[Il poker e l’amore sono entrambi giochi di bluff. Helen Rowlan] La delegazione iraniana a Islamabad, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, incontrerà oggi alle 13 ora locale (le 10 in Italia) il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif per discutere dei prossimi colloqui tra Iran e Stati Uniti volti a porre fine alla guerra. Secondo l'agenzia di stampa Tasnim, qualora le precondizioni poste dall'Iran venissero accettate dagli americani, i colloqui si terranno domenica pomeriggio presso l'hotel Serena di Islamabad. La delegazione ha incontrato ieri sera il comandante dello Stato Maggiore dell'Esercito pakistano, Asim Munir. L'Iran non è stato in grado di riaprire lo Stretto di Hormuz a un maggiore traffico marittimo perché non riesce a localizzare tutte le mine che ha posato nel canale e non ha la capacità di rimuoverle. Lo scrive il New York Times citando funzionari Usa, sottolineando che questa situazione è uno dei motivi per cui Teheran non è stata in grado di conformarsi rapidamente alle richieste dell'amministrazione Trump di consentire un maggiore transito di navi attraverso lo stretto. Si tratta poi - scrive il quotidiano Usa - di un potenziale fattore di complicazione in vista dell'incontro in Pakistan tra i negoziatori iraniani e una delegazione statunitense per i colloqui di pace. L'Iran ha utilizzato piccole imbarcazioni per minare lo stretto il mese scorso, lasciando aperto un passaggio per il transito alle navi che pagano un pedaggio. I pasdaran hanno emesso avvisi di possibili collisioni tra navi e mine marine, e organi di stampa semi-ufficiali hanno pubblicato carte nautiche che mostrano rotte sicure, in gran parte limitate perché l'Iran ha minato lo stretto in modo disordinato, hanno affermato funzionari statunitensi. Non è chiaro se l'Iran abbia registrato la posizione di ogni singola mina. E anche quando la posizione è stata registrata, alcune mine sono state posizionate in modo da poter andare alla deriva o spostarsi, secondo i funzionari. Il nuovo leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, si sta ancora riprendendo dalle gravi ferite a viso e gambe riportate nell'attacco aereo che uccise il padre all'inizio della guerra, secondo quanto riferito a Reuters, che lo riporta sul suo sito, da tre persone vicine alla sua cerchia ristretta. Il volto di Khamenei è rimasto sfigurato nell'attacco al complesso della Guida Suprema nel centro di Teheran e ha riportato gravi ferite a una o entrambe le gambe, hanno affermato le tre fonti. Ciononostante, il 56enne si sta riprendendo dalle ferite e mantiene la lucidità mentale, secondo le fonti, che hanno chiesto l'anonimato. Khamenei partecipa a riunioni con alti funzionari tramite audioconferenza ed è coinvolto nel processo decisionale su questioni importanti, tra cui la guerra e i negoziati con Washington, hanno aggiunto due delle fonti. Reuters aggiunge di non essere stata in grado di verificarle in modo indipendente la notizia. Il luogo in cui si trova Khamenei, le sue condizioni di salute e la sua capacità di governare rimangono in gran parte un mistero per l'opinione pubblica, dato che non sono state pubblicate foto, video o registrazioni audio che lo ritraggano dall'attacco aereo e dalla sua successiva nomina a successore del padre l'8 marzo. Gli alleati della Nato stanno lavorando insieme per trovare il modo migliore per riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz, ha dichiarato il Segretario Generale della Nato Mark Rutte, durante una conferenza stampa con il ministro della Difesa della Norvegia, Tore O. Sandvik, e il ministro degli Esteri della Norvegia, Espen Barth Eide. “Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, sono stato in contatto con molti alleati. Siamo tutti d’accordo, ovviamente, sul fatto che lo Stretto debba essere riaperto, e so che gli alleati stanno lavorando insieme per discutere