[Cesare piange perché non c’erano più mondi da conquistare] Il massiccio consumo di munizioni statunitensi nella guerra contro l’Iran sta suscitando crescente preoccupazione tra gli alleati asiatici di Washington e malumore tra i funzionari del Pentagono responsabili dell’Indo-Pacifico, che temono un indebolimento della capacità americana di affrontare un eventuale conflitto con la Cina. Lo riferisce oggi il Washington Post. Corea del sud, Giappone e Taiwan dipendono fortemente dagli Stati uniti per la fornitura dei principali sistemi d’arma convenzionali e devono già fare i conti con ritardi nelle consegne che si protraggono da anni. Il conflitto mediorientale ha aggravato la situazione, assorbendo o dirottando munizioni che sarebbero considerate essenziali in caso di guerra nel Pacifico. Un funzionario taiwanese ha parlato di “ritardi significativi” previsti nelle consegne dei missili intercettori Pac-3 Patriot, affermando che il Pentagono ha consumato in Medio Oriente gran parte delle proprie scorte. Il trasferimento di risorse dall’Indo-Pacifico è stato definito “preoccupante”. Quasi 30 miliardi di dollari di armi statunitensi già approvate per Taiwan devono ancora essere consegnati, compresi Patriot per 882 milioni di dollari. Anche il Giappone sarebbe stato avvertito dal Pentagono della possibilità di ritardi nelle forniture militari, compresi i missili da crociera Tomahawk. Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi aveva ammesso già a maggio che ritardi erano “possibili”, pur assicurando che Tokyo non aveva modificato i propri piani di acquisizione. Secondo il Financial Times, la consegna di 400 Tomahawk potrebbe slittare anche di due anni. Le preoccupazioni riguardano anche la presenza militare americana nella regione. Secondo un funzionario statunitense citato dal quotidiano, più di 30 navi inizialmente destinate al Pacifico sono state trasferite in Medio Oriente dall’inizio della guerra. Questo mese anche la portaerei USS George Washington, basata in Giappone, è stata dirottata verso l’area mediorientale, lasciando l’Indo-Pacifico senza una portaerei statunitense schierata stabilmente nella regione. Il problema più grave riguarda però le munizioni. Dall’inizio della guerra contro l’Iran il Pentagono ha attinto pesantemente alle proprie scorte di sistemi avanzati di difesa antimissile, tra cui Patriot e Thaad. Già nell’aprile scorso il comandante delle Forze Usa in Corea, generale Xavier Brunson, aveva confermato che radar destinati alla difesa della penisola coreana erano stati trasferiti prima degli attacchi americani contro gli impianti nucleari iraniani del giugno 2025 e che altre munizioni erano state spostate quest’anno. La pressione sugli arsenali arriva mentre la Cina continua ad accrescere la propria attività militare intorno a Taiwan e nel Mar cinese meridionale. Secondo analisi del Center for Strategic and International Studies, un conflitto con Pechino potrebbe consumare molte delle principali munizioni americane nel giro di poche settimane. Nelle simulazioni condotte dal centro studi, gli Stati uniti arriverebbero a utilizzare circa 5.000 missili a lungo raggio nelle prime quattro settimane di guerra. Il Washington Post riferisce che nei primi quattro mesi del conflitto con l’Iran sono stati lanciati oltre 850 Tomahawk e il Csis stima che il numero abbia ormai superato quota mille, a fronte di una scorta prebellica valutata tra 3.100 e 4.500 missili. Sarebbero state inoltre consumate circa un quarto delle scorte iniziali di Joint Air-to-Surface Standoff Missiles e fino a tre quarti dei Precision Strike Missiles disponibili. Ancora più critica è la situazione degli intercettori Patriot e Thaad, fondamentali per la difesa delle basi americane e delle decine di migliaia di militari statunitensi presenti in Giappone e Corea del sud. Secondo le stime citate dal Csis, gli Stati uniti avrebbero già consumato la maggior parte delle scorte disponibili prima della guerra con l’Iran e ne resterebbero circa mille.“La Cina ha 3.000 missili balistici o più. Quindi, semplicemente, i conti non tornano”, ha osservato Jennifer Kavanagh, direttrice dell’analisi militare del think tank Defense Priorities. Le tensioni sulle scorte hanno avuto anche conseguenze operative immediate. Washington ha cancellato un’esercitazione di sbarco anfibio con la Corea del sud prevista per settembre, motivando la decisione con le esigenze poste dalla guerra in Iran, dopo che il presidente Donald Trump aveva già annunciato una riduzione delle esercitazioni militari congiunte con Seul. Il Pentagono sostiene tuttavia che le forze americane restano “pronte e capaci di dissuadere un’aggressione” nell’Indo-Pacifico. Anche il sottosegretario alla Difesa per la politica Elbridge Colby ha respinto l’idea di un disimpegno americano dalla regione: “Non ce ne stiamo andando; anzi, stiamo rafforzando la nostra presenza”.
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