[La verità è come la poesia. E la poesia sta sul cazzo ... anonimo] A un anno dal bombardamento all’ospedale Nasser, che causò la morte di 22 persone, tra cui cinque giornalisti, nel sud della Striscia di Gaza, un soldato israeliano ha descritto a diversi media internazionali come l’esercito israeliano utilizzi la cosiddetta “incriminazione retroattiva” per collegare le vittime di un attacco ad Hamas. Subito dopo l’attacco, le autorità israeliane dissero che l’obiettivo era una telecamera, sospettata di appartenere ad Hamas, situata sul tetto dell’ospedale. Tra i giornalisti uccisi c’erano il cameraman di Reuters, Hussam al-Masri, e la videogiornalista Mariam Dagga, che lavorava per l’Associated Press e altre testate. Nonostante le ripetute richieste dell’Associated Press, l’esercito non ha fornito dettagli sull’indagine sulle circostanze dell’attacco né su una tempistica per il suo completamento. A fronte dell’indignazione internazionale per il doppio attacco all’ospedale ripreso da una telecamera esterna, ricorda l’Ap, l’esercito israeliano disse poi che sei delle persone uccise erano legate ad Hamas, senza però fornire prove. Un soldato israeliano che ha parlato con i media sotto anonimato ha affermato che l’esercito non ha trovato prove che collegassero la telecamera, appartenuta al cameraman di Reuters, ad Hamas, e che nessuno dei sei era il bersaglio previsto dell’attacco. Ap ricorda che già subito dopo l’attacco era emerso che una delle sei persone non figurava nell’elenco delle vittime e che altre due erano personale medico o di emergenza. Il soldato è stato messo in contatto con l’Associated Press e altri media da Breaking the Silence, il gruppo fondato oltre 20 anni fa da veterani israeliani che raccoglie testimonianze di soldati e denuncia le azioni di Israele nei Territori palestinesi. Il soldato ha affermato che, dopo attacchi che uccidono civili senza un chiaro scopo militare, gli ufficiali dell’esercito cercano retroattivamente legami con militanti tra le vittime. Breaking the Silence ha parlato di un “processo di incriminazione retroattiva” in cui i palestinesi uccisi vengono automaticamente considerati militanti, anche se disarmati. L’incriminazione retroattiva viene usata come “giustificazione quasi automatica per ogni proiettile, granata o missile sparato, e come strumento per evitare di condurre vere indagini”, ha spiegato Nadav Weiman, direttore esecutivo del gruppo. L’Associated Press ha precisato di aver avuto conferma in modo indipendente di alcuni dettagli del racconto del soldato e Breaking the Silence ha affermato di aver corroborato il racconto con le proprie fonti. Il soldato, e un ex ufficiale militare a conoscenza della situazione, hanno affermato che un alto funzionario dell’esercito aveva inizialmente approvato l’uso di un’arma di precisione per neutralizzare la telecamera, ma che un tentativo fatto con un drone era fallito per ragioni sconosciute. Il comandante di divisione aveva quindi approvato un altro metodo, ha aggiunto il soldato, senza specificare di quale si trattasse, ma non è chiaro chi abbia preso la decisione di sparare con i proiettili di un carro armato. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, con sede a New York, le truppe israeliane hanno ucciso 207 giornalisti palestinesi a Gaza dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Israele ha vietato l’ingresso a Gaza ai giornalisti stranieri, attribuendo così ai giornalisti palestinesi un ruolo cruciale nella copertura del conflitto.
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