su come farlo, su quale sia il modo migliore per farlo. Stanno lavorando collettivamente per trovare una soluzione”. “Per quanto riguarda l’Iran e il rischio che si doti di capacità nucleari o missilistiche balistiche – ha aggiunto Rutte – come Nato abbiamo sempre affermato collettivamente che ciò non può accadere, quindi è fondamentale che le sue capacità missilistiche balistiche e nucleari vengano gravemente indebolite”. Israele aveva promesso ieri “grandi novità” nel conflitto con l’Iran e puntualmente l’escalation è arrivata questa mattina con l’attacco agli impianti per la lavorazione del gas naturale di South Pars, la più grande riserva di gas conosciuta al mondo, che fornisce circa il 70% del fabbisogno in Iran: e tuttavia, le conseguenze dell’operazione – decisa a detta di Tel Aviv in coordinamento con la Casa Bianca – rischiano di sfuggire di mano. Il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, ha spiegato che “la sicurezza energetica nella regione ha raggiunto il punto zero” e che gli attacchi agli impianti iraniani significano che “l’oscillazione della guerra si è spostata” verso una “guerra economica su larga scala”. Teheran adesso considera “obiettivi legittimi” gli impianti energetici in Qatar, Emirati arabi uniti e Arabia Saudita. La logica dell’attacco israelo-americano è quella di indebolire ulteriormente l’infrastruttura economica iraniana per costringere Teheran a cedere rapidamente sullo Stretto di Hormuz senza dover far ricorso a una costosa – anche in termini politici – operazione di messa in sicurezza; al momento però i risultati sono un ulteriore balzo in avanti del greggio, arrivato a quota 105 dollari, e la promessa di una rappresaglia iraniana non solo sulle infrastrutture energetiche israeliane, ma anche e soprattutto su quelle dei – vicinissimi – Paesi del Golfo. Di qui che a stretto giro sia arrivata la condanna dell’operazione sia da parte del Qatar che degli Emirati, che l’hanno definita “pericolosa e irresponsabile”; prima vittima poi l’Iraq, che si è visto sospendere il flusso di gas naturale iraniano che garantisce un terzo del proprio fabbisogno. Se quindi il blocco dello Stretto già rappresentava un rischio per la sicurezza energetica, un’escalation che prenda di mira i campi petroliferi rischia di diventare un disastro economico, ambientale e politico – non in ultimo perché l’Europa ne sarebbe una delle vittime principali. Non a caso la Casa Bianca è tornata sulla questione dell’impegno Nato, minacciando di lasciare la “responsabilità” – ovvero la sicurezza – dello Stretto ai Paesi principalmente interessati, vale a dire gli stessi alleati di Washington: una exit strategy che risulterebbe disastrosa politicamente non solo per Donald Trump, che difficilmente potrebbe rivendicare una vittoria credibile in un simile scenario, ma anche per la stessa Alleanza (e l’Unione Europea) che sulla questione rischierebbe seriamente di spaccarsi. Trump vorrebbe che Teheran cedesse in tempi rapidi lasciandogli magari la gestione del traffico attraverso Hormuz, un’ipotesi difficilmente realizzabile, anche perché gli omicidi mirati di Israele (che ha invece interesse a una permanenza statunitense nel conflitto il più lunga possibile) stanno falcidiando ogni possibile negoziatore; in subordine, che lo sblocco di Hormuz – sempre più urgente da un punto di vista economico – ricadesse anche o in gran parte sugli alleati oggi recalcitranti. In effetti, il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha dichiarato che gli alleati, allarmati dalla corsa del greggio, stanno lavorando a una non meglio precisata “soluzione condivisa”; ma che il via libera agli attacchi alle infrastrutture energetiche costituisca un’arma di pressione adeguata alle circostanze – e non un boomerang che aggravi ulteriormente le prospettive di una crisi energetica – resta tutto da vedere.
Nessun commento:
Posta un commento