mercoledì 18 febbraio 2026

Ancora Epstein

[Proviamo a esercitarci con saggezza e con follia. Senza avere più paura. Pippo Civati]    Il principe William e la consorte Kate hanno espresso la loro "profonda preoccupazione" per le "continue rivelazioni"emerse dai file sullo scandalo del defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein. È quanto emerge da una nota pubblicata da Kensington Palace che rappresenta la loro prima dichiarazione ufficiale sulla spinosa vicenda per la famiglia reale britannica, nella quale è direttamente coinvolto l'ex principe Andrea.  Nel breve comunicato viene sottolineato come il pensiero dei principi di Galles sia "rivolto alle vittime" dello scandalo Epstein e soprattutto non viene mai citato Andrea.  Anche se c'è un riferimento indiretto ai numerosi imbarazzi da lui provocati, che si riverberano inevitabilmente sugli impegni dei vertici della monarchia sulla scena internazionale: da quello di William a quello di re Carlo. Dalla pubblicazione degli ultimi file negli Usa sullo scandalo Epstein, poco più di una settimana fa, i membri più in vista della famiglia reale avevano evitato di commentare direttamente la serie di rivelazioni vergognose sul conto dell'ex duca di York, già caduto definitivamente in disgrazia per il suo legame a doppio filo col faccendiere pedofilo morto suicida in carcere. Mentre il principe Edoardo nei giorni scorsi aveva rotto il silenzio dei Windsor affermando che "è necessario ricordare le vittime", per poi sottolineare che "sono state moltissime". Lo stesso Carlo III era stato contestato, mentre era in una visita pubblica con la regina Camilla nel villaggio di Dedham nell'Essex, per il coinvolgimento del fratello nella vicenda.  "Carlo, hai sollecitato la polizia ad avviare un'indagine su Andrea?", aveva chiesto un uomo fra la folla rivolgendosi al sovrano che stava salutando i sudditi.  Re Carlo è stato nuovamente contestato per il coinvolgimento del fratello Andrea nello scandalo Epstein. "Da quanto tempo sai di Andrea ed Epstein?", ha gridato un uomo in mezzo alla folla durante la visita del sovrano a Clitheroe, nel Lancashire. Le altre persone intorno hanno fischiato e molti hanno intimato all'uomo di "stare zitto".  Re Carlo ha proseguito salutando i sudditi e ignorando quanto era accaduto. Giovedì scorso il sovrano era stato contestato due volte mentre era in visita con la regina Camilla nel villaggio di Dedham nell'Essex. L’onda d’urto delle rivelazioni dei cosiddetti Epstein files non smette di farsi sentire, anche in ambiti improbabili. In un primo momento avevamo seguito la vicenda da lontano, domandandoci se lo scandalo potesse danneggiare Donald Trump o un qualche esponente della famiglia reale britannica. Tuttavia, i milioni di documenti resi pubblici negli Stati Uniti svelano una realtà molto più vasta, con una rete d’influenza che coinvolgeva paesi e ambiti imprevisti. Certo, la presenza di un nome all’interno delle email non significa necessariamente che la persona in questione abbia commesso qualcosa di illegale, ma l’ampiezza delle ramificazioni e dei contatti di Jeffrey Epstein, insieme alle sue donazioni finanziarie e all’ambiguità permanente delle sue manovre – tra predazione sessuale, influenza politica e affari più o meno leciti – solleva enormi dubbi. La maglia di contatti costruita nel corso degli anni da Epstein, anche dopo essere stato condannato per reati legati alla pedofilia, getta una luce sinistra sulla cecità di una certa élite occidentale (e non solo), un’élite che evidentemente era facile da comprare e che ha confermato tutti i cliché della nostra epoca turbolenta.  La mappa dei legami personali stabiliti da Epstein è impressionante: Tel Aviv, Parigi, Londra, Oslo, Mosca, Beirut. A volte è difficile cogliere il filo conduttore di una rete che lega la principessa ereditaria di Norvegia, una banchiera Rothschild, un barone della politica britannica e un ex ministro della cultura francese.  