[È stato giustamente osservato che la follia dell’amore è di credersi eterno. Joseph Joubert] Una tossina tanto rara quanto micidiale, estratta da una minuscola rana che vive in Sud America. Cinque Paesi europei accusano il Cremlino di aver ucciso Alexey Navalny con questo veleno letale: l'epibatidina che si trova sulla pelle delle velenose rane freccia. La Russia di Vladimir Putin "aveva i mezzi, il movente e l'opportunità di somministrargli questo veleno", denunciano Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, che dicono di basare le loro conclusioni "sull'analisi di campioni" del corpo dell'oppositore russo. Navalny è morto due anni fa, nel carcere siberiano sopra il Circolo Polare Artico in cui era detenuto. Era stato condannato a 19 anni di reclusione per accuse di "estremismo" considerate inventate di sana pianta per colpirlo e aveva più volte denunciato di essere vittima di soprusi in prigione. Mosca nega di essere responsabile della sua morte e replica parlando di "insinuazioni volte a distogliere l'attenzione dai problemi urgenti dell'Occidente". Ma per il decesso del rivale numero uno di Putin gli oppositori russi hanno sempre puntato il dito contro il Cremlino. E non sono i soli. I cinque Paesi europei che hanno accusato apertamente Mosca hanno anche annunciato di aver segnalato la Russia all'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) e di sospettare che "la Russia non abbia distrutto tutte le sue armi chimiche". Già nel 2020, quattro anni prima della morte, Navalny era stato curato a Berlino per quello che gli esperti occidentali indicano come un avvelenamento da Novichok - una tossina nervina di tipo militare - subito in Siberia e per il quale sospettano i servizi segreti del Cremlino. Pur consapevole che sarebbe finito in carcere - come facevano supporre le imputazioni di matrice politica che le autorità russe continuavano a sfornare contro di lui in quei mesi - nel gennaio del 2021 Navalny lasciò la Germania e tornò a Mosca, dove fu arrestato non appena messo piede in aeroporto. Poi, da dietro le sbarre, continuò a criticare il regime e l'aggressione militare delle truppe russe contro l'Ucraina proprio mentre il Cremlino continuava a inasprire al massimo la repressione del dissenso. "Certo, non è una novità che Putin sia un assassino, ma ora abbiamo un'altra prova diretta", è stato il duro commento della vedova, Yulia Navalnaya, a margine della Conferenza per la Sicurezza di Monaco. L'epibatidina, neurotossina che secondo cinque Paesi europei ha ucciso Alexei Navalny in una colonia penale in Siberia, è sintetizzata dalla famiglia dei dendrobatidi, note come rane freccia, originarie del Sud America. "Due anni fa sono salita su questo stesso palco e ho detto che è stato Vladimir Putin a uccidere mio marito", ha affermato Navalnaya. "Ero ovviamente certa che si trattasse di un omicidio ma allora erano solo parole, oggi queste parole sono diventate fatti scientificamente provati". Alla fine del 2024, il giornale The Insider riferì di aver studiato "centinaia di documenti legati alla morte" di Navalny sostenendo che "il contenuto" di tali documenti dimostrerebbe che "le autorità russe hanno rimosso in maniera consistente i riferimenti a sintomi" come dolori di stomaco, vomito e convulsioni "di cui i medici della prigione avevano notato soffriva Navalny". E che, secondo la testata, indicherebbero "chiaramente che Navalny è stato avvelenato". Gli alleati di colui che è stato per anni il trascinatore delle proteste anti-Cremlino sostengono inoltre che l'oppositore morì in un momento in cui era possibile che fosse incluso in uno scambio di detenuti tra Mosca e alcuni Paesi occidentali. "Alexei Navalny ha dimostrato un enorme coraggio di fronte alla tirannia, la sua determinazione a rivelare la verità ha lasciato un'eredità duratura", è stato il commento del premier britannico Keir Starmer, mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha accusato Putin di essere "pronto a usare armi chimiche contro il suo stesso popolo per rimanere al potere". Parole che confermano anche l'attuale distanza politica tra Russia ed Europa, inasprita dopo l'invasione dell'Ucraina.
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