proporzionale puro a collegio unico nazionale: non si vota il candidato ma la lista. La soglia di sbarramento è al 3,25%, che corrisponde a circa 50 mila voti per ottenere un seggio sui 120 della Knesset. A testimoniarlo, le schede mostrate da Peled: 28 bigliettini bianchi, uno per ciascuna lista in corsa. Particolare attenzione, ha sottolineato, alle procedure di sicurezza del voto. Quello diplomatico avviene in doppia busta sigillata, inviata via corriere diplomatico a Gerusalemme e aperta solo al momento dello spoglio generale, per garantirne la segretezza. La stessa procedura vale per i militari, che voteranno nelle basi, anche all’estero, nella stessa giornata del 27 ottobre. Proprio per ragioni di sicurezza anti-cyber, ha aggiunto Peled, le elezioni in Israele restano interamente manuali. Sul piano politico, l’Ambasciatore ha indicato il baricentro della sfida: “Le elezioni sono incentrate sulla leadership di Netanyahu”. Un dato che fotografa la polarizzazione del dibattito interno. Altro è però il piano strategico, dove il Paese, ha rivendicato l’Ambasciatore, resta compatto: “Sulla sicurezza tutti d’accordo”. E interpellato sul riflesso estero di un eventuale cambio al vertice, è stato netto: “Un cambio di leadership non è di per sé un beneficio per le relazioni internazionali”, perché i rapporti si fondano su interessi e sicurezza condivisi. Quanto ai tempi, in Israele i seggi chiuderanno intorno alle 20 del 27 ottobre, con un primo exit poll immediato, che potrebbe slittare alle 22. Il conteggio finale è atteso intorno alle 4 del mattino del 28 ottobre. Solo dopo, il presidente avvierà le consultazioni con i leader di partito per affidare l’incarico di formare il governo. Chi riceve il mandato avrà 90 giorni di tempo: un periodo lungo, ha spiegato Peled, pensato per consentire la costruzione di coalizioni in un sistema estremamente frammentato. In caso di fallimento, si passa a un secondo mandato e, in ultima istanza, a un eventuale ritorno alle urne. Fino ad allora, il governo uscente resta in carica come caretaker, con poteri limitati, senza ad esempio poter approvare il bilancio annuale. Un meccanismo complesso che racconta, ha concluso Peled, la solidità di una democrazia che vota anche a migliaia di chilometri da casa, ma con le stesse regole e le stesse garanzie
giovedì 15 ottobre 2026
Al via voto estero in Israele
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