L’elemento in comune è che tutte queste persone hanno aperto le porte a Epstein, garantendogli un accesso ad ambienti sempre più grandi e la possibilità di fare nuovi affari e soddisfare nuovi desideri. La politica, in tutto questo, non è mai stata distante. Abbiamo scoperto che Epstein discuteva con il capo del forum di Davos per capire se il vertice dei miliardari potesse “sostituire le Nazioni Unite”. Suggestione? È proprio a Davos che il mese scorso Trump ha presentato il suo consiglio per la pace, a tutti gli effetti un concorrente del Consiglio di sicurezza dell’Onu.  Nei file scopriamo che Steve Bannon, guru dell’estrema destra statunitense, ha agito come intermediario con Epstein per trovare finanziamenti destinati a Marine Le Pen, leader dell’estrema destra francese, e Matteo Salvini, capo di uno dei partiti di estrema destra in Italia. Al momento non sappiamo se questa manovra fosse stata sollecitata dagli interessati e se abbia avuto effetti concreti. Questi elementi politici dimostrano che la vicenda Epstein non si limita alla pedofilia e agli stratagemmi finanziari, ma evidenzia una visione del mondo che coinvolge persone che pure ne sono lontane.  Al di là dei casi singoli – come quello di Jack Lang in Francia, dimessosi dalla presidenza dell’Institut du monde arabe, o quello del primo ministro britannico Keir Starmer, colpevole quanto meno d’ingenuità nella sua scelta di Peter Mandelson, uomo vicino a Epstein, come ambasciatore a Washington – vale la pena interrogarsi sulle conseguenze politiche generali della vicenda.  Il caso Epstein, nella sua globalità, sta alimentando il ritornello del “sono tutti marci”, che ingrossa l’onda populista, ma in questo senso è giusto ricordare che negli Epstein files sono citate poche persone (di cui alcune effettivamente molto potenti) e che nessuna corrente politica sfugge allo scandalo, compresa quella populista. Resta il fatto che le nostre democrazie, a questo punto, devono avviare un’indagine profonda e fare i conti con i mostri che prosperano al loro interno. La vicenda Epstein è lo specchio di un mondo insopportabile che ci obbliga a ridefinire i nostri valori e le nostre scelte, in un momento in cui i venti di tempesta in arrivo da Washington rimettono tutto in discussione.  Nuova scossa nell'entourage del premier laburista britannico Keir Starmer, sempre più in difficoltà. Tim Allan, direttore della comunicazione del primo ministro, ha rassegnato le dimissioni dopo che aveva lasciato l'incarico di capo dello staff Morgan McSweeney per lo scandalo di Peter Mandelson, ex controversa eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, riciclato circa un anno fa dallo stesso sir Keir come ambasciatore negli Usa e finito sotto accusa anche in un'indagine penale di Scotland Yard per i suoi legami a doppio filo col defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein.  "Ho deciso di farmi da parte per permettere la costruzione di un nuovo team a Downing Street", ha dichiarato Allan, che era in carica solo dallo scorso settembre. Allan, veterano della comunicazione politica, aveva lavorato per Tony Blair tra il 1992 e il 1998, ed è il quarto direttore della comunicazione a dimettersi da quando Starmer è premier.   Gli investigatori dell'Fbi "hanno raccolto ampie prove che Epstein avesse abusato sessualmente di minorenni" ma "hanno trovato scarse prove che il finanziere fosse a capo di un'organizzazione dedita al traffico sessuale al servizio di uomini potenti, come dimostra un'analisi dei registri interni del Dipartimento di Giustizia condotta dall'Associated Press". È quanto si legge sul sito dell'Ap.  I video e le foto sequestrati dalle case di Epstein a New York, in Florida e nelle Isole Vergini non mostravano vittime abusate né implicavano altri nei suoi crimini, ha scritto un pubblico ministero in una nota del 2025. Un esame dei registri finanziari di Epstein, compresi i pagamenti effettuati a entità collegate a personaggi influenti del mondo accademico, della finanza e della diplomazia globale, non ha rilevato alcun collegamento con attività criminali, secondo quanto riportato da un altro promemoria interno del 2019. Sebbene una vittima di Epstein abbia dichiarato pubblicamente di essere stata "prestata" ai suoi ricchi amici, gli agenti non hanno potuto confermarlo e non hanno trovato altre vittime che raccontassero una storia simile, si legge nei registri. 


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